giovedì 12 maggio 2022

#32 Mr Deasy e gli animali


Cavalli e buoi. Di questo ci parlano i quadri e la lettera di Mr Deasy, dalle gare ippiche all'afta epizootica. E di questo rimugina la mente di Stephen in continua elaborazione di tutto ciò che lo circonda in questo strampalato colloquio.

Per guardare questo e gli altri video su Youtube, clicca qui sotto:
https://www.youtube.com/playlist?list=PLJBcZmWWmlya9nyJ_RDBq3WOnW6twdmYo

La versione in podcast è disponibile su Spotify qui:
https://open.spotify.com/show/05nniQWDcnUfLNkUJ9LXWR?si=U2cFdX26S0etdDljPP2zGQ

Ecco il testo in lingua originale del brano citato dall'Ulysses in questo video:
—That reminds me, Mr Deasy said. You can do me a favour, Mr Dedalus, with some of your literary friends. I have a letter here for the press. Sit down a moment. I have just to copy the end.
He went to the desk near the window, pulled in his chair twice and read off some words from the sheet on the drum of his typewriter.
—Sit down. Excuse me, he said over his shoulder, the dictates of common sense. Just a moment.
He peered from under his shaggy brows at the manuscript by his elbow and, muttering, began to prod the stiff buttons of the keyboard slowly, some times blowing as he screwed up the drum to erase an error.
Stephen seated himself noiselessly before the princely presence. Framed around the walls images of vanished horses stood in homage, their meek heads poised in air: lord Hastings’ Repulse, the duke of Westminster’s Shotover, the duke of Beaufort’s Ceylon, prix de Paris, 1866. Elfin riders sat them, watchful of a sign. He saw their speeds, backing king’s colours, and shouted with the shouts of vanished crowds.
—Full stop, Mr Deasy bade his keys. But prompt ventilation of this important question…
Where Cranly led me to get rich quick, hunting his winners among the mudsplashed brakes, amid the bawls of bookies on their pitches and reek of the canteen, over the motley slush. Even money Fair Rebel: ten to one the field. Dicers and thimbleriggers we hurried by after the hoofs, the vying caps and jackets and past the meatfaced woman, a butcher’s dame, nuzzling thirstily her clove of orange.
Shouts rang shrill from the boys’ playfield and a whirring whistle.
Again: a goal. I am among them, among their battling bodies in a medley, the joust of life. You mean that knockkneed mother’s darling who seems to be slightly crawsick? Jousts. Time shocked rebounds, shock by shock. Jousts, slush and uproar of battles, the frozen deathspew of the slain, a shout of spear spikes baited with men’s bloodied guts.
—Now then, Mr Deasy said, rising.
He came to the table, pinning together his sheets.
Stephen stood up.
—I have put the matter into a nutshell, Mr Deasy said. It’s about the foot and mouth disease. Just look through it. There can be no two opinions on the matter.
May I trespass on your valuable space. That doctrine of laissez faire which so often in our history. Our cattle trade. The way of all our old industries. Liverpool ring which jockeyed the Galway harbour scheme. European conflagration. Grain supplies through the narrow waters of the channel. The pluterperfect imperturbability of the department of agriculture. Pardoned a classical allusion. Cassandra. By a woman who was no better than she should be. To come to the point at issue.
—I don’t mince words, do I? Mr Deasy asked as Stephen read on.
Foot and mouth disease. Known as Koch’s preparation. Serum and virus. Percentage of salted horses. Rinderpest. Emperor’s horses at Mürzsteg, lower Austria. Veterinary surgeons. Mr Henry Blackwood Price. Courteous offer a fair trial. Dictates of common sense. Allimportant question. In every sense of the word take the bull by the horns. Thanking you for the hospitality of your columns.
—I want that to be printed and read, Mr Deasy said. You will see at the next outbreak they will put an embargo on Irish cattle. And it can be cured. It is cured. My cousin, Blackwood Price, writes to me it is regularly treated and cured in Austria by cattledoctors there. They offer to come over here. I am trying to work up influence with the department. Now I’m going to try publicity. I am surrounded by difficulties, by…intrigues, by…backstairs influence, by…
(James Joyce 1922)
La lettura del brano originale è tratta da: Ulysses Broadcast - RTE Radio 1982

