lunedì 30 marzo 2020

#22 Esce la lattaia


La vachere - Julien Dupre
Si parla in lingua gaelica in questa scena. Sì ma chi davvero la parla e chi effettivamente la capisce? Dopo alcuni momenti di incomprensione e incomunicabilità, l'incontro con la lattaia si chiude la lingua che mette tutti d'accordo: il denaro.

Per guardare questo e gli altri video su Youtube, clicca qui sotto:
https://www.youtube.com/playlist?list=PLJBcZmWWmlya9nyJ_RDBq3WOnW6twdmYo

La versione in podcast è disponibile su Spotify qui:
https://open.spotify.com/show/05nniQWDcnUfLNkUJ9LXWR?si=U2cFdX26S0etdDljPP2zGQ

Ecco il testo in lingua originale del brano citato dall'Ulysses in questo video:
Stephen listened in scornful silence. She bows her old head to a voice that speaks to her loudly, her bonesetter, her medicineman: me she slights. To the voice that will shrive and oil for the grave all there is of her but her woman's unclean loins, of man's flesh made not in God's likeness, the serpent's prey. And to the loud voice that now bids her be silent with wondering unsteady eyes.
— Do you understand what he says? Stephen asked her.
— Is it French you are talking, sir? the old woman said to Haines.
Haines spoke to her again a longer speech, confidently.
— Irish, Buck Mulligan said. Is there Gaelic on you?
— I thought it was Irish, she said, by the sound of it. Are you from the west, sir?
— I am an Englishman, Haines answered.
— He's English, Buck Mulligan said, and he thinks we ought to speak Irish in Ireland.
— Sure we ought to, the old woman said, and I'm ashamed I don't speak the language myself. I'm told it's a grand language by them that knows.
— Grand is no name for it, said Buck Mulligan. Wonderful entirely. Fill us out some more tea, Kinch. Would you like a cup, ma'am?
— No, thank you, sir, the old woman said, slipping the ring of the milkcan on her forearm and about to go.
Haines said to her:
— Have you your bill? We had better pay her, Mulligan, hadn't we?
Stephen filled again the three cups.
— Bill, sir? she said, halting. Well, it's seven mornings a pint at twopence is seven twos is a shilling and twopence over and these three mornings a quart at fourpence is three quarts is a shilling and one and two is two and two, sir.
Buck Mulligan sighed and, having filled his mouth with a crust thickly buttered on both sides, stretched forth his legs and began to search his trouser pockets.
— Pay up and look pleasant, Haines said to him, smiling.
Stephen filled a third cup, a spoonful of tea colouring faintly the thick rich milk. Buck Mulligan brought up a florin, twisted it round in his fingers and cried:
— A miracle!
He passed it along the table towards the old woman, saying:
— Ask nothing more of me, sweet. All I can give you I give.
Stephen laid the coin in her uneager hand.
— We'll owe twopence, he said.
— Time enough, sir, she said, taking the coin. Time enough. Good morning, sir.
She curtseyed and went out, followed by Buck Mulligan's tender chant:
—  Heart of my heart, were it more,
More would be laid at your feet.
(James Joyce 1922)
La lettura del brano originale è ad opera di Frank Delaney e tratta dal podcast ReJoyce:
https://blog.frankdelaney.com/re-joyce/

