mercoledì 3 giugno 2020

#24 Servo di tre padroni


Arlequin (Cézanne 1888)
Il percorso di emancipazione ed esilio volontario di Stephen Dedalus, lo ha riportato fra le reti della Dublino che lo opprimeva, lo ha reso nuovamente servo dei padroni che non voleva più servire. Forse il suo viaggio di liberazione prevede un passaggio iniziatico dall'assoggettamento? O forse il viaggio è stato semplicemente abortito?

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Ecco il testo in lingua originale del brano citato dall'Ulysses in questo video:
— [...] Either you believe or you don't, isn't it? Personally I couldn't stomach that idea of a personal God. You don't stand for that, I suppose?
— You behold in me, Stephen said with grim displeasure, a horrible example of free thought.
He walked on, waiting to be spoken to, trailing his ashplant by his side. Its ferrule followed lightly on the path, squealing at his heels. My familiar, after me, calling, Steeeeeeeeeeeephen! A wavering line along the path. They will walk on it tonight, coming here in the dark. He wants that key. It is mine. I paid the rent. Now I eat his salt bread. Give him the key too. All. He will ask for it. That was in his eyes.
— After all, Haines began...
Stephen turned and saw that the cold gaze which had measured him was not all unkind.
— After all, I should think you are able to free yourself. You are your own master, it seems to me.
— I am the servant of two masters, Stephen said, an English and an Italian.
— Italian? Haines said.
A crazy queen, old and jealous. Kneel down before me.
— And a third, Stephen said, there is who wants me for odd jobs.
— Italian? Haines said again. What do you mean?
— The imperial British state, Stephen answered, his colour rising, and the holy Roman catholic and apostolic church.
Haines detached from his underlip some fibres of tobacco before he spoke.
— I can quite understand that, he said calmly. An Irishman must think like that, I daresay. We feel in England that we have treated you rather unfairly. It seems history is to blame.
(James Joyce 1922)
La lettura del brano originale è ad opera di Frank Delaney e tratta dal podcast ReJoyce:
https://blog.frankdelaney.com/re-joyce/

Ecco i testi delle traduzioni in italiano dall'Ulisse lette e citate in questo video:
– [...] O si crede o non si crede, vero? Personalmente non potrei mandare giù quell’idea di un Dio personale. Lei non l’accetta, immagino.
– Lei contempla in me, disse Stephen con un ostico disgusto, un orribile esempio di libero pensiero.
Seguitò a camminare, aspettando che gli si rivolgesse la parola e trascinandosi dietro il bastone. Il puntale lo seguiva leggermente sul sentiero squittendogli alle calcagna. Il mio spirito familiare, dietro di me, che chiama Steeeeeeeephen. Una linea ondulata lungo il sentiero. Ci cammineranno sopra stasera, venendo qui al buio. Vuole quella chiave. È mia, ho pagato io l’affitto. E ora mangio il suo pane che sa di sale. Dagli anche la chiave. Tutto. La chiederà. Questo era nei suoi occhi.
– Dopo tutto, cominciò Haines…
Stephen si voltò e vide che il freddo sguardo che lo aveva misurato non era del tutto malevolo.
– Dopo tutto, direi che si è sempre in grado di liberarsi. Si è padroni di se stessi, mi pare.
– Sono servo di due padroni, disse Stephen, un inglese e una italiana.
– Italiana? disse Haines.
Una babilonica sovrana vecchia e gelosa. Inginocchiati davanti a me.
– E ce n’è un terzo, disse Stephen, che mi vuole per lavori spiccioli.
– Italiana? ripete Haines. Che vuol dire?
– Il governo imperiale britannico, rispose Stephen, accendendosi in volto, e la santa chiesa cattolica apostolica romana.
Prima di parlare, Haines si staccò dal labbro inferiore qualche filo di tabacco.
– Capisco perfettamente, disse calmo. Un irlandese deve pensarla così, direi. Noi in Inghilterra sentiamo di avervi trattato piuttosto ingiustamente. Parrebbe che la colpa sia della storia.
(Giulio De Angelis, 1960, Mondadori)
– [...] O credi oppure no, ovvio. Personalmente non mi va giù l’idea di un Dio personale. Nemmeno lei è d’accordo, suppongo?
– Lei vede in me, disse Stephen con mesto disappunto, un orribile esempio di libero pensiero.
Proseguì, attendendo che gli si parlasse, strascinando al fianco il bastone di frassino. Il suo puntale seguiva leggero sul sentiero, stridendo alle calcagna. Il mio demone familiare, dietro di me, che chiama Steeeeeeeeeeeephen. Una linea vacillante lungo il sentiero. Lo calpesteranno stanotte, loro, tornando qui nell’oscurità. Vuole quella chiave. È mia, l’ho pagato io l’affitto. Ora mangio il suo pane che sa di sale. Dàgli anche la chiave. Tutto. Te la chiederà. Ce l’aveva scritto negli occhi.
– Dopo tutto, cominciò Haines...
Stephen si voltò e scorse lo sguardo freddo non del tutto cattivo che aveva preso le sue misure.
– Dopo tutto, devo immaginare che lei sia in grado di liberarsene. È lei il padrone di se stesso, mi sembra.
– Io sono il servitore di due padroni, disse Stephen, uno inglese ed uno italiano.
– Italiano? disse Haines.
Una regina pazza, vecchia e gelosa. Inginocchiati di fronte a me.
– E ce n’è un terzo, disse Stephen, che mi vuole per ogni tipo di lavoretti occasionali.
– Italiano? disse ancora Haines. Che cosa intende?
– Lo stato imperiale britannico, rispose Stephen, col colorito che si accendeva, e la santa Chiesa cattolica e apostolica romana.
Haines ripulì il labbro inferiore da alcuni fili di tabacco prima di parlare.
– Mi sembra di capire, disse calmo. Un irlandese deve vederla così, oserei dire. A noi pare, in Inghilterra, di avervi trattato piuttosto ingiustamente. Colpa della storia, apparentemente.
(Enrico Terrinoni, 2012, Newton Compton)
– [...]Uno crede o non crede, no? Personalmente io non riesco a mandar giú l’idea di un Dio personale. Ma non è la sua idea, immagino.
– Lei vede in me, disse Stephen con cupo malumore, un orrendo esempio di libero pensiero.
Continuò a camminare, aspettando una replica, trascinandosi il bastone al fianco. Il puntale lo seguiva lieve sul sentiero, stridendo alle sue spalle. Spiritello che mi segui chiamando: Steeeeeeeeeephen. Linea ondeggiante sul sentiero. Stanotte la pesteranno, tornando per di qui nel buio. Vuole la chiave. È mia, ho pagato l’affitto. Ora sento come sa di sale lo pane altrui.
Dàgli anche la chiave. Tutto. Te la chiederà. Era nei suoi occhi.
– Insomma, iniziò Haines…
Voltandosi Stephen vide che il freddo sguardo che l’aveva squadrato non era poi del tutto antipatico.
– Insomma, direi che lei sia in grado di liberarsi. Lei è padrone di se stesso, mi pare.
– Io sono il servo di due padroni, disse Stephen, uno inglese e uno italiano.
– Italiano? chiese Haines.
Una regina picchiata in testa, vecchia e gelosa. Inginòcchiati davanti a me.
– E ce n’è un terzo, disse Stephen, che mi cerca per i lavoretti occasionali.
– Italiano? ripeté Haines. Cosa intende?
– Lo Stato Imperiale Britannico, rispose Stephen, colorandosi in viso, e la Santa Chiesa Cattolica e Apostolica Romana.
Prima di parlare, Haines si tolse dal labbro inferiore poche briciole di tabacco.
– Capisco, fece con tutta calma. Un irlandese deve pensarla cosí, oserei dire. In Inghilterra ci rendiamo conto d’avervi trattati in modo alquanto ingiusto. Colpa della Storia, pare.
(Gianni Celati, 2013, Einaudi)
Dalla Divina Commedia di Dante è stato citato il 17° canto del Paradiso:
Tu lascerai ogne cosa diletta
più caramente; e questo è quello strale
che l’arco de lo essilio pria saetta.
Tu proverai sì come sa di sale
lo pane altrui, e come è duro calle
lo scendere e 'l salir per l'altrui scale.
E il 27° canto del Purgatorio:
Non aspettar mio dir più né mio cenno;
libero, dritto e sano è tuo arbitrio,
e fallo fora non fare a suo senno:  
per ch’io te sovra te corono e mitrio»
Sono state fatte alcune citazioni dal quinto capitolo del Ritratto dell'artista da giovane:
«I miei antenati rinnegarono la loro lingua e ne presero un’altra», disse Stephen. «Permisero a un pugno di stranieri di sottometterli. Ti immagini che io intenda pagare con la mia vita e con la mia persona debiti fatti da loro? E per che cosa?»
«Per la nostra libertà», disse Davin.
«Non esiste un solo uomo d’onore e sincero», disse Stephen, «che sacrificandovi vita, gioventù e affetti, dai giorni di Tone a quelli di Parnell, voi non abbiate venduto al nemico o abbandonato nel bisogno o insultato e lasciato per un altro. E mi inviti a essere uno dei vostri. Andate tutti all’inferno, prima.»
«Sono morti per i loro ideali, Stevie», disse Davin. «Pure, il nostro giorno verrà, credimi.»
Stephen, seguendo un suo pensiero, tacque per un istante.
«L’anima dapprima nasce», disse ambiguamente, «in quei momenti di cui ti ho parlato. Ha una nascita lenta e oscura, più misteriosa della nascita del corpo. Quando nasce l’anima di un uomo in questo paese, le vengono gettate reti per impedirle di fuggire. Mi parli di nazionalità, di lingua, di religione. Io cercherò di sfuggire a quelle reti.»
Davin scosse la cenere dalla pipa.
«È troppo profondo per me, Stevie», disse. «Ma la patria viene prima. Prima lIrlanda, Stevie. Poi potrai essere poeta o mistico.»
«Sai cos’è l'Irlanda?», chiese Stephen con fredda violenza. «L’Irlanda è la vecchia scrofa che si mangia la sua figliata.» 
Questo è il riferimento dal vangelo di Matteo (6:24)
"Nessuno può servire a due padroni: o odierà l'uno e amerà l'altro, o preferirà l'uno e disprezzerà l'altro: non potete servire a Dio e a mammona."
Infine ecco la statua di Joyce col suo bastone (ashplant) in Talbot Street a Dublino