Ecco la traduzione in italiano del brano dall'Ulisse letto in questo video:
«A proposito,» riprese il signor Deasy. «Lei può farmi un favore, signor Dedalus, con alcuni dei suoi amici letterati. Ho qui una lettera per la stampa. Si sieda un attimo. Devo soltanto copiarne il finale.»
Si portò alla scrivania vicina alla finestra, accostò in due tempi la sedia e lesse alcune parole dal foglio nel rullo della sua macchina per scrivere.
«Si sieda. Mi scusi,» disse senza voltarsi, «i dettami del senso comune. Soltanto un attimo.»
Prese a scrutare da sotto gli ispidi sopraccigli il manoscritto accanto al suo gomito e, borbottando, si mise a pungolare i rigidi pulsanti della tastiera, lentamente, sbuffando di quando in quando mentre girava in su il rullo per cancellare un errore.
Stephen si sedette senza fare rumore al cospetto della principesca presenza. Incorniciate sulle pareti immagini di cavalli scomparsi in postura di omaggio, le docili teste in posa nell’aria: Repulse di Lord Hasting, Shotover del duca di Westminster, Ceylon del duca di Beaufort, prix de Paris 1866. In sella elfici fantini, in vigile attesa del segnale. Ne vide le velocità, portatori di colori regali, e urlò con le urla di folle scomparse.
«Punto,» ingiunse il signor Deasy ai suoi tasti. «Ma immediato esame di questa questione cruciale...»
Dove mi aveva portato Cranly per diventare ricchi in fretta, a caccia dei suoi vincenti tra i carrozzoni infangati, tra berci di allibratori sui loro panchetti e il tanfo della bettola, sulla variegata fanghiglia. Fair Rebel alla pari, dieci a uno tutti gli altri. Giocatori di dadi e delle tre carte tra cui ci precipitammo all’inseguimento di zoccoli, berretti e casacche in gara, e oltre la faccia a bistecca, moglie di un macellaio, che dava di grugno sitibonda al suo spicchio d’arancio.
Grida acute risuonarono dal campo di gioco dei ragazzi e il ronzio di un fischio.
Di nuovo: una meta. Io sono tra loro, tra i loro corpi che battagliano in un torneo, la giostra della vita. Intendi quel gambastorta cocco di mamma con l’aria di aver bisogno di vomitare? Giostre. Il tempo colpito ribatte, colpo su colpo. Giostre, fanghiglia e clangore di battaglie, il ghiacciato rigurgito di morte degli sbudellati, un urlo di lance adescate con sanguinolenti visceri umani.
«Ecco qui,» disse il signor Deasy, alzandosi.
Venne al tavolo, spillando insieme i suoi fogli. Stephen si alzò.
«Ho riassunto la cosa in nuce,» disse il signor Deasy. «Riguarda l’afta epizootica. Gli dia un’occhiata. In materia non si può avere un’idea diversa.»
Mi sia lecito invadere il vostro prezioso spazio. Quella dottrina di laissez faire che tanto spesso nella nostra storia. Il nostro commercio di bestiame. Il modo di tutte le nostre vecchie industrie. La cricca di Liverpool che ha tarpato il progetto del porto di Galway. Conflagrazione europea. Forniture di grano attraverso le strette acque del canale. La piuccheperfetta imperturbabilità del ministero dell’agricoltura. Sia concessa un’allusione classica. Cassandra. Da parte di una donna non proprio inappuntabile. Per venire al dunque.
«Non gliele mando a dire, eh?» disse il signor Deasy mentre Stephen continuava a leggere.
Afta epizootica. Nota come preparazione di Koch. Siero e virus. Percentuale di cavalli trattati con soluzione salina. Peste bovina. Cavalli dell’imperatore a Mürzsteg, bassa Austria. Medici veterinari. Signor Henry Blackwood Price. Cortese offerta di sperimentazione. Dettami del senso comune. Questione cruciale. In ogni senso dell’espressione prendere il toro per le corna. Ringraziandovi per l’ospitalità sulle vostre colonne.
«Voglio che sia stampato e letto,» disse il signor Deasy. «Vedrà che alla prossima epidemia metteranno un embargo sul bestiame irlandese. Mentre può essere guarita. La si cura. Mio cugino, Blackwood Price, mi scrive che viene regolarmente curata e guarita in Austria da veterinari locali. Si offrono di venire qui. Sto cercando di trovare appoggi presso il ministero. Adesso intendo provare con i media. Sono circondato da difficoltà, da... intrighi da... trame da...»
(Mario Biondi 2020 La Nave di Teseo)

