domenica 18 aprile 2021

#30 Mr. Deasy e il denaro

Esattore delle tasse
(van Reymerswaele 1540)
Incontriamo Mr Deasy, il preside della scuola presso cui Stephen lavora come insegnante. E' giorno di paga e quindi si parlerà di soldi, di monete, di banconote, di ricchezza, di debiti... tutti concetti che a Stephen interessano molto poco.

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Ecco il testo in lingua originale del brano citato dall'Ulysses in questo video:
Stale smoky air hung in the study with the smell of drab abraded leather of its chairs. As on the first day he bargained with me here.
As it was in the beginning, is now. On the sideboard the tray of Stuart coins, base treasure of a bog: and ever shall be. And snug in their spooncase of purple plush, faded, the twelve apostles having preached to all the gentiles: world without end.
A hasty step over the stone porch and in the corridor. Blowing out his rare moustache Mr Deasy halted at the table.
— First, our little financial settlement, he said.
He brought out of his coat a pocketbook bound by a leather thong. It slapped open and he took from it two notes, one of joined halves, and laid them carefully on the table.
— Two, he said, strapping and stowing his pocketbook away.
And now his strongroom for the gold. Stephen's embarrassed hand moved over the shells heaped in the cold stone mortar: whelks and money cowries and leopard shells: and this, whorled as an emir's turban, and this, the scallop of saint James. An old pilgrim's hoard, dead treasure, hollow shells.
A sovereign fell, bright and new, on the soft pile of the tablecloth.
— Three, Mr Deasy said, turning his little savingsbox about in his hand. These are handy things to have. See. This is for sovereigns. This is for shillings. Sixpences, halfcrowns. And here crowns. See.
He shot from it two crowns and two shillings.
— Three twelve, he said. I think you'll find that's right.
— Thank you, sir, Stephen said, gathering the money together with shy haste and putting it all in a pocket of his trousers.
— No thanks at all, Mr Deasy said. You have earned it.
Stephen's hand, free again, went back to the hollow shells. Symbols too of beauty and of power. A lump in my pocket: symbols soiled by greed and misery.
— Don't carry it like that, Mr Deasy said. You'll pull it out somewhere and lose it. You just buy one of these machines. You'll find them very handy.
Answer something.
— Mine would be often empty, Stephen said.
The same room and hour, the same wisdom: and I the same. Three times now. Three nooses round me here. Well? I can break them in this instant if I will.
— Because you don't save, Mr Deasy said, pointing his finger. You don't know yet what money is. Money is power. When you have lived as long as I have. I know, I know. If youth but knew. But what does Shakespeare say? Put but money in thy purse.
— Iago, Stephen murmured.
He lifted his gaze from the idle shells to the old man's stare.
— He knew what money was, Mr Deasy said. He made money. A poet, yes, but an Englishman too. Do you know what is the pride of the English? Do you know what is the proudest word you will ever hear from an Englishman's mouth?
The seas' ruler. His seacold eyes looked on the empty bay: history is to blame: on me and on my words, unhating.
— That on his empire, Stephen said, the sun never sets.
— Ba! Mr Deasy cried. That's not English. A French Celt said that. He tapped his savingsbox against his thumbnail.
— I will tell you, he said solemnly, what is his proudest boast. I paid my way.
Good man, good man.
— I paid my way. I never borrowed a shilling in my life. Can you feel that? I owe nothing. Can you?
Mulligan, nine pounds, three pairs of socks, one pair brogues, ties. Curran, ten guineas. McCann, one guinea. Fred Ryan, two shillings. Temple, two lunches. Russell, one guinea, Cousins, ten shillings, Bob Reynolds, half a guinea, Koehler, three guineas, Mrs MacKernan, five weeks' board. The lump I have is useless.
— For the moment, no, Stephen answered.
(James Joyce 1922)
La lettura del brano originale è tratta da: Ulysses Broadcast - RTE Radio 1982