mercoledì 6 maggio 2020

#23 Addio alla torre


La torre rossa - De Chirico 1913
Arriva il momento di uscire dalla torre, il luogo dove si è svolto quasi l'intero primo episodio del romanzo. Dedalus chiude la torre e ne custodisce la chiave, Mulligan si prepara al suo bagno mattutino nella baia e Haines ne approfitta per porre alcune domande sul bizzarro domicilio che li ha ospitati.

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Ecco il testo in lingua originale del brano citato dall'Ulysses in questo video:
He stood up, gravely ungirdled and disrobed himself of his gown, saying resignedly:
— Mulligan is stripped of his garments.
He emptied his pockets on to the table.
— There's your snotrag, he said.
And putting on his stiff collar and rebellious tie he spoke to them, chiding them, and to his dangling watchchain. His hands plunged and rummaged in his trunk while he called for a clean handkerchief. God, we'll simply have to dress the character. I want puce gloves and green boots. Contradiction. Do I contradict myself? Very well then, I contradict myself. Mercurial Malachi. A limp black missile flew out of his talking hands.
— And there's your Latin quarter hat, he said.
Stephen picked it up and put it on. Haines called to them from the doorway:
— Are you coming, you fellows?
— I'm ready, Buck Mulligan answered, going towards the door. Come out, Kinch. You have eaten all we left, I suppose. Resigned he passed out with grave words and gait, saying, wellnigh with sorrow:
— And going forth he met Butterly.
Stephen, taking his ashplant from its leaningplace, followed them out and, as they went down the ladder, pulled to the slow iron door and locked it. He put the huge key in his inner pocket.
At the foot of the ladder Buck Mulligan asked:
— Did you bring the key?
— I have it, Stephen said, preceding them.
He walked on. Behind him he heard Buck Mulligan club with his heavy bathtowel the leader shoots of ferns or grasses.
— Down, sir! How dare you, sir!
Haines asked:
— Do you pay rent for this tower?
— Twelve quid, Buck Mulligan said.
— To the secretary of state for war, Stephen added over his shoulder.
They halted while Haines surveyed the tower and said at last:
— Rather bleak in wintertime, I should say. Martello you call it?
— Billy Pitt had them built, Buck Mulligan said, when the French were on the sea. But ours is the omphalos.
(James Joyce 1922)
La lettura del brano originale è ad opera di Frank Delaney e tratta dal podcast ReJoyce:
https://blog.frankdelaney.com/re-joyce/