Ecco i testi delle traduzioni in italiano dall'Ulisse lette e citate in questo video:
Stephen ascoltava in sdegnoso silenzio. Quella china la vecchia testa a una voce che le parla forte, il suo conciaossa, il suo stregone: me mi sdegna. Alla voce di colui che la confesserà e che ungerà per la tomba tutto quel che resta di lei salvo i lombi immondi di donna, di carne d’uomo non fatta a somiglianza di Dio, preda del serpente. E alla voce alta che ora le impone di tacere con occhi stupiti incerti.
– Capisce quel che le dice? domandò Stephen.
– Parla francese, signore? disse la vecchia a Haines.
Haines tornò a parlarle, un più lungo discorso, sicuro di sé.
– Irlandese, disse Buck Mulligan. Mastica il gaelico lei?
– Mi pareva che fosse irlandese, disse lei, dal suono. Lei è dell’ovest, signore?
– Sono un inglese, rispose Haines.
– È inglese, disse Buck Mulligan, e pensa che dovremmo parlare irlandese in Irlanda.
– Certo che dovremmo, disse la vecchia, e io mi vergogno di non parlarlo. Mi dicono quelli che se ne intendono che è una gran lingua.
– Grande non è la parola, disse Buck Mulligan. È semplicemente meravigliosa. Versaci un altro po’ di tè, Kinch. Ne gradisce una tazza, signora?
– No, grazie, signore, disse la vecchia, infilandosi il manico del bidone nell’avambraccio e disponendosi ad andarsene.
Haines le disse:
– Ha portato il conto? Sarebbe meglio pagarla, vero, Mulligan?
Stephen tornò a riempire le tre tazze.
– Il conto, signore? disse lei, fermandosi. Dunque, sono sette mattine una pinta a due pence fa sette volte due fa uno scellino e due pence e queste tre mattine due pinte a quattro pence fa sei pinte che fa uno scellino. Questo è uno scellino e uno e due che fa due e due, signore.
Buck Mulligan sospirò e, riempitasi la bocca di una crosta di pane generosamente imburrata da tutte e due le parti allungò le gambe e cominciò a frugarsi nelle tasche dei pantaloni.
– Paghi col sorriso sulle labbra, gli disse Haines, gaiamente.
Stephen riempì una terza tazza, il denso ricco latte colorandosi debolmente d’una cucchiaiata di tè. Buck Mulligan cavò fuori un fiorino, lo rigirò tra le dita e gridò:
– Miracolo!
Lo fece passare lungo la tavola verso la vecchia, dicendo:
– Non chiedermi altro tesoro.
Ciò che posso io te lo do.
Stephen le depose la moneta nella mano passiva.
– Dobbiamo ancora due pence, disse.
– C’è tempo, signore, disse la vecchia prendendo la moneta. C’è tempo. Buongiorno, signore.
Fece la sua riverenza e se ne andò, seguita dalla tenera cantilena di Buck Mulligan:
– Cuor del mio cuore, se più ce ne fosse,
Più ne sarebbe messo ai tuoi piedi.
(Giulio De Angelis, 1960, Mondadori)
Stephen ascoltava assorto in un silenzio sprezzante. Lei china la vecchia testa a una voce che le parla forte, aggiustaossa, il suo stregone: mi disprezza. A quella voce che la confesserà e ungerà per la tomba tutto ciò che rimane di lei, tranne i suoi lombi sporchi di donna, carne d’uomo fatto non a somiglianza di Dio, la preda del serpente. E a quella voce forte che ora le ordina di stare in silenzio ad ammirare con occhi incerti.
– Capisce cosa sta dicendo? le chiese Stephen.
– Parla francese forse, signore? chiese a Haines la vecchia.
Haines, sicuro di sé, le parlò ancor più a lungo.
– Irlandese, disse Buck Mulligan. Lo parla, lei, un po’ di gaelico?
– Mi pareva irlandese, disse quella, dal suono. Viene dall’ovest, signore?
– Sono inglese, rispose Haines.
– È inglese, disse Buck Mulligan, e secondo lui in Irlanda dovremmo parlare irlandese.
– Anche secondo me, disse la vecchia, e io stessa mi vergogno di non saperla parlare quella lingua. Mi vien detto da chi se ne intende che è una lingua grandiosa.
– Grandiosa non è esatto, disse Buck Mulligan. Assolutamente meravigliosa. Versaci un altro po’ di tè, Kinch. Ne vuole una tazza, signora mia?
– No grazie, signore, rispose la vecchia, facendo scivolare la maniglia del recipiente lungo l’avambraccio, e pronta ad andare.
Haines le disse:
– Ha con sé il conto? È meglio che la paghiamo, Mulligan, non trova?
Stephen riempì di nuovo le tre tazze.
– Il conto, signore? disse lei, arrestandosi. Allora, sono sette mattine una pinta a due pence fa sette per due fa uno scellino e due pence in tutto e queste tre mattine un quarto a quattro pence fa tre quarti fa uno scellino e uno e due fa due e due, signore.
Buck Mulligan sospirò e dopo essersi riempito la bocca con una crosta ben imburrata da entrambi i lati, si stiracchiò le gambe e iniziò a rovistare nelle tasche dei pantaloni.
– Saldi il conto cortesemente, gli disse Haines sorridendo.
Stephen riempì la terza tazza, un cucchiaino di tè a colorare lievemente il latte ricco e denso. Buck Mulligan tirò fuori un fiorino, se lo rigirò tra le dita e disse:
– Miracolo!
Lo fece correre lungo il tavolo verso la vecchia, dicendo:
– Non mi chieda di più, cara mia. Tutto ciò che posso darle, io glielo do.
Stephen adagiò la moneta sulla mano poco entusiasta di lei.
– Le dobbiamo due pence, fece.
– Non c’è fretta, signore, disse lei, prendendo la moneta. Non c’è fretta. Buona giornata, signore.
Fece una riverenza e uscì, seguita dal dolce canto di Buck Mulligan:
– Cuor del mio cuore, se avessi di più
Di più avresti ai tuoi piedi.
(Enrico Terrinoni, 2012, Newton Compton)