Ecco i testi delle traduzioni in italiano dall'Ulisse lette e citate in questo video:
Un’aria stantia di fumo gravava nello studio insieme all’odore del cuoio logoro e scolorito delle sedie. Come il primo giorno che egli contrattò con me qui. Come era nel principio, è ora. Sulla credenza il vassoio di monete dell’epoca Stuart, vile tesoro di una torbiera: e sempre sarà. E comodi nel loro astuccio di velluto violetto, sbiadito, i cucchiaini sormontati dai dodici apostoli che han predicato a tutti i gentili: nei secoli dei secoli.
Un passo rapido sul lastrico del porticato e nel corridoio. Soffiando all’infuori i suoi radi baffi Mr Deasy si fermò al tavolo.
– Anzitutto, la nostra piccola questione amministrativa, disse.
Estrasse dalla giacca un portafogli assicurato da un cinturino di cuoio. Si aprì di scatto, ed egli ne estrasse due banconote, una delle quali formata da due metà unite insieme, e le depose con cura sul tavolo.
– Due, disse, fermando il cinturino e riponendo il portafogli.
E ora la camera blindata per l’oro. La mano imbarazzata di Stephen si mosse sulle conchiglie ammucchiate nel freddo mortaio di pietra: buccini e monete cauri e conchiglie maculate: e questa, attortigliata come il turbante di un emiro, e questa, valva del nicchio di San Giacomo. Il gruzzolo di un antico pellegrino, morto tesoro, vuoti gusci di conchiglie.
Una sovrana cadde, lucente e nuova, sulla soffice peluria del tappeto del tavolo.
– Tre, disse Mr Deasy, rigirando in mano il suo forzieretto metallico. Questi sono aggeggi pratici. Vede. Questo è per le sovrane. Questo per gli scellini. Le monete da sei pence, le mezze corone. E qui le corone. Vede.
Ne fece uscire due corone e due scellini.
– Tre e dodici, disse. Credo che troverà che il conto torna.
– Grazie, signore, disse Stephen, raccogliendo insieme il denaro con timida fretta e infilandolo tutto in una tasca dei pantaloni.
– Grazie di nulla, disse Mr Deasy. Se lo è guadagnato.
La mano di Stephen, di nuovo libera, tornò ai vuoti gusci di conchiglia. Simboli anche di bellezza e di potenza. Un rigonfio nella tasca: simboli insozzati di avidità e infelicità.
– Non li porti così, disse Mr Deasy. Li tirerà fuori da qualche parte e li perderà. Compri uno di questi arnesi. Li troverà molto pratici.
Rispondere qualcosa.
– Il mio sarebbe spesso vuoto, disse Stephen.
La stessa stanza e la stessa ora, la stessa saggezza: ed io lo stesso. Tre volte ora. Tre cappi intorno al mio collo qui. Bene. Li posso spezzare in questo istante se voglio.
– Perché lei non risparmia, disse Mr Deasy, puntando un dito. Lei non sa ancora cos’è il denaro. Il denaro è potere. Quando lei avrà vissuto quanto me. Lo so, lo so. Solo che i giovani sapessero. Ma cosa dice Shakespeare? Solo, metti danaro nella borsa.
– Iago, mormorò Stephen.
Levò gli occhi dalle vane conchiglie per incontrare lo sguardo del vecchio.
– Lui lo sapeva cos’era il denaro, disse Mr Deasy. Ha fatto quattrini. Poeta sì, ma anche inglese. Lo sa lei cos’è il vanto degli inglesi? Lo sa qual è la parola più fiera che udirà mai uscire dalla bocca di un inglese?
Il signore delle onde. I suoi occhi freddi come il mare guardavano la baia vuota: la colpa è della storia sembra: su di me e sulle mie parole, senza odio.
– Che sul suo impero, disse Stephen, non tramonta mai il sole.
– Bah! esclamò Mr Deasy. Quello non è inglese. Quello lo disse un celta francese. 
Tambureggiò col suo piccolo forziere contro l’unghia del pollice.
– Glielo dirò io, disse solennemente, qual è il suo vanto più fiero. Ho pagato.
Brav’uomo, brav’uomo.
– Ho pagato. Non ho mai preso in prestito uno scellino in vita mia. Può sentirsi così lei? Non devo nulla. Può capirlo?
A Mulligan, nove sterline, tre paia di pedalini, un paio di stivali, cravatte. A Curran, dieci ghinee. A McCann, una ghinea. A Fred Ryan, due scellini. A Temple, due colazioni. A Russell, una ghinea, a Cousins, dieci scellini, a Bob Reynolds, mezza ghinea, a Koehler, tre ghinee, a Mrs MacKernan, cinque settimane di pensione. Il rigonfio che ho in tasca è inutile.
– Per il momento, no, rispose Stephen.
(Giulio De Angelis 1960 Mondadori)
Nello studio aleggiava aria fumosa e stantia mista all’odore della pelle bruna e consunta delle sedie. Come il primo giorno in cui qui con me contrattava. Come era al principio, è ora. Sulla credenza il vassoio di monete epoca Stuart, vile tesoro d’una torbiera: e sempre. E comodi nella loro scatola felpata per cucchiaini color porpora, sbiaditi, i dodici apostoli che hanno predicato davanti a tutti i gentili: nei secoli dei secoli.
Un passo affrettato lungo il porticato di pietra e nel corridoio. Soffiando sui baffi radi Mr Deasy si fermò accanto al tavolo.
– Prima, facciamo i nostri conticini, disse.
Prese dal cappotto un taccuino legato da una cinghia di pelle. Aperto vi estrasse due banconote, una composta di due metà unite, per posarle con cura sul tavolo.
– Due, disse, riallacciando il taccuino e riponendolo via.
E ora la sua stanza blindata per l’oro. La mano imbarazzata di Stephen si muoveva sulle conchiglie accumulate nel freddo mortaio in pietra: buccini e monete cipree e conchiglie a chiazze di leopardo: questa, a spirale come un turbante d’emiro, e quest’altra, il ventaglio di san Giacomo. Il gruzzolo d’un vecchio pellegrino, tesoro morto, conchiglie vuote.
Una sovrana cadde, lucente e nuova, sulle fibre soffici del copritavola.
– Tre, disse Mr Deasy, rigirando nella mano il piccolo salvadanaio. Sono oggetti utili. Guardi. Questo è per le sovrane. Questo per gli scellini, i sei pence, le mezze corone. E qui le corone. Guardi.
Tirò fuori di colpo due corone e due scellini.
– Tre e dodici, disse. Come vede, è la somma giusta.
– La ringrazio, signore, disse Stephen, radunando insieme il denaro con timido zelo e infilando il tutto in una tasca dei pantaloni.
– Non c’è bisogno che mi ringrazi, fece Mr Deasy. Se li è guadagnati.
La mano di Stephen, di nuovo libera, tornò alle conchiglie vuote. Anch’esse simboli di bellezza e potere. Un bozzo in tasca. Simboli insudiciati di avidità e miseria.
– Non li tenga così, disse Mr Deasy. Prima o poi li tirerà fuori e li perderà. Si compri uno di questi oggetti. Li troverà davvero pratici.
Rispondi qualcosa.
– Il mio sarebbe spesso vuoto, disse Stephen.
La stessa stanza e ora, la stessa saggezza: e io lo stesso. Tre volte già. Tre cappi per me qui. Beh. Potrei romperli in quest’istante se volessi.
– Perché non risparmia, disse Mr Deasy, indicando con un dito. Lei non lo sa ancora cosa sia il denaro. Il denaro è potere, quando hai vissuto tanto quanto me. Lo so, lo so. Se solo i giovani sapessero. Ma cos’è che dice Shakespeare? Metti solo il denaro in borsa.
– Iago, mormorò Stephen.
Alzò lo sguardo intenso dalle inutili conchiglie agli occhi fissi del vecchio.
– Lui lo sapeva cosa fosse il denaro, disse Mr Deasy. Faceva soldi, lui. Un poeta ma anche un inglese. Lo sa, lei, qual è l’orgoglio degli inglesi? Lo sa qual è la frase più orgogliosa che mai sentirà dalla bocca di un inglese?
Il dominatore dei mari. I suoi occhi freddi come il mare squadravano la baia vuota: è colpa della storia: su di me e sulle mie parole, non odiate.
– Sull’impero, disse Stephen, il sole non tramonta mai.
– Ma che! esclamò Mr Deasy. Questo non è inglese. L’ha detto un celta francese.
Tamburellava sul salvadanaio con l’unghia del pollice.
– Glielo dico io, fece solennemente, qual è il loro maggior vanto. Mi son pagato tutto.
Brav’uomo, brav’uomo.
– Mi son pagato tutto. Lei può dirlo? Non ho mai chiesto in prestito uno scellino in vita mia. Può dirlo? Non devo nulla a nessuno. Può lei?
Mulligan, nove sterline, tre paia di calzini, un paio di scarpacce, cravatte. Curran, dieci ghinee. McCann, una ghinea. Fred Ryan, due scellini. Temple, due pranzi. Russell, una ghinea, Cousins, dieci scellini, Bob Reynolds, mezza ghinea, Köhler, tre ghinee, Mrs McKernan, cinque settimane di vitto. Il mio bozzo è inutile.
– Al momento, no, rispose Stephen.
(Enrico Terrinoni 2012 Newton Compton) 