Ecco i testi delle traduzioni in italiano dall'Ulisse lette e citate in questo video:
Si alzò, solennemente discinto si spogliò della vestaglia, dicendo rassegnato:
– Ecco Mulligan dispogliato dei suoi paramenti.
Vuotò le tasche sul tavolo.
– Ecco il tuo moccichino, disse.
E mettendosi il colletto duro e la cravatta ribelle, parlò a loro, rampognandoli, e alla catena dell’orologio ciondolante. Le mani si affondarono e frugarono nel baule mentre reclamava un fazzoletto pulito. Dio, non rimane che vestirsi in carattere. Ho bisogno di guanti color pulce e di stivali verdi. Contraddizione. Mi contraddico? Benissimo, sì mi contraddico. Mercuriale Malachi. Un missile floscio e nero partì in volo dalle sue mani parlanti.
– Ed ecco il tuo cappello da Quartiere Latino, disse.
Stephen lo raccattò e se lo mise. Haines li chiamò dalla soglia:
– Venite, giovanotti?
– Io sono pronto, rispose Buck Mulligan, andando verso la porta. Vieni, Kinch. Hai mangiato tutto quel che abbiamo lasciato, immagino.
Rassegnato uscì con gravità di parole e di incedere, dicendo, quasiché con dolore:
– E uscendo in campo s’imbatté in Butterly.
Stephen, prendendo il bastone di frassino dal luogo d’appoggio, li seguì e, mentre scendevano la scala a pioli, si tirò dietro la lenta porta di ferro e chiuse la serratura. Mise la grossa chiave nella tasca interna.
Ai piedi della scala Buck Mulligan domandò:
– Hai preso la chiave?
– Ce l’ho, disse Stephen, precedendoli.
Camminò avanti. Sentiva dietro di sé Buck Mulligan percuotere col pesante asciugamano le cime più alte delle felci o delle erbe.
– Giù, cuccia. Come ardisci, canaglia?
Haines domandò:
– Pagate l’affitto per questa torre?
– Dodici sterline, disse Buck Mulligan.
– Al ministro della guerra, aggiunse Stephen voltando la testa.
Si fermarono mentre Haines contemplava la torre finché disse:
– Piuttosto desolata d’inverno, direi. Martello la chiamate?
– Le ha fatte costruire Billy Pitt, disse Buck Mulligan, quando i francesi correvano il mare. Ma la nostra è l’omphalos.
(Giulio De Angelis, 1960, Mondadori)
In piedi, si slacciò gravemente la cintura togliendosi la vestaglia, e disse rassegnato:
– Mulligan è spogliato delle sue vesti.
Svuotò le tasche sul tavolo.
– Ecco il tuo straccio da naso, fece.
E indossando il colletto rigido e la cravatta fuori posto parlò a loro, rimproverandoli, e alla catena penzoloni dell’orologio. Le mani si tuffarono e rovistarono nel baule in cerca di un fazzoletto pulito. Morsi dell’anima. Dio, bisogna semplicemente vestire il personaggio. Voglio guanti color pulce e stivali verdi. Contraddizione. Io mi contraddico? Molto bene allora, io mi contraddico. Malachi mercuriale. Un proiettile nero e floscio prese il volo dalle sue mani parlanti.
– Ed eccoti il tuo cappello da quartiere latino, disse.
Stephen lo raccolse e se lo mise in testa. Haines li chiamò dall’uscio:
– Venite con me, gente?
– Sono pronto, rispose Mulligan, dirigendosi verso la porta. Esci fuori, Kinch. Ti sei mangiato tutti i nostri avanzi, immagino. Rassegnato scomparve con parole e andatura gravi, dicendo, quasi con dolore:
– E uscito all’aperto, occorse un accidente.
Stephen, prendendo il suo bastone di frassino dal posto in cui giaceva, li seguì fuori, e mentre scendevano giù per le scale, tirò a sé il lento portone di ferro e lo serrò. Si infilò l’enorme chiave nel taschino interno.
Ai piedi della scala Buck Mulligan chiese:
– Hai preso la chiave?
– Ce l’ho, disse Stephen precedendoli.
Continuò a camminare. Dietro di lui sentiva Buck Mulligan sferzare col suo asciugamano pesante i germogli in alto delle felci e delle erbe.
– Stia giù, signore. Come osa, signore.
Haines chiese:
– Paga un affitto per questa torre?
– Dodici sterline, disse Buck Mulligan.
– Al ministro della Guerra, aggiunse Stephen voltando la testa.
Si fermarono mentre Haines squadrava la torre, e alla fine disse:
– Piuttosto desolata d’inverno, direi. La chiamate Martello, vero?
– Le ha costruite Billy Pitt, disse Buck Mulligan, quando i francesi erano in mare. Ma la nostra è l’omphalos.
(Enrico Terrinoni, 2012, Newton Compton)
Si alzò, con aria grave si sciolse la cintura e levò la vestaglia, poi disse da uomo rassegnato:
– Ecco qua Mulligan spogliato dei suoi paramenti.
Si vuotò le tasche sul tavolo.
– Qua, prenditi il tuo asciuga-moccio, disse.
E mentre si metteva il colletto duro e la cravatta ribelle, apostrofò le cose sgridandole e prendendosela con la penzolante catena dell’orologio. Indi affondò le mani nel baule, frugando e invocando un fazzoletto pulito. Dio, l’unica è trovarsi un vestito adatto per recitar la parte. Voglio guanti cremisi e scarponcini verdi. Contraddizione! Mi contraddico? Ebbe’, sia… Mercuriale Malachi! Un floscio missile nero volò dalle sue mani impegnate a far discorsi:
– Prenditi il tuo cappello da Quartiere latino, disse.
Stephen lo raccolse e se lo mise in testa. Haines li chiamava sull’uscio:
– Ehi, venite?
– Sono pronto, rispose Buck Mulligan avviandosi verso la porta. Vieni che usciamo, Kinch. Dài, hai già mangiato tutti i nostri avanzi, se non sbaglio.
Da uomo rassegnato, uscí fuori con incedere grave e gravi accenti, quasi di dolore, e disse:
– Sul suo cammino egli incontrò il signor Rimorsi.
Prendendo il bastone di frassino appoggiato al muro, Stephen li seguí verso l’uscita; e mentre gli altri due scendevano la scala, si tirò dietro la pesante porta di ferro e la chiuse a chiave. Indi ripose l’enorme chiave nella tasca interna.
Ai piedi della scala Buck Mulligan domandò:
– Hai preso la chiave?
– Ce l’ho, rispose Stephen, sorpassando i due.
Ora camminava innanzi. Alle sue spalle sentiva Buck Mulligan prendersela con le cime delle felci e delle erbe, picchiandole col pesante asciugamano.
– Giú! Abbassare la testa! Come vi permettete?
Haines domandò:
– Pagate l’affitto in quella torre?
– Dodici sterline, rispose Buck Mulligan.
– Al ministero della guerra, aggiunge Stephen sopra la spalla.
Si fermarono mentre Haines osservava la torre, concludendo:
– Ha un’aria alquanto desolata d’inverno, direi. Torre Martello, si chiama cosí?
– È William Pitt che le ha costruite, queste torri, fece Buck Mulligan, quando i francesi correvano i mari. Ma per noi, questo è il nostro omphalos.
(Gianni Celati, 2013, Einaudi)
Nel brano è stata citata questa strofa della poesia "Song of myself / Canto di me stesso" di Walt Whitman del 1855:
Do I contradict myself?
Very well then I contradict myself,
(I am large, I contain multitudes)

Mi contraddico?
Certo che mi contraddico,
(sono vasto, contegno moltitudini)
Altra citazione è quella da "As I Was Going Down Sackville Street" di Oliver St. John Gogarty del 1937, che raccoglie alcune sue cronache dublinesi che probabilmente, già all'epoca della stesura dell'Ulisse, Joyce conosceva già, così come il personaggio a cui ci si riferisce:
Going forth, I met Butterly, a spruce little barrister with a large red face who always seemed to be leaving in a hurry, though no one knew where he went or where he slept.
E uscendo in campo incontrai Butterly, un elegante avvocatino con un faccione rosso, che sembrava partisse sempre in gran fretta anche se poi nessuno sapeva dove andava o dove dormiva.
Nella puntata di oggi, relativamente al bastone di frassino (ashplant) di Dedalus, si è fatto riferimento ai seguenti passi tratti dal primo libro dell'Odissea, in cui Atena va a trovare Telemaco e appoggia la sua asta nel salone (trad. Onesti):
E prese l'asta gagliarda, puntuta d'acuto bronzo,
robusta, grande, pesante, con cui ella atterra le schiere
dei forti, se con essi s'adira, la figlia del Padre possente.
E venne giù dalle cime d'Olimpo d'un balzo,
fu tra il popolo d'Itaca, d'Odisseo avanti il portico,
sulla soglia dell'atrio; in mano aveva l'asta di bronzo,
(...)
[Telemaco] le mosse incontro pel portico, e provò ira in cuore
che l'ospite avesse atteso alla porta: davanti a lei stette,
le prese la destra, ne ricevette l'asta di bronzo,
(...)
E quando furono dentro l'alto salone,
andò a posar l'asta contro una lunga colonna;
nella lucida astiera, dove anche l'altre
aste del costante Odisseo in gran numero stavano;
Riporto infine una foto in cartolina di Joyce del 1902 che indossa un cappello alla parigina, da "quartiere latino":