lunedì 2 maggio 2022

Interviste su Joyce.

 Di seguito potrete trovare i video YouTube delle interviste del Ritratto di Ulisse. Si tratta di conversazioni con esperti e appassionati dell'Ulisse di James Joyce, che ringrazio ancora sentitamente, per la loro disponibilità e i loro preziosi spunti di riflessione. Tutte le interviste sono presenti anche in formato audio nel podast su Spotify cliccando al seguente link:

https://open.spotify.com/show/05nniQWDcnUfLNkUJ9LXWR


Gilda Policastro. Joyce & Me:


L'intervista a Demetrio Paolin. Leggere l'Ulisse di Joyce:

L'intervista a Claudio Strinati: una conversazione su Joyce, fra arte e musica:

L'intervista a Maurizio Ferraris su Joyce e Derrida:


L'intervista a Enrico Terrinoni e Michele Ciliberto su Joyce e Giordano Bruno e sulle loro pubblicazioni: la nuova traduzione dell'Ulisse di Joyce e Il sapiente furore:

L'intervista a Enrico Terrinoni a Roma sul suo libro Fantasmi e Ombre su Joyce, Roma e Giordano Bruno:

L'intervista a Mario Biondi e alla sua traduzione dell'Ulisse:

Enrico Terrinoni & Sara Sullam. Live al Bloomsday di Trieste 2020:


sabato 24 luglio 2021

#31 Mr Deasy e la storia


Fra gli anacronismi e le approssimazioni di Mr. Deasy e le elucubrazioni ed esternazioni ficcanti di Dedalus, stavolta è il tema della storia ad animare il dibattito dialettico fra i due personaggi.

Per guardare questo e gli altri video su Youtube, clicca qui sotto:
https://www.youtube.com/playlist?list=PLJBcZmWWmlya9nyJ_RDBq3WOnW6twdmYo

La versione in podcast è disponibile su Spotify qui:
https://open.spotify.com/show/05nniQWDcnUfLNkUJ9LXWR?si=U2cFdX26S0etdDljPP2zGQ

Ecco il testo in lingua originale del brano citato dall'Ulysses in questo video:
— You think me an old fogey and an old tory, his thoughtful voice said. I saw three generations since O'Connell's time. I remember the famine. Do you know that the orange lodges agitated for repeal of the union twenty years before O'Connell did or before the prelates of your communion denounced him as a demagogue? You fenians forget some things.
Glorious, pious and immortal memory. The lodge of Diamond in Armagh the splendid behung with corpses of papishes. Hoarse, masked and armed, the planters' covenant. The black north and true blue bible. Croppies lie down.
Stephen sketched a brief gesture.
— I have rebel blood in me too, Mr Deasy said. On the spindle side. But I am descended from sir John Blackwood who voted for the union. We are all Irish, all kings' sons.
— Alas, Stephen said.
— Per vias rectas, Mr Deasy said firmly, was his motto. He voted for it and put on his topboots to ride to Dublin from the Ards of Down to do so.