Stantio odore di fumo aleggiava nell’ufficio, assieme a quello del cuoio vecchio e scolorito delle sedie. Come nel primo giorno in cui ha contrattato qui con me. Come era in principio ora è, tale e quale. Sulla credenza il vassoio con monete d’epoca Stuart, tesoro da due soldi trovato in una torbiera, e cosí sempre sarà. E a posto come si deve, sul portacucchiaini di felpa color porpora sbiadita, i dodici apostoli che predicarono la fede a tutti i gentili: mondo senza fine.
Un passo frettoloso sul lastrico del porticato e nel corridoio. Soffiando in fuori i radi baffi, Mr Deasy s’arrestò presso il tavolo.
– Anzitutto, la nostra piccola faccenda finanziaria, disse.
Estrasse dalla giacca un portafoglio chiuso da un cinturino in cuoio. Tac, portafoglio aperto, donde prese due banconote, una d’esse piegata in due, e le depose riguardosamente sul tavolo.
– Due, disse, richiudendo e indi riponendo il portafoglio.
E adesso tocca all’oro della sua cassaforte. La mano imbarazzata di Stephen si muoveva sulle conchiglie ammucchiate in un freddo mortaio di pietra, buccini e cauri e nicchi maculati, e quella a torciglione come il turbante d’un emiro, e la conchiglia di san Giacomo. Collezione d’un vecchio pellegrino, tesoro defunto, gusci vuoti.
Una sovrana, nuova e lucente, cadde sulla tovaglia del tavolo, soffice e lanosa.
– E tre! fece Mr Deasy, rigirandosi in mano il piccolo salvamonete. Questi sono aggeggi pratici! Qui ci vanno le sovrane, qui gli scellini, qui i sei pence, qui le mezze corone, e qui le corone. Vede?
Fece saltar fuori dall’aggeggio due corone e due scellini.
– Che fa tre e dodici, disse. Penso che il conto torni, controlli.
– Grazie, signore, disse Stephen, raccogliendo le monete con fretta da timido e ficcandosi tutto nella tasca dei calzoni.
– Non c’è da ringraziare, rispose Mr Deasy. Se li è guadagnati.
Di nuovo libera, la mano di Stephen tornò alle conchiglie vuote. Simboli anche di bellezza e di potere. Un rigonfio nella tasca. Simboli insozzati da cupidigia e avarizia.
– Non li porti cosí, quei soldi, disse Mr Deasy. Se li tira fuori da qualche parte poi li perde. Dovrebbe comperarsi uno di questi aggeggi. Vedrà come sono pratici!
Rispondi qualcosa.
– Il mio sarebbe sempre vuoto, disse Stephen.
La stessa stanza e la stessa ora e lo stesso buon senso: e io lo stesso. È la terza volta. Tre volte il cappio intorno al collo. Be’, potrei spezzarlo subito se volessi.
– Perché non risparmia, disse Mr Deasy, puntando il dito. Lei ancora non sa cos’è il denaro. Il denaro è potere. Quando uno ha vissuto a lungo come me, lo sa. Io lo so. Se gioventú sapesse! Ma cosa dice Shakespeare? E tu metti denaro in borsa!
– Iago, mormorò Stephen.
Sollevò gli occhi dalle inutili conchiglie fino a incontrare lo sguardo del vecchio.
– Lui sapeva cos’è il denaro, disse Mr Deasy. Ne guadagnava parecchio. Poeta ma anche Inglese. Lei sa qual è l’orgoglio dell’Inglese? Lo sa qual è la parola di massima fierezza che udrà mai dalla bocca d’un Inglese?
Il dominio dei mari. Quegli occhi freddi come il mare guardavano laggiú nella baia deserta: pare che sia colpa della Storia: su di me e le mie parole, nessun odio che tenga.
– Che sul suo impero non tramonta mai il sole, disse Stephen.
– Bah! gridò Mr Deasy. Questo non è inglese. Questo l’ha detto un celtico francese.
Tambureggiava con l’unghia del pollice il suo salvamonete:
– Ora glielo dico io, dichiarò solennemente, qual è la frase di massima vanteria dell’Inglese. Ho sempre pagato il dovuto.
Che brav’uomo, oh che brav’uomo!
– Io ho sempre pagato il dovuto. Non ho mai preso in prestito uno scellino in vita mia. Ci riesce lei a sentirsi cosí? Io non devo niente a nessuno. Ci riesce lei?
Mulligan, nove sterline, tre paia di calzini, un paio di fangose, cravatte. Curran, dieci ghinee. McCann, una ghinea. Fred Ryan, due scellini. Temple, due pranzi. Russell, una ghinea, Cousins, dieci scellini, Bob Reynolds, mezza ghinea, Kohler, tre ghinee, signora McKernan, cinque settimane di pensione. Il gruzzolo che ho in tasca non serve a niente.
– Per il momento no, rispose Stephen.
(Gianni Celati 2013 Einaudi)
Aria rancida di fumo pesava nello studio con l’odore del bigio gibboso cuoio delle poltrone. Così come il primo giorno ha mercanteggiato con me qui. Com’era nel principio e ora. Sul mobiletto il vassoio di monete Stuart, miserabile tesoro di una palude: e sempre. E rannicchiati nel loro cofanetto per cucchiai in purpurea felpa scolorita, i dodici apostoli22 dopo aver predicato a tutti i gentili: nei secoli dei secoli.
Un passo frettoloso sul portico in pietra e nel corridoio. Sbuffando all’infuori i radi baffi, il signor Deasy si fermò al tavolo.
«Prima la nostra piccola pratica finanziaria,» disse.
Estrasse dalla giacca un portafoglio legato con una striscia di cuoio. Si spalancò e lui ne estrasse due banconote, una in due metà incollate, che posò con cura sul tavolo.
«Due,» disse, legando e rimettendo via il portafoglio.
E adesso il suo forziere per l’oro. L’imbarazzata mano di Stephen si muoveva sulle conchiglie ammucchiate nel freddo mortaio di pietra: buccine, monetarie e panterine; e questa, convoluta come il turbante di un emiro, e questa, la conchiglia di San Giacomo. Peculio di un vecchio pellegrino, tesoro morto, gusci vuoti.
Una sovrana cadde, scintillante e nuova, sulla morbida peluria della tovaglia.
«Tre,» disse il signor Deasy, rigirandosi in mano il suo piccolo salvadanaio. «Questi sono oggetti pratici. Guardi. Qui le sovrane. Qui scellini, sei pence, mezze corone. E qui le corone. Guardi.»
Ne fece schizzare fuori due corone e due scellini.
«Tre e dodici,» disse. «Credo troverà che è giusto.»
«Grazie, signore,» disse Stephen raccattando i soldi con timida premura e mettendoli tutti in una tasca dei pantaloni.
«Assolutamente nessun grazie,» ribatté il signor Deasy. «L’ha guadagnato.»
La mano di Stephen, di nuovo libera, tornò ai gusci vuoti. Simboli anche di bellezza e di potere. Un rigonfio nella mia tasca. Simboli insozzati da avidità e disgrazia.
«Non lo porti in giro così,» disse il signor Deasy. «Lo tirerà fuori da qualche parte e lo perderà. Comperi una di queste macchinette. Le troverà molto pratiche.»
Rispondi qualcosa.
«La mia sarebbe spesso vuota,» disse Stephen.
Stessa stanza e stessa ora, stessa saggezza; e io, lo stesso. Tre volte, ormai. Tre cappi attorno a me, qui. E allora? Posso spezzarli in questo istante, se voglio.
«Perché lei non risparmia,» replicò il signor Deasy, puntando il dito. «Non sa ancora cosa sia il denaro. Il denaro è potere, quando si è vissuto a lungo quanto me. Io so, so. Se la gioventù sapesse. Ma cosa dice Shakespeare? Metti denaro nella borsa.»
«Iago,» mormorò Stephen.
Sollevò gli occhi dalle oziose conchiglie allo sguardo fisso del vecchio.
«Sapeva cosa sono i soldi,» disse il signor Deasy. «Li faceva, i soldi. Poeta, sì, ma anche inglese. Lo sa qual è il vanto degli inglesi? Lo sa qual è l’espressione più fiera che sentirà mai dalla bocca di un inglese?»
Il dominatore dei mari. I suoi occhi freddo mare guardarono alla baia deserta; {pare} sia colpa della storia; per me e per le mie parole, senza odio.
«Che sul suo impero,» rispose Stephen, «il sole non tramonta mai.»
«Ba!» gridò il signor Deasy. «Quella non è inglese. L’ha detta un celta francese.»
E si picchiettò la scatoletta delle monete sull’unghia del pollice.
«Glielo dico io,» enunciò solennemente, «qual è il vanto più fiero dell’inglese. Me lo sono pagato.»
Brav’uomo, brav’uomo.
«Me lo sono pagato. Non ho mai preso a prestito uno scellino in vita mia. Può sentirsi così lei? Non devo niente. Eh?»
Mulligan, nove sterline, tre paia di calze, un paio di scarpe, cravatte. Curran, dieci ghinee. McCann, una ghinea. Fred Ryan, due scellini. Temple, due pranzi. Russell, una ghinea, Cousins, dieci scellini, Bob Reynolds, mezza ghinea, Köhler, tre ghinee, la signora McKernan, cinque settimane di pensione. Il rigonfio che ho è inutile.
«Per il momento no,» rispose Stephen.
(Mario Biondi 2020 La Nave di Teseo)