lunedì 30 marzo 2020

#22 Esce la lattaia


La vachere - Julien Dupre
Si parla in lingua gaelica in questa scena. Sì ma chi davvero la parla e chi effettivamente la capisce? Dopo alcuni momenti di incomprensione e incomunicabilità, l'incontro con la lattaia si chiude la lingua che mette tutti d'accordo: il denaro.

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Ecco il testo in lingua originale del brano citato dall'Ulysses in questo video:
Stephen listened in scornful silence. She bows her old head to a voice that speaks to her loudly, her bonesetter, her medicineman: me she slights. To the voice that will shrive and oil for the grave all there is of her but her woman's unclean loins, of man's flesh made not in God's likeness, the serpent's prey. And to the loud voice that now bids her be silent with wondering unsteady eyes.
— Do you understand what he says? Stephen asked her.
— Is it French you are talking, sir? the old woman said to Haines.
Haines spoke to her again a longer speech, confidently.
— Irish, Buck Mulligan said. Is there Gaelic on you?
— I thought it was Irish, she said, by the sound of it. Are you from the west, sir?
— I am an Englishman, Haines answered.
— He's English, Buck Mulligan said, and he thinks we ought to speak Irish in Ireland.
— Sure we ought to, the old woman said, and I'm ashamed I don't speak the language myself. I'm told it's a grand language by them that knows.
— Grand is no name for it, said Buck Mulligan. Wonderful entirely. Fill us out some more tea, Kinch. Would you like a cup, ma'am?
— No, thank you, sir, the old woman said, slipping the ring of the milkcan on her forearm and about to go.
Haines said to her:
— Have you your bill? We had better pay her, Mulligan, hadn't we?
Stephen filled again the three cups.
— Bill, sir? she said, halting. Well, it's seven mornings a pint at twopence is seven twos is a shilling and twopence over and these three mornings a quart at fourpence is three quarts is a shilling and one and two is two and two, sir.
Buck Mulligan sighed and, having filled his mouth with a crust thickly buttered on both sides, stretched forth his legs and began to search his trouser pockets.
— Pay up and look pleasant, Haines said to him, smiling.
Stephen filled a third cup, a spoonful of tea colouring faintly the thick rich milk. Buck Mulligan brought up a florin, twisted it round in his fingers and cried:
— A miracle!
He passed it along the table towards the old woman, saying:
— Ask nothing more of me, sweet. All I can give you I give.
Stephen laid the coin in her uneager hand.
— We'll owe twopence, he said.
— Time enough, sir, she said, taking the coin. Time enough. Good morning, sir.
She curtseyed and went out, followed by Buck Mulligan's tender chant:
—  Heart of my heart, were it more,
More would be laid at your feet.
(James Joyce 1922)
La lettura del brano originale è ad opera di Frank Delaney e tratta dal podcast ReJoyce:
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Ecco i testi delle traduzioni in italiano dall'Ulisse lette e citate in questo video:
Stephen ascoltava in sdegnoso silenzio. Quella china la vecchia testa a una voce che le parla forte, il suo conciaossa, il suo stregone: me mi sdegna. Alla voce di colui che la confesserà e che ungerà per la tomba tutto quel che resta di lei salvo i lombi immondi di donna, di carne d’uomo non fatta a somiglianza di Dio, preda del serpente. E alla voce alta che ora le impone di tacere con occhi stupiti incerti.
– Capisce quel che le dice? domandò Stephen.
– Parla francese, signore? disse la vecchia a Haines.
Haines tornò a parlarle, un più lungo discorso, sicuro di sé.
– Irlandese, disse Buck Mulligan. Mastica il gaelico lei?
– Mi pareva che fosse irlandese, disse lei, dal suono. Lei è dell’ovest, signore?
– Sono un inglese, rispose Haines.
– È inglese, disse Buck Mulligan, e pensa che dovremmo parlare irlandese in Irlanda.
– Certo che dovremmo, disse la vecchia, e io mi vergogno di non parlarlo. Mi dicono quelli che se ne intendono che è una gran lingua.
– Grande non è la parola, disse Buck Mulligan. È semplicemente meravigliosa. Versaci un altro po’ di tè, Kinch. Ne gradisce una tazza, signora?
– No, grazie, signore, disse la vecchia, infilandosi il manico del bidone nell’avambraccio e disponendosi ad andarsene.
Haines le disse:
– Ha portato il conto? Sarebbe meglio pagarla, vero, Mulligan?
Stephen tornò a riempire le tre tazze.
– Il conto, signore? disse lei, fermandosi. Dunque, sono sette mattine una pinta a due pence fa sette volte due fa uno scellino e due pence e queste tre mattine due pinte a quattro pence fa sei pinte che fa uno scellino. Questo è uno scellino e uno e due che fa due e due, signore.
Buck Mulligan sospirò e, riempitasi la bocca di una crosta di pane generosamente imburrata da tutte e due le parti allungò le gambe e cominciò a frugarsi nelle tasche dei pantaloni.
– Paghi col sorriso sulle labbra, gli disse Haines, gaiamente.
Stephen riempì una terza tazza, il denso ricco latte colorandosi debolmente d’una cucchiaiata di tè. Buck Mulligan cavò fuori un fiorino, lo rigirò tra le dita e gridò:
– Miracolo!
Lo fece passare lungo la tavola verso la vecchia, dicendo:
– Non chiedermi altro tesoro.
Ciò che posso io te lo do.
Stephen le depose la moneta nella mano passiva.
– Dobbiamo ancora due pence, disse.
– C’è tempo, signore, disse la vecchia prendendo la moneta. C’è tempo. Buongiorno, signore.
Fece la sua riverenza e se ne andò, seguita dalla tenera cantilena di Buck Mulligan:
– Cuor del mio cuore, se più ce ne fosse,
Più ne sarebbe messo ai tuoi piedi.
(Giulio De Angelis, 1960, Mondadori)
Stephen ascoltava assorto in un silenzio sprezzante. Lei china la vecchia testa a una voce che le parla forte, aggiustaossa, il suo stregone: mi disprezza. A quella voce che la confesserà e ungerà per la tomba tutto ciò che rimane di lei, tranne i suoi lombi sporchi di donna, carne d’uomo fatto non a somiglianza di Dio, la preda del serpente. E a quella voce forte che ora le ordina di stare in silenzio ad ammirare con occhi incerti.
– Capisce cosa sta dicendo? le chiese Stephen.
– Parla francese forse, signore? chiese a Haines la vecchia.
Haines, sicuro di sé, le parlò ancor più a lungo.
– Irlandese, disse Buck Mulligan. Lo parla, lei, un po’ di gaelico?
– Mi pareva irlandese, disse quella, dal suono. Viene dall’ovest, signore?
– Sono inglese, rispose Haines.
– È inglese, disse Buck Mulligan, e secondo lui in Irlanda dovremmo parlare irlandese.
– Anche secondo me, disse la vecchia, e io stessa mi vergogno di non saperla parlare quella lingua. Mi vien detto da chi se ne intende che è una lingua grandiosa.