Stephen ascoltava in sdegnoso silenzio. Lei china la testa canuta innanzi a questa voce che le parla sbraitando, come davanti al suo giustaossa, al suo stregone. A me non bada. E cosí farà davanti a chi la confessa, e con chi preparandola per la tomba ungerà quel che resta di lei, tranne i suoi lombi impuri di donna, carne d’uomo non fatta a somiglianza di Dio, preda del serpente. E cosí ancora adesso davanti a questa voce forte che le impone di tacere, occhi stupiti e incerti.
– Capisce quello che le dice? chiese Stephen alla donna.
– Cosa parla, il signore, parla francese? chiese la vecchia a Haines.
Haines le fece un discorso piú lungo, fiducioso d’esser compreso.
– Le sta parlando in irlandese, intervenne Buck Mulligan. Capisce il gaelico?
– Ci avevo pensato che fosse irlandese, dal suono, lei disse. Il signore viene dall’ovest?
– Sono inglese, rispose Haines.
– È inglese, fece Buck Mulligan, e pensa che noi in Irlanda dovremmo parlare irlandese.
– Sicuro che è cosí, disse la vecchia, e io per me mi vergogno di non parlarlo. Quelli che lo conoscono m’hanno detto che è una grande lingua.
– Grande non è la parola giusta, disse Buck Mulligan. È una pura meraviglia. Versaci ancora un po’ di tè, Kinch. Signora, ne gradisce una tazza?
– No, grazie, signore, disse la vecchia, facendo scivolare il manico del recipiente del latte sul suo avambraccio, pronta ad andarsene.
Haines le disse:
– Ce l’ha il conto? Sarebbe meglio pagarla, vero, Mulligan?
Stephen riempí le tre tazze.
– Il conto, signore? fece la donna fermandosi. Be’, sono sette mattine, ogni volta una pinta di latte a due pence fa sette volte due, che è uno scellino e due pence, e queste tre mattine due pinte a quattro pence fa sei pinte, che fa uno scellino. Piú lo scellino e due pence, fa due scellini e due, signore.
Buck Mulligan sospirò, e dopo essersi ficcato in bocca una crosta di pane ben imburrata su entrambi i lati, allungò le gambe e prese a frugarsi nelle tasche dei calzoni.
– Paghi il conto con faccia contenta, gli suggerí Haines, sorridendo.
Stephen riempí una terza tazza; un cucchiaino di tè colorò fievolmente il latte ricco e denso. Buck Mulligan cavò fuori un fiorino, lo fece roteare tra le dita e gridò:
– Miracolo!
Attraverso la tavola lo fece arrivare alla vecchia, dicendo:
– Non mi chieda altro, dolcezza mia. È tutto quel che posso dare.
Stephen le pose la moneta nella mano esitante.
– Le dobbiamo due pence, disse.
– C’è tempo, signore, rispose lei, prendendo la moneta. Nessuna fretta. Buona giornata, signore.
Fece un inchino e uscí, seguita dai teneri accenti del canto di Buck Mulligan:
Cuor del mio cuore, se piú ve ne fosse
Metterei ai tuoi piedi il piú del mio avere.
(Gianni Celati, 2013, Einaudi)
Ho fatto riferimento al seguente passo dell'Antico Testamento, dal Levitico 15,19-28
19 Quando una donna abbia flusso di sangue, cioè il flusso nel suo corpo, la sua immondezza durerà sette giorni; chiunque la toccherà sarà immondo fino alla sera. 20 Ogni giaciglio sul quale si sarà messa a dormire durante la sua immondezza sarà immondo; ogni mobile sul quale si sarà seduta sarà immondo. 21 Chiunque toccherà il suo giaciglio, dovrà lavarsi le vesti, bagnarsi nell'acqua e sarà immondo fino alla sera. 22 Chi toccherà qualunque mobile sul quale essa si sarà seduta, dovrà lavarsi le vesti, bagnarsi nell'acqua e sarà immondo fino alla sera. 23 Se l'uomo si trova sul giaciglio o sul mobile mentre essa vi siede, per tale contatto sarà immondo fino alla sera. 24 Se un uomo ha rapporto intimo con essa, l'immondezza di lei lo contamina: egli sarà immondo per sette giorni e ogni giaciglio sul quale si coricherà sarà immondo.
25 La donna che ha un flusso di sangue per molti giorni, fuori del tempo delle regole, o che lo abbia più del normale sarà immonda per tutto il tempo del flusso, secondo le norme dell'immondezza mestruale. 26 Ogni giaciglio sul quale si coricherà durante tutto il tempo del flusso sarà per lei come il giaciglio sul quale si corica quando ha le regole; ogni mobile sul quale siederà sarà immondo, come lo è quando essa ha le regole. 27 Chiunque toccherà quelle cose sarà immondo; dovrà lavarsi le vesti, bagnarsi nell'acqua e sarà immondo fino alla sera. 28 Quando essa sia guarita dal flusso, conterà sette giorni e poi sarà monda. 
Nel brano inoltre si cita la seguente poesia The oblation (L'offerta) di Algernon Swinburne del 1971:
Ask nothing more of me, sweet;
   All I can give you I give.
      Heart of my heart, were it more,
More would be laid at your feet—
   Love that should help you to live,
      Song that should spur you to soar.
All things were nothing to give,
   Once to have sense of you more,
      Touch you and taste of you, sweet,
Think you and breathe you and live,
   Swept of your wings as they soar,
      Trodden by chance of your feet.
I that have love and no more
   Give you but love of you, sweet.
      He that hath more, let him give;
He that hath wings, let him soar;
   Mine is the heart at your feet
      Here, that must love you to live.
Anche nella versione musicata da Theophilus Marzials intorno al 1880, che potrete ascoltare qui:
https://verseandmusic.com/2016/08/31/ask-nothing-more/

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