venerdì 19 febbraio 2021

#29 Sargent


Averroè - Cappellone degli Spagnoli
S. Maria Novella - Firenze

Fra simboli algebrici, filosofi medievali, danze moresche, vediamo emergere in Dedalus anche un moto compassionevole che non gli avevamo ancora riconosciuto. Il bizzarro e distratto maestro cerca di aiutare Sargent, l'ultimo della classe, anche lui in fondo vittima di un sistema di istruzione e un modello di cultura in decadenza.

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Ecco il testo in lingua originale del brano citato dall'Ulysses in questo video:
Sargent who alone had lingered came forward slowly, showing an open copybook. His tangled hair and scraggy neck gave witness of unreadiness and through his misty glasses weak eyes looked up pleading. On his cheek, dull and bloodless, a soft stain of ink lay, dateshaped, recent and damp as a snail's bed.
He held out his copybook. The word Sums was written on the headline. Beneath were sloping figures and at the foot a crooked signature with blind loops and a blot. Cyril Sargent: his name and seal.
— Mr Deasy told me to write them out all again, he said, and show them to you, sir.
Stephen touched the edges of the book. Futility.
— Do you understand how to do them now? he asked.
— Numbers eleven to fifteen, Sargent answered. Mr Deasy said I was to copy them off the board, sir.
— Can you do them yourself? Stephen asked.
— No, sir.
Ugly and futile: lean neck and tangled hair and a stain of ink, a snail's bed. Yet someone had loved him, borne him in her arms and in her heart. But for her the race of the world would have trampled him underfoot, a squashed boneless snail. She had loved his weak watery blood drained from her own. Was that then real? The only true thing in life? His mother's prostrate body the fiery Columbanus in holy zeal bestrode. She was no more: the trembling skeleton of a twig burnt in the fire, an odour of rosewood and wetted ashes. She had saved him from being trampled underfoot and had gone, scarcely having been. A poor soul gone to heaven: and on a heath beneath winking stars a fox, red reek of rapine in his fur, with merciless bright eyes scraped in the earth, listened, scraped up the earth, listened, scraped and scraped.
Sitting at his side Stephen solved out the problem. He proves by algebra that Shakespeare's ghost is Hamlet's grandfather. Sargent peered askance through his slanted glasses. Hockeysticks rattled in the lumberroom: the hollow knock of a ball and calls from the field.
Across the page the symbols moved in grave morrice, in the mummery of their letters, wearing quaint caps of squares and cubes. Give hands, traverse, bow to partner: so: imps of fancy of the Moors. Gone too from the world, Averroes and Moses Maimonides, dark men in mien and movement, flashing in their mocking mirrors the obscure soul of the world, a darkness shining in brightness which brightness could not comprehend.
— Do you understand now? Can you work the second for yourself?
— Yes, sir.
In long shaky strokes Sargent copied the data. Waiting always for a word of help his hand moved faithfully the unsteady symbols, a faint hue of shame flickering behind his dull skin. Amor matris: subjective and objective genitive. With her weak blood and wheysour milk she had fed him and hid from sight of others his swaddling bands.
Like him was I, these sloping shoulders, this gracelessness. My childhood bends beside me. Too far for me to lay a hand there once or lightly. Mine is far and his secret as our eyes. Secrets, silent, stony sit in the dark palaces of both our hearts: secrets weary of their tyranny: tyrants, willing to be dethroned.
The sum was done.
— It is very simple, Stephen said as he stood up.
— Yes, sir. Thanks, Sargent answered.
He dried the page with a sheet of thin blottingpaper and carried his copybook back to his desk.
— You had better get your stick and go out to the others, Stephen said as he followed towards the door the boy's graceless form.
— Yes, sir.
(James Joyce 1922)
La lettura del brano originale è tratta da: Ulysses Broadcast - RTE Radio 1982