– Grandiosa non è esatto, disse Buck Mulligan. Assolutamente meravigliosa. Versaci un altro po’ di tè, Kinch. Ne vuole una tazza, signora mia?
– No grazie, signore, rispose la vecchia, facendo scivolare la maniglia del recipiente lungo l’avambraccio, e pronta ad andare.
Haines le disse:
– Ha con sé il conto? È meglio che la paghiamo, Mulligan, non trova?
Stephen riempì di nuovo le tre tazze.
– Il conto, signore? disse lei, arrestandosi. Allora, sono sette mattine una pinta a due pence fa sette per due fa uno scellino e due pence in tutto e queste tre mattine un quarto a quattro pence fa tre quarti fa uno scellino e uno e due fa due e due, signore.
Buck Mulligan sospirò e dopo essersi riempito la bocca con una crosta ben imburrata da entrambi i lati, si stiracchiò le gambe e iniziò a rovistare nelle tasche dei pantaloni.
– Saldi il conto cortesemente, gli disse Haines sorridendo.
Stephen riempì la terza tazza, un cucchiaino di tè a colorare lievemente il latte ricco e denso. Buck Mulligan tirò fuori un fiorino, se lo rigirò tra le dita e disse:
– Miracolo!
Lo fece correre lungo il tavolo verso la vecchia, dicendo:
– Non mi chieda di più, cara mia. Tutto ciò che posso darle, io glielo do.
Stephen adagiò la moneta sulla mano poco entusiasta di lei.
– Le dobbiamo due pence, fece.
– Non c’è fretta, signore, disse lei, prendendo la moneta. Non c’è fretta. Buona giornata, signore.
Fece una riverenza e uscì, seguita dal dolce canto di Buck Mulligan:
– Cuor del mio cuore, se avessi di più
Di più avresti ai tuoi piedi.
(Enrico Terrinoni, 2012, Newton Compton)
Stephen ascoltava in sdegnoso silenzio. Lei china la testa canuta innanzi a questa voce che le parla sbraitando, come davanti al suo giustaossa, al suo stregone. A me non bada. E cosí farà davanti a chi la confessa, e con chi preparandola per la tomba ungerà quel che resta di lei, tranne i suoi lombi impuri di donna, carne d’uomo non fatta a somiglianza di Dio, preda del serpente. E cosí ancora adesso davanti a questa voce forte che le impone di tacere, occhi stupiti e incerti.
– Capisce quello che le dice? chiese Stephen alla donna.
– Cosa parla, il signore, parla francese? chiese la vecchia a Haines.
Haines le fece un discorso piú lungo, fiducioso d’esser compreso.
– Le sta parlando in irlandese, intervenne Buck Mulligan. Capisce il gaelico?
– Ci avevo pensato che fosse irlandese, dal suono, lei disse. Il signore viene dall’ovest?
– Sono inglese, rispose Haines.
– È inglese, fece Buck Mulligan, e pensa che noi in Irlanda dovremmo parlare irlandese.
– Sicuro che è cosí, disse la vecchia, e io per me mi vergogno di non parlarlo. Quelli che lo conoscono m’hanno detto che è una grande lingua.
– Grande non è la parola giusta, disse Buck Mulligan. È una pura meraviglia. Versaci ancora un po’ di tè, Kinch. Signora, ne gradisce una tazza?
– No, grazie, signore, disse la vecchia, facendo scivolare il manico del recipiente del latte sul suo avambraccio, pronta ad andarsene.
Haines le disse:
– Ce l’ha il conto? Sarebbe meglio pagarla, vero, Mulligan?
Stephen riempí le tre tazze.
– Il conto, signore? fece la donna fermandosi. Be’, sono sette mattine, ogni volta una pinta di latte a due pence fa sette volte due, che è uno scellino e due pence, e queste tre mattine due pinte a quattro pence fa sei pinte, che fa uno scellino. Piú lo scellino e due pence, fa due scellini e due, signore.
Buck Mulligan sospirò, e dopo essersi ficcato in bocca una crosta di pane ben imburrata su entrambi i lati, allungò le gambe e prese a frugarsi nelle tasche dei calzoni.
– Paghi il conto con faccia contenta, gli suggerí Haines, sorridendo.
Stephen riempí una terza tazza; un cucchiaino di tè colorò fievolmente il latte ricco e denso. Buck Mulligan cavò fuori un fiorino, lo fece roteare tra le dita e gridò:
– Miracolo!
Attraverso la tavola lo fece arrivare alla vecchia, dicendo:
– Non mi chieda altro, dolcezza mia. È tutto quel che posso dare.
Stephen le pose la moneta nella mano esitante.
– Le dobbiamo due pence, disse.
– C’è tempo, signore, rispose lei, prendendo la moneta. Nessuna fretta. Buona giornata, signore.
Fece un inchino e uscí, seguita dai teneri accenti del canto di Buck Mulligan:
Cuor del mio cuore, se piú ve ne fosse
Metterei ai tuoi piedi il piú del mio avere.
(Gianni Celati, 2013, Einaudi)
Ho fatto riferimento al seguente passo dell'Antico Testamento, dal Levitico 15,19-28
19 Quando una donna abbia flusso di sangue, cioè il flusso nel suo corpo, la sua immondezza durerà sette giorni; chiunque la toccherà sarà immondo fino alla sera. 20 Ogni giaciglio sul quale si sarà messa a dormire durante la sua immondezza sarà immondo; ogni mobile sul quale si sarà seduta sarà immondo. 21 Chiunque toccherà il suo giaciglio, dovrà lavarsi le vesti, bagnarsi nell'acqua e sarà immondo fino alla sera. 22 Chi toccherà qualunque mobile sul quale essa si sarà seduta, dovrà lavarsi le vesti, bagnarsi nell'acqua e sarà immondo fino alla sera. 23 Se l'uomo si trova sul giaciglio o sul mobile mentre essa vi siede, per tale contatto sarà immondo fino alla sera. 24 Se un uomo ha rapporto intimo con essa, l'immondezza di lei lo contamina: egli sarà immondo per sette giorni e ogni giaciglio sul quale si coricherà sarà immondo.
25 La donna che ha un flusso di sangue per molti giorni, fuori del tempo delle regole, o che lo abbia più del normale sarà immonda per tutto il tempo del flusso, secondo le norme dell'immondezza mestruale. 26 Ogni giaciglio sul quale si coricherà durante tutto il tempo del flusso sarà per lei come il giaciglio sul quale si corica quando ha le regole; ogni mobile sul quale siederà sarà immondo, come lo è quando essa ha le regole. 27 Chiunque toccherà quelle cose sarà immondo; dovrà lavarsi le vesti, bagnarsi nell'acqua e sarà immondo fino alla sera. 28 Quando essa sia guarita dal flusso, conterà sette giorni e poi sarà monda. 
Nel brano inoltre si cita la seguente poesia The oblation (L'offerta) di Algernon Swinburne del 1971:
Ask nothing more of me, sweet;
   All I can give you I give.
      Heart of my heart, were it more,
More would be laid at your feet—
   Love that should help you to live,
      Song that should spur you to soar.
All things were nothing to give,
   Once to have sense of you more,
      Touch you and taste of you, sweet,
Think you and breathe you and live,
   Swept of your wings as they soar,
      Trodden by chance of your feet.
I that have love and no more
   Give you but love of you, sweet.
      He that hath more, let him give;
He that hath wings, let him soar;
   Mine is the heart at your feet
      Here, that must love you to live.
Anche nella versione musicata da Theophilus Marzials intorno al 1880, che potrete ascoltare qui:
https://verseandmusic.com/2016/08/31/ask-nothing-more/