Ecco i testi delle traduzioni in italiano dall'Ulisse lette e citate in questo video:
Sargent, il solo che avesse indugiato, si fece avanti con lentezza tenendo un quaderno aperto. I capelli folti e il collo scarno davano a divedere un che di tardo e attraverso le lenti appannate deboli occhi si levavano imploranti. Sulla gota, smorta ed esangue, c’era una lieve macchia d’inchiostro, a forma di dattero, recente e umida come una traccia di lumaca.
Porse il quaderno. In cima alla pagina stava scritta la parola Operazioni. Sotto c’erano delle cifre sbilenche, in fondo una firma contorta, con gli occhielli delle lettere ciechi e una macchia. Cyril Sargent: firma e suggello.
– Mr Deasy mi ha detto di riscriverle tutte, disse, e di fargliele vedere, professore.
Stephen toccò gli orli del quaderno. Nullità.
– Ha capito ora come si fanno? domandò.
– Dall’esercizio undici al quindici, rispose Sargent. Mr Deasy ha detto che dovevo copiarle dalla lavagna, signore.
– Le sa fare da sé? domandò Stephen.
– No, professore.
Brutto e nullo: collo magro e capelli folti e una macchia d’inchiostro, una traccia di lumaca. Eppure c’era una che lo aveva amato, portato in braccio e dentro al cuore. Se non fosse stato per lei la maratona del mondo lo avrebbe schiacciato sotto i piedi, spiaccicata lumaca senza vertebre. Lei aveva amato quel debole sangue acquoso trasfuso dal proprio. Era dunque vero? La sola cosa autentica della vita? Sul corpo prostrato della madre cavalcò nel suo santo zelo il focoso Colombano. Essa non era più: lo scheletro tremante di un ramoscello bruciato nel focolare, un sentor di legno di rosa e di cenere umida. Aveva impedito che lo schiacciassero sotto i piedi; e se ne era andata, senza quasi essere esistita. Un’animuccia andata in cielo: e in una landa sotto l’ammiccare delle stelle una volpe, rosso fortore di rapina nel pelo, con occhi lustri spietati grattava nella terra, ascoltava, grattava via la terra, ascoltava, grattava e grattava.
Seduto accanto a lui, Stephen risolveva il problema. Dimostra con l’algebra che lo spettro di Shakespeare è il nonno di Amleto. Sargent guardava in tralice attraverso gli occhiali a sghimbescio, le mazze da hockey sbattevano nel ripostiglio: il colpo sordo d’una palla e richiami dal campo.
Attraverso la pagina i simboli si muovevano in solenne moresca, sotto le maschere delle loro lettere, con bizzarre berrette di quadrati e cubi. Date la mano, traversate, inchinatevi alla dama: così: demonietti usciti dalla fantasia dei Mori. Scomparsi anche loro dal mondo, Averroè e Mosè Maimonide, uomini scuri nel volto e nel gesto, che facevano balenare nei loro specchi beffardi l’anima buia del mondo, un’oscurità splendente nella luce, che la luce non poteva comprendere.
– Capisce ora? Riesce a fare da solo quella dopo?
– Sì, professore.
Con lunghi tratti tremuli Sargent ricopiò i dati. Sempre in attesa di una parola di aiuto, la mano moveva fedelmente i simboli incerti, un debole color di vergogna lippolando sotto la pelle opaca. Amor matris: genitivo soggettivo e oggettivo. Col sangue debole e il latte sieroso l’aveva nutrito e aveva nascosto agli occhi degli altri le sue fasce.
Ero come lui, queste spalle cadenti, questa sgraziataggine. La mia infanzia si china qui accanto a me. Troppo distante perché io possa posarvi la mano anche una sola volta, o lievemente. La mia è distante e la sua segreta come i nostri occhi. Silenziosi, pietrosi, segreti sono insediati nei palazzi bui di entrambi i nostri cuori: segreti stanchi della loro tirannide: tiranni disposti a essere detronizzati.
L’operazione era fatta.
– È semplicissimo, disse Stephen alzandosi.
– Sì, professore. Grazie, rispose Sargent.
Asciugò la pagina con un sottile foglio di carta assorbente e riportò il quaderno al suo banco.
– Meglio che adesso lei vada a prendere la mazza e raggiunga gli altri, disse Stephen, seguendo verso la porta la figura sgraziata del ragazzo.
– Sì, signore.  
(Giulio De Angelis 1960 Mondadori)
Sargent, che solo s’era attardato si fece avanti lentamente, mostrando un quaderno aperto. I capelli arruffati e il collo ossuto testimoniavano di una certa svogliatezza, e attraverso gli occhiali appannati occhi deboli guardavano dal basso supplicanti. Sulla sua guancia, smunta ed esangue, vi era una leggera macchia d’inchiostro, a forma di dattero, recente e umida come la scia di una lumaca.
Porse il suo quaderno. Scritta in alto la parola Calcoli. Sotto c’erano figure incrinate e in basso una firma contorta con occhielli ciechi e una macchia. Cyril Sargent: il suo nome e sigillo.
– Mr Deasy mi ha detto di riscriverle tutte, disse, e di mostrarle a lei, signore.
Stephen sfiorò i lembi del quaderno. Inutilità.
– Ora l’hai capito come devi farli? chiese.
– Numeri da undici a quindici, rispose Sargent. Mr Deasy ha detto che dovevo copiarli dalla lavagna, signore.
– Li sai fare da solo? chiese Stephen.
– No, signore.
Brutto e inutile: collo lungo e capelli arruffati e una macchia d’inchiostro, una scia di lumaca. Eppure qualcuna l’aveva amato, tenuto tra le braccia e nel cuore. Non fosse stato per lei, in quella gara che è il mondo l’avrebbero calpestato, una smidollata lumaca spiaccicata. Ne aveva amato il debole sangue annacquato, succhiato dal suo. Era forse vero? L’unica cosa vera della vita? Il corpo prostrato della madre l’impetuoso Colombano in ardente zelo scavalcò. Lei non era più: lo scheletro tremante d’un ramoscello bruciato nel fuoco, un odore di legno di rosa e ceneri bagnate. Aveva evitato che lo calpestassero e se n’era andata, a malapena avendo vissuto. Una pover’anima andata in paradiso: e sulla brughiera sotto stelle scintillanti una volpe, rosso afrore di rapina nella pelliccia, con occhi lucidi e impietosi raschiava nella terra, ascoltava, raschiava via la terra, ascoltava, raschiava e raschiava.
Seduto al suo fianco Stephen risolveva il problema. Prova con l’algebra che il fantasma di Shakespeare è il nonno di Amleto, lui. Sargent sbirciò di traverso attraverso gli occhiali obliqui. Mazze da hockey tamburellavano nel ripostiglio: il colpo sordo di una palla e grida dal campo.
Sulla pagina i simboli si muovevano in solenne danza moresca, nella ridicola cerimonia delle lettere, indossando curiosi cappelli di quadrati e cubi. Dare la mano, attraversare, inchinarsi al compagno: così: diavoletti di fantasia dei mori. Anche loro scomparsi dal mondo. Averroè e Mosè Maimonide, uomini scuri all’aspetto e nelle movenze, che mettevano in mostra nei loro specchi dileggianti l’oscura anima del mondo, un’oscurità che risplende nella luminosità che la luminosità non riesce a comprendere.
– Ora lo capisci? Lo sai fare da solo il secondo?
– Sì, signore.
In lunghi tremolanti tratti Sargent copiava i dati. Sempre in attesa di una parola d’aiuto la sua mano muoveva fedelmente i simboli incerti, una tinta fievole di vergogna vacillante dietro la pelle opaca. Amor matris: genitivo soggettivo e oggettivo. Col suo sangue debole e il latte acido di siero, lei l’aveva nutrito tenendo nascoste alla vista altrui le sue fasce.
Come lui ero io, stesse spalle cascanti, stessa grazia assente. La mia infanzia si inchina accanto a me. Troppo lontana per posarvi una mano una volta o con leggerezza. La mia è lontana e la sua segreta come i nostri occhi. Segreti, silenziosi, sassosi siedono negli oscuri palazzi d’entrambi i cuori: segreti stanchi della loro tirannia: tiranni desiderosi d’esser detronizzati.
Il calcolo era fatto.
– È molto semplice, disse Stephen alzandosi.
– Sì, signore. Grazie, rispose Sargent.
Asciugò la pagina con un foglio leggero di carta assorbente e riportò il quaderno al suo banco.
– Faresti bene a prendere la tua mazza e a unirti agli altri, disse Stephen, seguendo fino alla porta la sagoma sgraziata del ragazzo.
– Sì, signore.
(Enrico Terrinoni 2012 Newton Compton) 
Sargent, l’unico rimasto, venne avanti a passo lento col quaderno aperto. Dai capelli arruffati e dal collo di gallina si vedeva un che di ritardato, e attraverso le lenti appannate i suoi deboli occhi guardavano imploranti. Sulla guancia terrea, esangue, c’era una tenue macchia d’inchiostro in forma di dattero, recente e ancora umida come la scia d’una lumaca.
Tese il quaderno a Stephen. La parola Aritmetica scritta in capo alla pagina. Sotto c’erano delle cifre sbilenche e in basso una firma contorta, con occhielli delle lettere confusi e una macchia. Cyril Sargent: suo nome e sigillo.
– Mr Deasy mi ha detto di riscrivere tutto, disse, e di mostrarglielo.
Stephen sfiorò i bordi del quaderno. Tutto futile e vacuo.
– Hai capito adesso queste operazioni? domandò.
– Dall’esercizio undici al quindici, rispose Sargent. Mr Deasy ha detto che dovevo copiarle dalla lavagna.
– Le sai fare da solo? domandò Stephen.
– No, professore.
Brutto e insignificante: collo magro, capelli arruffati e una macchia d’inchiostro, scia di lumaca. Eppur qualcuno l’aveva amato, una donna l’aveva tenuto in braccio e stretto al proprio seno. Se non fosse stato per lei, sarebbe rimasto schiacciato nella grande competizione del mondo, flaccida lumaca spiaccicata al suolo. Lei aveva amato quel sangue astenico, acquoso, trasfuso dal suo. Era questa la realtà? L’unica cosa vera della vita? Il corpo esausto della madre, nel suo santo zelo il focoso Colombano ci passò sopra. Lei non era piú: il tremante scheletro d’un ramoscello consumato dal fuoco, odore di legno di rosa e ceneri bagnate. Lei l’aveva salvato dall’esser schiacciato sotto i piedi, poi se n’era andata, esistita appena. Anima senza veli volata nei cieli. E nella landa sotto le stelle scintillanti, una volpe, rosso fortore di rapina nel suo pelo, con occhi lustri e impietosi, grattava la terra, drizzava le orecchie, poi grattava e grattava.
Seduto accanto al ragazzo, Stephen gli risolse il problema. Dimostra con l’algebra che lo spettro di Shakespeare è il nonno di Amleto. Sargent lo sbirciava attraverso le lenti, di sbieco. Mazze da hockey sbatacchiavano nella stanza degli attrezzi: sordo cozzo d’una palla e richiamo dal campo.
Sulla pagina i simboli danzavano la loro moresca, nella mascherata delle lettere curiosamente imberrettate con elevazioni al quadrato e al cubo. Datevi la mano, venite avanti, salutate la vostra dama: ecco, cosí. Spiritelli usciti dalla fantasia dei Mori. Anch’essi passati via dal mondo, Averroè e Maimonide, scuri in volto e nei gesti, fecero balenar nei loro specchi beffardi l’oscura anima del mondo, un buio che riluce in lampi e che la luce non è riuscita a comprendere.
– Hai capito adesso? Riesci a svolgere quell’altro problema da solo?
– Sí, professore.
Con lunghi colpi di penna vacillanti, Sargent ricopiò i numeri. Sempre in attesa d’una parola di soccorso, la sua mano metteva in moto con scrupolo quegli incerti simboli, mentre un vago color di vergogna baluginava sotto la sua terrea epidermide. Amor matris: genitivo soggettivo e oggettivo. Col suo sangue povero e latte sieroso, lei l’aveva nutrito e aveva nascosto agli sguardi altrui le fasce con cui lo fasciava da pargolo.
Io ero come lui, quelle spalle cadenti, quella goffaggine. La mia infanzia è qui a testa bassa accanto a me. Troppo lontana per poter appoggiarvi una mano o anche sfiorarla. La mia è lontana e la sua segreta come i nostri occhi. Silenziosi, pietrosi segreti nei bui palazzi dei cuori di entrambi. Segreti stanchi della propria tirannia, tiranni che vorrebbero esser defenestrati.
L’operazione era conclusa.
– È molto semplice, disse Stephen alzandosi.
– Sí, professore. Grazie, rispose Sargent.
Asciugò la pagina con un foglio di sottile carta assorbente e riportò il quaderno al suo banco.
– Ora è meglio che prendi la tua mazza e corri a raggiungere gli altri, fece Stephen mentre accompagnava la sgraziata figura dello scolaro verso la porta.
– Sí, professore.
(Gianni Celati 2013 Einaudi)
Sargent, il solo che era rimasto lì, si fece avanti lentamente, mostrando un quaderno aperto. I capelli arruffati e il collo scheletrico erano testimoni di ritardo, e attraverso gli occhiali annebbiati due occhi miopi guardavano all’insù imploranti. Sulla guancia, spenta ed esangue, posava una macchiolina d’inchiostro, in forma di dattero, recente e umida come la scia di una lumaca.
Porse il suo quaderno. Nel titolo era scritta la parola Operazioni. Più sotto numeri sbilenchi e in fondo una firma contorta con occhielli ciechi e una macchia. Cyril Sargent: suo nome e sigillo.
«Il signor Deasy mi ha detto di riscriverle tutte,» disse, «e mostrarle a lei, signore.»
Stephen toccò i bordi del quaderno. Senza speranza.
«Hai capito come si fanno, adesso?» chiese.
«Dall’undici al quindici,» rispose Sargent. «Il signor Deasy ha detto che dovevo copiarle dalla lavagna, signore.»
«Le sai fare da solo?» chiese Stephen.
«No, signore.»
Brutto e insignificante: collo scarno, capelli arruffati e una macchia d’inchiostro, una scia di lumaca. Eppure una donna lo aveva amato, portato fra le braccia e nel cuore. Se non fosse stato per lei la calca del mondo lo avrebbe calpestato, spiaccicata lumaca priva di ossa. Lei aveva amato il suo debole sangue acquoso, frutto del proprio. Era dunque reale questo? L’unica cosa vera della vita?12 Il corpo prostrato della madre l’infuocato Colombano aveva scavalcato in preda a sacro zelo. Ella non era più: il tremante scheletro di uno stecco arso nel fuoco, un sentore di palissandro e ceneri umide. Lei lo aveva salvato dall’essere calpestato e se n’era andata, essendo a malapena stata. Una povera anima andata in paradiso; e su una brughiera sotto un ammiccare di stelle un volpacchiotto, rosso fetore di rapina sulla pelliccia, con spietati occhi sfavillanti raspava nella terra, ascoltava, raspava su la terra, ascoltava, raspava e raspava.
Seduto al suo fianco Stephen risolse il problema. Dimostra per mezzo dell’algebra che il fantasma di Shakespeare è il nonno di Amleto. Sargent sbirciava di sguincio attraverso gli occhiali inclinati. Mazze da hockey sbatacchiavano nel ripostiglio: lo schiocco sordo di una palla e grida dal campo.
Sulla pagina i simboli si muovevano in una solenne moresca, nella mascherata dei loro caratteri, con bizzarri copricapi di quadrato e cubo. Dare la mano, incrociarsi, inchinarsi al partner; così; folletti dell’immaginazione dei Mori. Andati via anch’essi dal mondo, Averroè e Mosè Maimonide, uomini scuri di aspetto e movimento, che avevano fatto balenare nei loro irridenti specchi l’anima oscura del mondo, una tenebra splendente nella luce, che la luce non poteva comprendere.
«Capisci, adesso? Riesci a fare la seconda da solo?»
«Sì, signore.»
In lunghi tratti tremolanti Sargent copiò i dati. Sempre in attesa di una parola d’aiuto la sua mano muoveva fedelmente i malfermi simboli, una vaga tonalità di vergogna baluginante sotto la sua pelle spenta. Amor matris: genitivo soggettivo e oggettivo. Con il suo sangue debole e il latte acido di siero lo aveva nutrito e aveva celato alla vista degli altri le sue fasce.
Come lui ero io, queste spalle cadenti, questa sgraziataggine. La mia infanzia è qui ingobbita al mio fianco. Troppo lontana perché io vi posi una mano anche una sola volta o lievemente. La mia è lontana e la sua segreta come i nostri occhi. Segreti, silenziosi, di pietra risiedono nei bui palazzi di entrambi i nostri cuori; segreti stanchi della loro tirannide; tiranni desiderosi di essere detronizzati.
L’operazione era fatta.
«È molto semplice,» disse Stephen alzandosi.
«Sì, signore. Grazie,» rispose Sargent.
Asciugò la pagina con un foglio di sottile carta assorbente e riportò il quaderno al suo banco.
«Adesso è meglio che prendi la tua mazza e vai fuori dagli altri,» disse Stephen mentre seguiva verso la porta la sgraziata figura del ragazzo.
«Sì, signore.»
(Mario Biondi 2020 La Nave di Teseo)

sabato 9 gennaio 2021

#28 Indovina indovinello


Volpe nella neve (Gustave Courbet 1860)
La lezione di Dedalus procede ancora fra argomenti interrotti, poesie dimenticate, indovinelli impossibili. Stephen si rivela un maestro distratto e poco capace e la sua classe già pensa piuttosto alla imminente lezione di Hockey.

Per guardare questo e gli altri video su Youtube, clicca qui sotto:
https://www.youtube.com/playlist?list=PLJBcZmWWmlya9nyJ_RDBq3WOnW6twdmYo

La versione in podcast è disponibile su Spotify qui:
https://open.spotify.com/show/05nniQWDcnUfLNkUJ9LXWR?si=U2cFdX26S0etdDljPP2zGQ

Ecco il testo in lingua originale del brano citato dall'Ulysses in questo video:
— Tell us a story, sir.
— O, do, sir. A ghoststory.
— Where do you begin in this? Stephen asked, opening another book.
Weep no more, Comyn said.
— Go on then, Talbot.
— And the history, sir?
— After, Stephen said. Go on, Talbot.
A swarthy boy opened a book and propped it nimbly under the breastwork of his satchel. He recited jerks of verse with odd glances at the text:
—  Weep no more, woful shepherds, weep no more
For Lycidas, your sorrow, is not dead,
Sunk though he be beneath the watery floor...
It must be a movement then, an actuality of the possible as possible. Aristotle's phrase formed itself within the gabbled verses and floated out into the studious silence of the library of Saint Genevieve where he had read, sheltered from the sin of Paris, night by night. By his elbow a delicate Siamese conned a handbook of strategy. Fed and feeding brains about me: under glowlamps, impaled, with faintly beating feelers: and in my mind's darkness a sloth of the underworld, reluctant, shy of brightness, shifting her dragon scaly folds. Thought is the thought of thought. Tranquil brightness. The soul is in a manner all that is: the soul is the form of forms. Tranquility sudden, vast, candescent: form of forms.
Talbot repeated:
—  Through the dear might of Him that walked the waves,
Through the dear might...
— Turn over, Stephen said quietly. I don't see anything.
— What, sir? Talbot asked simply, bending forward.
His hand turned the page over. He leaned back and went on again, having just remembered. Of him that walked the waves. Here also over these craven hearts his shadow lies and on the scoffer's heart and lips and on mine. It lies upon their eager faces who offered him a coin of the tribute. To Caesar what is Caesar's, to God what is God's. A long look from dark eyes, a riddling sentence to be woven and woven on the church's looms. Ay.
Riddle me, riddle me, randy ro.
My father gave me seeds to sow.
Talbot slid his closed book into his satchel.
— Have I heard all? Stephen asked.
— Yes, sir. Hockey at ten, sir.
— Half day, sir. Thursday.
— Who can answer a riddle? Stephen asked.
They bundled their books away, pencils clacking, pages rustling. Crowding together they strapped and buckled their satchels, all gabbling gaily:
— A riddle, sir? Ask me, sir.
— O, ask me, sir.
— A hard one, sir.
— This is the riddle, Stephen said:
The cock crew,
The sky was blue:
The bells in heaven
Were striking eleven.
'Tis time for this poor soul
To go to heaven.
What is that?
— What, sir?
— Again, sir. We didn't hear.
Their eyes grew bigger as the lines were repeated. After a silence Cochrane said:
— What is it, sir? We give it up.
Stephen, his throat itching, answered:
— The fox burying his grandmother under a hollybush.
He stood up and gave a shout of nervous laughter to which their cries echoed dismay.
(James Joyce 1922)
La lettura del brano originale è tratta da: Ulysses Broadcast - RTE Radio 1982