giovedì 5 marzo 2020

#21 Entra la lattaia

La lattaia di Vermeer
Nel bel mezzo della colazione, una nuova figura viene introdotta nella torre di Sandycove: la vecchia lattaia. Scopriamo come verrà accolta la nuova ospite da Buck, Haines e Stephen.

Per guardare questo e gli altri video su Youtube, clicca qui sotto:
https://www.youtube.com/playlist?list=PLJBcZmWWmlya9nyJ_RDBq3WOnW6twdmYo

La versione in podcast è disponibile su Spotify qui:
https://open.spotify.com/show/05nniQWDcnUfLNkUJ9LXWR?si=U2cFdX26S0etdDljPP2zGQ

Ecco il testo in lingua originale del brano citato dall'Ulysses in questo video:
The doorway was darkened by an entering form.
— The milk, sir!
— Come in, ma'am, Mulligan said. Kinch, get the jug.
An old woman came forward and stood by Stephen's elbow.
— That's a lovely morning, sir, she said. Glory be to God.
— To whom? Mulligan said, glancing at her. Ah, to be sure!
Stephen reached back and took the milkjug from the locker.
— The islanders, Mulligan said to Haines casually, speak frequently of the collector of prepuces.
— How much, sir? asked the old woman.
— A quart, Stephen said.
He watched her pour into the measure and thence into the jug rich white milk, not hers. Old shrunken paps. She poured again a measureful and a tilly. Old and secret she had entered from a morning world, maybe a messenger. She praised the goodness of the milk, pouring it out. Crouching by a patient cow at daybreak in the lush field, a witch on her toadstool, her wrinkled fingers quick at the squirting dugs. They lowed about her whom they knew, dewsilky cattle. Silk of the kine and poor old woman, names given her in old times. A wandering crone, lowly form of an immortal serving her conqueror and her gay betrayer, their common cuckquean, a messenger from the secret morning. To serve or to upbraid, whether he could not tell: but scorned to beg her favour.
— It is indeed, ma'am, Buck Mulligan said, pouring milk into their cups.
— Taste it, sir, she said.
He drank at her bidding.
— If we could only live on good food like that, he said to her somewhat loudly, we wouldn't have the country full of rotten teeth and rotten guts. Living in a bogswamp, eating cheap food and the streets paved with dust, horsedung and consumptives' spits.
— Are you a medical student, sir? the old woman asked.
— I am, ma'am, Buck Mulligan answered.
(James Joyce 1922)
La lettura del brano originale è ad opera di Frank Delaney e tratta dal podcast ReJoyce:
https://blog.frankdelaney.com/re-joyce/

Ecco i testi delle traduzioni in italiano dall'Ulisse lette e citate in questo video:
Il vano della porta fu oscurato da una figura che entrava.
– Il latte, signore.
– Avanti, signora, disse Mulligan. Kinch, prendi il bricco.
Una vecchia si fece avanti e si fermò accanto a Stephen.
– È una bella giornata, signore, disse. Sia gloria al Signore.
– A chi? disse Mulligan, dandole un’occhiata. Ah sì, naturalmente.
Stephen si sporse all’indietro e prese il bricco del latte dalla credenza.
– Gli isolani, disse Mulligan a Haines come di passata, parlano spesso dell’esattore di prepuzi.
– Quanto, signore? domandò la vecchia.
– Due pinte, disse Stephen.
La guardò mentre versava nel misurino e di lì nel bricco il pingue latte bianco, non il suo. Vecchie mammelle avvizzite. Ne versò un’altra misura colma e una giunta. Vecchia e segreta era entrata da un mondo mattutino, forse una messaggera. Vantava la bontà del latte, nel versarlo. Accoccolata presso una vacca paziente all’alba nel pascolo lussureggiante, strega sul suo fungo velenoso, dita grinzose alacri sui capezzoli sprizzanti. Muggivano intorno a lei che ben conoscevano, le bestie seriche di rugiada. Seta delle mucche e povera vecchietta, nomi che le si davano nei tempi andati. Una vegliarda errante, umile forma di un’immortale che serve chi la conquise e chi allegramente la tradì, loro druda comune, messaggera del segreto mattino. Se per servire o per rampognare, lui non avrebbe saputo dirlo: ma sdegnava di sollecitarne i favori.
– Proprio così, signora, disse Buck Mulligan, versando il latte nelle tazze.
– Lo assaggi, signore, disse lei.
Egli bevve al suo invito.
– Se soltanto potessimo vivere di cibo buono come questo, le disse a voce piuttosto alta, non avremmo il paese pieno di denti guasti e budella marce. Si vive in una palude infetta, si mangia cibo da pochi soldi con strade lastricate di polvere, merda di cavallo e sputi di tisici.
– Lei studia da medico, signore? domandò la vecchia.
– Sì, signora, rispose Buck Mulligan.
(Giulio De Angelis, 1960, Mondadori)
L’uscio si oscurò per l’accedere d’una sagoma.
– Il latte, signore.
– Venga, signora mia, disse Mulligan, Kinch, porta la brocca.
Una vecchia donna si fece avanti e si fermò accanto al gomito di Stephen.
– Che gran bella giornata, signore, disse lei. Sia ringraziato Iddio.
– Chi? disse Mulligan, squadrandola. Ah, non avevo capito.
Stephen si sporse indietro e prese la brocca del latte dalla credenza.
– Gli isolani, disse Mulligan a Haines con fare vago, parlano spesso del collezionista di prepuzi.
– Quanto, signore? chiese la vecchia.
– Un quarto, fece Stephen.
La guardò versare nella misura e poi nella brocca quel latte ricco e bianco, non suo. Vecchie mammelle rinsecchite. Ne versò di nuovo una misura piena e poi ancora un po’. Vecchia e discreta si era affacciata da un mondo mattutino, forse un messaggero. Lodava la bontà del latte, nel versarlo. China accanto a una vacca paziente allo spuntar del giorno in un campo rigoglioso, una strega sul suo fungo velenoso, le dita rugose veloci a maneggiar mammelle sprizzanti. Muggivano intorno a lei nel riconoscerla, bovini lucenti come seta di rugiada. Seta delle vacche e povera vecchia, nomi che le venivano dati nei giorni che furono. Una vecchia megera errante, forma umile di un immortale al servizio del conquistatore, e del di lei gaio traditore, la loro cornuta comune, un messaggero del mattino segreto. Servire o rimproverare, quale delle due cose non sapeva dire: ma sdegnava di implorare il favore di lei.
– Propriò così, disse Buck Mulligan, versando latte nelle loro tazze.
– Lo assaggi, signore, disse lei.
Lui bevve al suo invito.
– Se solo potessimo vivere di cibo buono come questo, le disse piuttosto ad alta voce, non avremmo il paese pieno di denti marci e budella marce. Vivere in un acquitrino di torbiera, mangiare cibo da due soldi e con le strade tappezzate di immondizia, merda di cavallo e sputi di tubercolotici.
– Lei è uno studente in medicina, signore? chiese la vecchia.
– Sì, signora mia, rispose Buck Mulligan.
(Enrico Terrinoni, 2012, Newton Compton)
– Il latte, signore.
– Venga, venga, signora, disse Mulligan. Kinch, prendi il bricco.
Una donna anziana si fece innanzi e si fermò accanto a Stephen.
– Bella giornata, vero, signore? Sia resa gloria a Dio.
– A chi? disse Mulligan, lanciandole un’occhiata. Ah, sí, sí, certo!
Allungando il braccio all’indietro, Stephen prese il bricco del latte dalla credenza.
– Qui gli isolani, fece Mulligan a Haines con aria casuale, parlan spesso del grande esattore di prepuzi.
– Quanto, signore? chiese l’anziana.
– Due pinte, rispose Stephen.
Poi la guardò riempire il misurino e versare nel bricco quel latte bianco e grasso, latte non suo. Vecchie zinne avvizzite. La donna versò di nuovo un misurino colmo e con l’aggiunta. Anziana e misteriosa, era comparsa da un mondo mattutino, forse una messaggera. Versandolo, lodava la bontà di quel latte. Al sorgere del sole, in rigogliosa pastura, accucciata presso una vacca paziente, tipo strega seduta sul suo fungo velenoso, con dita grinze e svelte sui capezzoli che sprizzano. Le bestie satinate dalla rugiada la conoscevano e le muggivano intorno. Seta di vacca e misera vecchina, frasario dei vecchi tempi. Vegliarda vagante, umile forma di un’immortale dea al servizio del conquistatore e di chi allegramente l’ha tradita, loro concubina in comune, messaggera dal segreto mattino. Se per servirli o per accusarli, Stephen non avrebbe saputo dire: ma sdegnoso di sollecitarne i favori.
– Ah, proprio cosí, cara signora, disse Buck Mulligan, versando il latte nelle tazze.
– Lo assaggi, signore, disse lei.
Obbedendole Buck bevve.
– Se potessimo vivere di cibo cosí sano, le disse rialzando alquanto la voce, non avremmo un paese pieno di gente con intestini marci e denti guasti. Viviamo in una palude stagnante, mangiando cibo che nutre poco, fra strade coperte di polvere e sterco di cavallo e sputi di tisici.
– Lei, signore, studia medicina? chiese la vecchia.
– Sissignora, rispose Buck Mulligan.
(Gianni Celati, 2013, Einaudi)
Ho citato il seguente passo dall'Antico Testamento, dalla Genesi 17,10-14 (nuova riveduta):
10 Questo è il mio patto che voi osserverete, patto fra me e voi e la tua discendenza dopo di te: ogni maschio tra di voi sia circonciso. 11 Sarete circoncisi; questo sarà un segno del patto fra me e voi. 12 All'età di otto giorni, ogni maschio sarà circonciso tra di voi, di generazione in generazione: tanto quello nato in casa, quanto quello comprato con denaro da qualunque straniero e che non sia della tua discendenza. 13 Quello nato in casa tua e quello comprato con denaro dovrà essere circonciso; il mio patto nella vostra carne sarà un patto perenne. 14 L'incirconciso, il maschio che non sarà stato circonciso nella carne del suo prepuzio, sarà tolto via dalla sua gente: egli avrà violato il mio patto
Questi invece sono i link alle canzoni tradizionali irlandesi a cui il passo dell'Ulisse fa riferimento; potrete ascoltare l'audio e trovare anche il testo:

Droimeann Donn Dilis (Silk of the kine)

Sean Van Vocht (Poor old woman):
"Oh! the French are on the sea," says the Sean van Voght,
"Oh! the French are on the sea," says the Sean van Voght,
"The French are in the Bay, they'll be here at break of day,
(...)
"Will old Ireland then be free? " says the Sean van Voght,
"Will old Ireland then be free? " says the Sean van Voght,
"Old Ireland shall be free from the centre to the sea;

domenica 2 febbraio 2020

#20 Il tè nella torre

Il tè (Mary Cassatt, 1880)
Haines dice che Mulligan il tè lo fa forte. Non poteva essere altrimenti, non ci saremmo aspettati da Mulligan un tè leggero e una colazione senza le sue irriverenze.

Per guardare questo video su youtube, clicca qui sotto:
https://youtu.be/F8013saU3FM

La versione in podcast è disponibile su Spotify qui:
https://open.spotify.com/show/05nniQWDcnUfLNkUJ9LXWR?si=U2cFdX26S0etdDljPP2zGQ

Ecco il testo in lingua originale del brano citato dall'Ulysses in questo video:
Haines sat down to pour out the tea.
— I'm giving you two lumps each, he said. But, I say, Mulligan, you do make strong tea, don't you?
Buck Mulligan, hewing thick slices from the loaf, said in an old woman's wheedling voice:
— When I makes tea I makes tea, as old mother Grogan said. And when I makes water I makes water.
— By Jove, it is tea, Haines said.
Buck Mulligan went on hewing and wheedling:
So I do, Mrs Cahill, says she. Begob, ma'am, says Mrs Cahill, God send you don't make them in the one pot.
He lunged towards his messmates in turn a thick slice of bread, impaled on his knife.
— That's folk, he said very earnestly, for your book, Haines. Five lines of text and ten pages of notes about the folk and the fishgods of Dundrum. Printed by the weird sisters in the year of the big wind.
He turned to Stephen and asked in a fine puzzled voice, lifting his brows:
— Can you recall, brother, is mother Grogan's tea and water pot spoken of in the Mabinogion or is it in the Upanishads?
— I doubt it, said Stephen gravely.
— Do you now? Buck Mulligan said in the same tone. Your reasons, pray?
— I fancy, Stephen said as he ate, it did not exist in or out of the Mabinogion. Mother Grogan was, one imagines, a kinswoman of Mary Ann.
Buck Mulligan's face smiled with delight.
— Charming! he said in a finical sweet voice, showing his white teeth and blinking his eyes pleasantly. Do you think she was? Quite charming!
Then, suddenly overclouding all his features, he growled in a hoarsened rasping voice as he hewed again vigorously at the loaf:
—  For old Mary Ann
She doesn't care a damn.
But, hising up her petticoats...
He crammed his mouth with fry and munched and droned.
(James Joyce 1922)
La lettura del brano originale è ad opera di Frank Delaney e tratta dal podcast ReJoyce:
https://blog.frankdelaney.com/re-joyce/