Ecco i testi delle traduzioni in italiano dall'Ulisse lette e citate in questo video:
– Ci racconti una storia, professore.
– Sì, sì, professore. Una storia di fantasmi.
– Dove eravamo rimasti, qui? domandò Stephen, prendendo un altro libro.
Non pianger più, disse Comyn.
– Avanti lei, Talbot.
– E la storia, professore?
– Dopo, disse Stephen. Continui, Talbot.
Un ragazzo bruno aprì un libro e lesto lo appoggiò dietro il baluardo della cartella. Recitò sgorghi di versi gettando sguardi in tralice sul testo:

– Non pianger più, dolente pastore, non pianger più
Ché Lycidas, tuo duolo, non è morto,
Benché sia sprofondato sotto l’equoreo piano…

Dev’essere un movimento, allora, un’attualità del possibile in quanto possibile. La frase di Aristotele si formò fra i versi barbugliati e andò alla deriva fino al silenzio studioso della biblioteca di Sainte-Geneviève dove aveva letto, al riparo da una Parigi peccaminosa, per sere e sere. Gomito a gomito un esile siamese compulsava un manuale di strategia. Cervelli pasciuti e pascentisi intorno a me: sotto lampade a incandescenza, infilzati, con un tenue palpitare delle antenne: e nel buio della mia mente un bradipo del mondo sotterraneo, riluttante, schivo di luce, che muove le sue squamose volute di drago. Pensiero è il pensiero del pensiero. Tranquilla luminosità. L’anima è in certo modo tutto ciò che è: l’anima è la forma delle forme. Tranquillità subitanea, vasta, incandescente: forma delle forme.
Talbot ripeteva:

– Per la terribile possanza di Colui che camminò sulle onde,
Per la terribile possanza…

– Volti pure, disse tranquillamente Stephen. Io non vedo niente.
– Che cosa, professore? domandò candidamente Talbot, chinandosi in avanti.
La sua mano voltò la pagina. Si ritrasse indietro e riprese, perché proprio allora s’era ricordato. Di colui che camminò sull’onde. Anche qui su questi cuori vili si stende la sua ombra e sul cuore e sulle labbra di chi lo irride e sulle mie. Si stende sulle facce bramose di coloro che gli offrirono l’obolo del tributo. A Cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che è di Dio. Un lungo sguardo degli occhi oscuri, una frase enigmatica da tessere e ritessere sui telai della chiesa. Sì.

Indovina, indovinala grillo.
Semi da seminar m’ha dato il babbo.

Talbot infilò il libro chiuso nella cartella.
– Ho sentito tutto? domandò Stephen.
– Sì, professore. Alle dieci c’è hockey, professore.
– Mezza vacanza, professore. È giovedì.
– Chi sa rispondere a un indovinello? domandò Stephen.
Ammonticchiavano i libri, crepitano le matite, fruscio di pagine. Accalcandosi in gruppo infilavano e affibbiavano le cinghie delle cartelle, con un allegro vociferare:
– Un indovinello, professore? Lo dica a me, professore.
– A me, a me, professore.
– Uno difficile, professore.
– Ecco l’indovinello, disse Stephen:

Cantò il gallo al mattino
Il cielo era turchino:
In cielo i battocchi
Davan undici rintocchi.
È ora che quest’animuccia
In cielo vada a cuccia.

Che cos’è?
– Che cos’è, professore?
– Ripeta, professore. Non abbiamo sentito.
I loro occhi si slargavano mentre i versi venivano ripetuti. Dopo una pausa Cochrane disse:
– Che cos’è, professore? Ci arrendiamo.
Stephen, con un prurito in gola, rispose:
– La volpe che seppellisce la nonna sotto un cespo di caprifoglio.
Si alzò e ruppe in una risata nervosa a cui le loro grida fecero un’eco di costernazione.(Giulio De Angelis, 1960, Mondadori)
– Ci racconti una storia, signore.
– Sì, per favore, signore. Una storia di fantasmi.
– Da dove cominciamo con questo? chiese Stephen, aprendo un altro libro.
Non pianger più, disse Comyn.
– Prosegui tu, allora, Talbot.
– E la storia, signore?
– Dopo, disse Stephen. Procedi, Talbot.
Un ragazzo scuro di carnagione aprì un libro e prontamente lo mise al riparo dietro la sua cartella. Recitò brandelli di versi sbirciando ogni tanto il testo:

– Non pianger più, triste pastore, non pianger più
Ché Licida, il tuo dolore, non è morto,
Per quanto affondato sotto l’acqueo piano...

Dev’essere un movimento, allora, un’attualità del possibile in quanto possibile. L’affermazione di Aristotele prese forma nei versi farfugliati per galleggiar nel diligente silenzio della biblioteca di Saint Genevieve dove egli aveva letto, al riparo dal peccato di Parigi, sera dopo sera. Al suo fianco un siamese garbato consultava un manuale di strategia. Menti alimentate e alimentantesi intorno a me: sotto lampade a incandescenza, impalate, con antenne a palpitar leggere: e nell’oscurità del mio pensiero un bradipo dell’oltretomba, riluttante, timoroso di luminosità, che muta pieghe squamose da drago. Il pensiero è il pensiero del pensiero. Tranquilla luminosità. L’anima in un certo senso è tutto quel che è: l’anima è la forma delle forme. Tranquillità improvvisa, vasta, incandescente: forma delle forme.

Talbot ripeteva:

– Per la preziosa potenza di Colui che camminò sull’onde
Per la preziosa potenza...

– Volta pagina, disse Stephen tranquillo. Non vedo nulla.
– Come, signore? chiese semplicemente Talbot, chinandosi in avanti.
La sua mano voltò pagina. Tornò indietro con la schiena e proseguì dopo essersi ricordato. Di Colui che camminò sull’onde. Anche qui su questi cuori vili la sua ombra ricade e sul cuore e le labbra dello schernitore e sulle mie. Ricade sulle loro facce impazienti che hanno offerto a lui un obolo del tributo. A Cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che è di Dio. Un lungo sguardo da occhi scuri, una frase enigmatica da intessere e intessere sui telai della chiesa. Sì.

Indovina indovinello.
Bianca campagna, nera semenza.

Talbot fece scivolare il libro chiuso nella cartella.
– Ho sentito tutto? chiese Stephen.
– Sì, signore. C’è hockey alle dieci.
– Mezza giornata. Giovedì.
– Chi sa risolvere un indovinello? chiese Stephen.
Misero via i libri alla rinfusa, matite che schioccavano, pagine che frusciavano. Ammassandosi insieme legarono e agganciarono le cartelle, tutti gioiosamente ciarlando:
– Un indovinello, signore. Lo chieda a me, signore.
– Oh, lo chieda a me, signore.
– Uno difficile, signore.
– Ecco l’indovinello, disse Stephen:

Il gallo ha cantato
Blu il cielo è diventato:
Le campane in paradiso
Undici rintocchi han suonato
Per la pover’anima il tempo è arrivato
D’andare in paradiso.