Ecco i testi delle traduzioni in italiano dall'Ulisse lette e citate in questo video:
Haines si sedette per versare il tè.
– Vi do due zollette a testa, disse. Ma dico, lei, Mulligan, lo fa forte il tè, vero?
Buck Mulligan, tagliando spesse fette dalla pagnotta, disse con una voce da vecchietta smancerosa:
– Quando faccio il tè faccio il tè, come diceva nonna Grogan. E quando faccio acqua faccio acqua.
– Per Giove, questo è tè, disse Haines.
Buck Mulligan continuò a tagliare e a parlare smanceroso.
– Proprio così, Mrs Cahill, dice lei. Perdinci signora, dice Mrs Cahill, Dio vi conceda di non farli nello stesso vaso.
Tese via via a ognuno dei suoi commensali una spessa fetta di pane, impalata sul coltello.
– Questa è gente per il suo libro, Haines, disse con grande serietà. Cinque righe di testo e dieci pagine di nota sul popolo e gli deipesci di Dundrum. Stampato appo le Fatali Sorelle nell’anno del gran vento.
Si voltò verso Stephen e domandò con tornita inflessione dubitativa, alzando i sopraccigli:
– Ti sovviene, fratello, che il vaso del tè e dell’acqua di nonna Grogan si trovi menzionato nel Mabinogion ovvero nelle Upanishad?
– Ho i miei dubbi, disse gravemente Stephen.
– Davvero? disse nello stesso tono Buck Mulligan. E le tue ragioni, di grazia?
– Immagino, disse Stephen mangiando, che non sia mai esistito né dentro né fuori del Mabinogion. Nonna Grogan era, si suppone, consanguinea di Mary Ann.
Il viso di Buck Mulligan sorrise di piacere.
– Incantevole, disse con voce preziosa, mostrando i denti bianchi e strizzando amabilmente gli occhi. Credi proprio? Incantevole davvero.
Poi, rannuvolando d’un tratto tutta la faccia, grugnì con voce roca e rasposa mentre tornava ad affettare vigorosamente la pagnotta:
– Perché la vecchia Mary Ann
Non gliene frega niente.
Ma, alzando le gonnelle…
Si riempì la bocca di fritto e masticò e mugolò.
(Giulio De Angelis, 1960, Mondadori)
Haines si mise a sedere per versare il tè.
– Ecco due zollette per uno, disse. Ma, insomma, Mulligan, lei il tè lo fa forte, vero?
Buck Mulligan, tagliando grosse fette di pane disse con una voce blanda da vecchia signora:
– Se faccio il tè faccio il tè, come dice mamma Grogan. E se faccio l’acqua faccio l’acqua.
– Per Giove, questo sì che è tè, disse Haines.
Buck Mulligan continuava a tagliare e a blandire:
– Io faccio così, Mrs Cahill, dice lei. Diamine, risponde Mrs Cahill, voglia Dio che non usiate lo stesso vaso.
Passò ad ognuno dei commensali una spessa fetta di pane, infilzandola col suo coltello.
– Questa è la gente, disse mostrando grande serietà, che le serve per il suo libro, Haines. Cinque righe di testo e dieci pagine di note sulla gente e le divinità in forma di pesci di Dundrum. Stampato dalle sorelle fatali nell’anno del grande vento.
Si voltò verso Stephen e chiese con voce fine e incerta, inarcando le sopracciglia:
– Per caso ti ricordi, fratello, se è nel Mabinogion o nelle Upanishad che si parla del tè e dell’acqua di mamma Grogan?
– Ne dubito, disse Stephen con serietà.
– Come sarebbe a dire? chiese Buck Mulligan con lo stesso tono. Per qual motivo, di grazia?
– Immagino, disse Stephen mentre mangiava, che non compaia né all’interno né all’esterno del Mabinogion. Mamma Grogan era, si crede, una congiunta di Mary Ann.
Il volto di Buck Mulligan sorrise appagato.
– Delizioso, disse con voce pedante e melliflua, mostrando i denti bianchi e ammiccando amabilmente con gli occhi. Davvero? Proprio delizioso.
Poi all’improvviso, rannuvolando del tutto il proprio aspetto, rombò con voce roca e stridula, mentre aveva ripreso a tagliare vigorosamente il filone:
– Infatti la vecchia Marianna
Per nulla si affanna.
Ma alzando la sottoveste...
Riempiendosi la bocca dei fritti della colazione, ruminava e borbottava.
(Enrico Terrinoni, 2012, Newton Compton)
Haines si sedette a versare il tè.
– Vi dò due zollette a testa, fece. Ma accipicchia, Mulligan, il tè lo fate forte, voialtri! O no?
Tagliando la pagnotta a grosse fette, Buck rispose con voce da vecchina piena di smorfie:
– Come diceva Mamma Grogan, se faccio il tè faccio il tè, e se faccio acqua faccio acqua.
– Per Giove! Questo è tè di sicuro, fece Haines.
Buck Mulligan continuò a tagliare il pane e far smorfie:
– Io faccio cosí, cara la mia signora Cahill, diceva Mamma Grogan. Perbacco, cara signora, diceva la signora Cahill, che Dio le conceda di non far mai le due cose nello stesso vaso.
Allungò verso i suoi commensali, a turno, una grossa fetta di pane impalata in cima al coltello; e disse in tutta serietà:
– Ecco qua le voci del popolo, per il suo libro, Haines. Cinque righe di testo e dieci pagine di note su Dundrum, i suoi abitatori e le sue divinità pesciformi. Stampato dalle sorelle del diavolo zoppo nell’anno del grande vento.
Si volse verso Stephen e gli chiese con un fine tono di curiosità, alzando le sopracciglia:
– Fratello, ti ricordi mica se il vaso da notte e la teiera di Mamma Grogan son menzionati nel libro del Mabinogion o nelle Upanishad?
– No, non credo, rispose Stephen con gravità.
– Oh, ma davvero? fece Buck Mulligan sullo stesso tono. E la ragione, prego?
– Temo, disse Stephen continuando a mangiare, che tale teiera non sia esistita nel Mabinogion né altrove. Si pensa che Mamma Grogan fosse parente della Marianna che la faceva su una scranna.
Buck Mulligan ebbe un sorriso di contentezza.
– Affascinante! disse con voce affettata e mielosa, mostrando la bianca sfilza di denti e sbattendo le palpebre di gusto. Proprio pensi che sia cosí? Affascinante!
Poi, d’improvviso incupendosi in tutti i tratti, mentre riprendeva a tagliar con vigore altre fette di pane, attaccò a grugnire con voce roca e aspra:
Perché la vecchia Marianna
Non cede mai d’una spanna
E tirandosi su le sottane…
Si riempí la bocca di frittata, masticando e mugolando.
(Gianni Celati, 2013, Einaudi)
Di seguito una foto della Dun Emer Press, con Elizabeth Yeats (sorella di William Butler Yeats) alla pressa:
Dun Emer Press (fonte: Joyce Project)

Infine la foto del colophon del libro "I sette boschi / The seven woods" di Yeats, a cui si riferisce Buck Mulligan:
Colophon "The seven Woods" Yeats (fonte Joyce Project)