Che cos’è?
– Cosa, signore?
– Ancora una volta, signore. Non abbiamo sentito.
I loro occhi s’ingrandivano man mano che i versi venivan ripetuti. Dopo una pausa, Cochrane disse:
– Che cos’è, signore? Ci arrendiamo.
Stephen, con il prurito in gola, rispose:
– La volpe che seppellisce sua nonna sotto un cespuglio d’agrifoglio.
S’alzò in piedi e scoppiò in una risata nervosa alla quale fecero eco i loro gridolini costernati.
(Enrico Terrinoni, 2012, Newton Compton)
– Ci racconti una storia, professore.
– Oh, sí, professore, una storia di fantasmi.
– Qui dove siamo? chiese Stephen, aprendo un altro libro.
Non pianger piú, disse Comyn.
– Leggi tu, Talbot.
– E gli argomenti di storia, professore?
– Dopo, disse Stephen. Avanti, Talbot.
Un ragazzo di carnagione bruna aprí il libro e svelto lo appoggiò alla balaustra della cartella. Recitava pezzi di versi a scatti, occhieggiando il testo in tralice.

Non pianger piú, sconsolato pastore,
Lycidas, ch’è il tuo cruccio, non è morto,
Benché affondato sotto l’acqueo piano.

Dunque dev’essere un moto, uno stato attuale del possibile in quanto possibile. La frase di Aristotele prendeva forma tra i versi barbugliati e galleggiava nel solerte silenzio della biblioteca di Sainte-Geneviève dove l’aveva letta, riparato dai peccati di Parigi, sera dopo sera. Un delicato Siamese compulsava un manuale di strategia, gomito a gomito con lui. Cervelli che nutrono e si nutrono intorno a me: sotto le lampade a filamenti incandescenti, infilzati con antenne che palpitano appena: e nel buio della mia mente un’indolenza del sottomondo, ombroso, schivo alla luce, che muove le sue squamose pliche da drago. Il pensiero è il pensiero del pensiero. Calma chiarità. L’anima insomma è tutto ciò che è: l’anima è la forma delle forme. Improvvisa calma, vasta, incandescente, forma delle forme.
Talbot ripeteva:

Per grazia di Colui che camminò sull’acque…
Per grazia di Colui…

– Volta la pagina, disse Stephen, pacato. Non vedo niente.
– Come, professore? chiese Talbot candidamente, chino in avanti.
La sua mano voltò la pagina. Si raddrizzò e continuò la poesia che gli era tornata in mente. Di colui che camminò sull’acque. La sua ombra si stende anche in questi animi codardi e sulle labbra e sul cuore di chi lo deride e sul mio. Si stende sui volti avidi che gli offriron l’obolo d’una moneta. Dài a Cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che è di Dio. Un lungo sguardo dagli occhi scuri, una frase enigmatica da tessere e ritessere sui telai della chiesa. In effetti.

Indovina indovina indovinello,
Qual seme seminar nel praticello?

Talbot infilò il libro chiuso nella cartella.
– Vi ho sentiti tutti? domandò Stephen.
– Sí professore. Alle dieci abbiamo hockey, professore.
– Mezza giornata, professore. È giovedí.
– Chi sa rispondere a un indovinello? domandò Stephen.
– Un indovinello, professore? Lo chieda a me.
– No, a me, professore!
– Uno difficile, professore.
– Ecco l’indovinello, disse Stephen.

Canta il gallo al mattino
Tutto il cielo è turchino
In cielo una campana
Batte l’ora meridiana
L’ora di volar nei cieli
Per l’anima senza veli.

– Che cos’è?
– Cos’è, professore?
– Lo ripeta, io non ho sentito.
Mentre ripeteva i versi, gli occhi si spalancavano di piú. Dopo un silenzio, Cochrane disse:
– Professore, ci arrendiamo. Che cos’è?
Con una specie di pizzicore in gola, Stephen rispose:
– La volpe che seppellisce sua nonna sotto un cespuglio d’agrifoglio.
Alzandosi gli uscí una risata nervosa, cui fecero eco le grida di costernazione dei ragazzi.
(Gianni Celati, 2013, Einaudi) 

«Ci racconti una storia, signore.»
«Oh, sì, signore. Una storia di fantasmi.»
«Da dove si ricomincia, qui?» chiese Stephen, aprendo un altro libro.
«Più non piangete,» rispose Comyn.
«Allora continua, Talbot.»
«E la storia, signore?»
«Dopo,» rispose Stephen «Forza, Talbot.»
Un ragazzo di carnagione scura aprì un libro e lo sistemò agilmente sotto il bastione della cartella. Quindi prese a recitare fiotti di versi gettando ogni tanto un’occhiata al testo:

«Più non piangete, afflitti pastori, non piangete più:
«Lycidas infatti, vostra pena, non è morto,
«Seppur sotto il piano dell’acqua affondato sia giù»

Dev’essere un movimento, quindi, un atto del possibile in quanto possibile. La frase di Aristotele si formò all’interno dei versi farfugliati e da lì aleggiò verso lo studioso silenzio della biblioteca di Sainte Geneviève dove lui andava a leggere, al riparo dal peccato di Parigi, sera dopo sera. Al suo fianco un delicato siamese consultava un manuale di strategia. Cervelli nutriti e che si nutrivano, attorno a me; sotto lampade a luminescenza, impalati, con antenne che fremevano lievemente; e nel buio della mia mente un bradipo da inferi, riluttante, schivo della luce, che muoveva le sue scagliose spire di drago. Pensiero è il pensiero del pensiero. Luce tranquilla. L’anima è in un certo qual modo tutto ciò che è; l’anima è la forma delle forme. Tranquillità improvvisa, vasta, raggiante: forma delle forme.
Talbot ripeteva:

«Per il prezioso potere di Colui che camminò sull’onde,
«Per il prezioso potere...»

«Volta pagina,» disse Stephen a bassa voce. «Io non vedo niente.»
«Cosa, signore?» chiese con candore Talbot, chinandosi in avanti.
La sua mano voltò la pagina. Si ritrasse e continuò, essendosi appena ricordato. Di colui che camminava sulle onde. Qui, anche, sopra questi cuori codardi posa la sua ombra e sul cuore e sulle labbra dello schernitore e sui miei. Posa sui volti bramosi di chi gli ha offerto una moneta del tributo. A Cesare ciò che è di Cesare, a Dio ciò che è di Dio. Un lungo sguardo di occhi oscuri, una frase sibillina da tessere e tessere sui telai della chiesa. Già.

Indovina indovinello, se la sai indovinare.

Il papà mi ha regalato qualche seme da piantare.
Talbot fece scivolare il libro chiuso nella cartella.
«Ho sentito tutto?» chiese Stephen.
«Sì, signore. Hockey alle dieci, signore.»
«Mezza giornata, signore. Giovedì.»
«Chi sa rispondere a un indovinello?» chiese Stephen.
Infagottarono i loro libri, matite ticchettanti, pagine fruscianti. Uno addosso all’altro stringevano le cinghie e chiudevano i fermagli delle cartelle, tutti schiamazzando allegramente:
«Un indovinello, signore. Lo chieda a me, signore.»
«Oh, lo chieda a me, signore.»
«Uno difficile, signore.»
«Ecco l’indovinello,» disse Stephen:

Cantava il galletto
Il cielo era perfetto:
Del paradiso i batacchi
Battevano undici rintocchi.
È ora che quest’anima buona
Vada in paradiso.

Cos’è?
«Cosa, signore?»
«Di nuovo, signore. Non abbiamo sentito.»
I loro occhi si fecero a palla mentre i versi venivano ripetuti. Dopo un attimo di silenzio Cochrane disse:
«Cos’è, signore? Rinunciamo.»
La gola che pizzicava, Stephen rispose:
«La volpe che seppellisce la nonna sotto un cespuglio di agrifoglio.»
(Mario Biondi, 2020, La nave di Teseo)