Lal the ral the ra
The rocky road to Dublin.

A gruff squire on horseback with shiny topboots. Soft day, sir John! Soft day, your honour!... Day!... Day!... Two topboots jog dangling on to Dublin. Lal the ral the ra. Lal the ral the raddy.

(...)

— History, Stephen said, is a nightmare from which I am trying to awake.
From the playfield the boys raised a shout. A whirring whistle: goal. What if that nightmare gave you a back kick?
— The ways of the Creator are not our ways, Mr Deasy said. All history moves towards one great goal, the manifestation of God.
Stephen jerked his thumb towards the window, saying:
— That is God.
Hooray! Ay! Whrrwhee!
— What? Mr Deasy asked.
— A shout in the street, Stephen answered, shrugging his shoulders.
(James Joyce 1922)
La lettura del brano originale è tratta da: Ulysses Broadcast - RTE Radio 1982

Ecco la traduzione in italiano del brano dall'Ulisse letto in questo video:
«Lei mi considera un vecchio parruccone e un vecchio conservatore,» disse la sua voce pensosa. «Ho visto tre generazioni dai tempi di O’Connell. Ricordo la carestia. Lo sa che le logge orangiste hanno manifestato contro l’unione vent’anni prima che lo facesse O’Connell o prima che i prelati della vostra confessione lo accusassero di demagogia? Voi feniani dimenticate un po’ di cose.»
Glorioso, pio e immortale ricordo. La loggia di Diamond ad Armagh la splendida, onusta di cadaveri di papisti impiccati. Rauchi, mascherati e armati, il patto dei planter. La bibbia del nord nero e dei veri blu. Giù a terra, teste rapate.
Stephen abbozzò un breve gesto.
«Ho sangue ribelle anch’io,» disse il signor Deasy. «Per parte di madre. Ma discendo da sir John Blackwood, che votò per l’unione. Siamo tutti irlandesi, tutti figli di re.»
«Ahimè,» disse Stephen.
«Per vias rectas,» continuò con fermezza il signor Deasy, «era il suo motto. Votava per l’unione e per farlo si mise i suoi stivali con la banda chiara per raggiungere Dublino a cavallo dagli Ards di Down.»

Lal-laral-larà
La strada pietrosa per Dublino.

Un rozzo signorotto di campagna con gli stivali lustri in groppa a un cavallo. Buondì, sir John! Buondì, vostro onore!... ‘dì!... ‘dì!... Due stivali che caracollano penzoloni fino a Dublino. Lal-laral-larà. Lal-laral-lallà.

(...)

«La storia,» disse Stephen, «è un incubo da cui sto cercando di svegliarmi.»
Dal campo di gioco i ragazzi levarono un grido. Il ronzare di un fischio: meta. E se quell’incubo ti tirasse un calcio nel culo?
«Le vie del Creatore non ci appartengono,» replicò il signor Deasy. «Tutta la storia muove verso un unico grande fine, il manifestarsi di Dio.»
Stephen indicò con il pollice la finestra, dicendo:
«Eccolo là Dio».
Urrah! Seeh! Frrruiiii!
«Cosa?» chiese il signor Deasy.
«Un grido per la strada», rispose Stephen stringendosi nelle spalle.
(Mario Biondi 2020 La Nave di Teseo)

domenica 18 aprile 2021

#30 Mr. Deasy e il denaro

Esattore delle tasse
(van Reymerswaele 1540)
Incontriamo Mr Deasy, il preside della scuola presso cui Stephen lavora come insegnante. E' giorno di paga e quindi si parlerà di soldi, di monete, di banconote, di ricchezza, di debiti... tutti concetti che a Stephen interessano molto poco.

Per guardare questo e gli altri video su Youtube, clicca qui sotto:
https://www.youtube.com/playlist?list=PLJBcZmWWmlya9nyJ_RDBq3WOnW6twdmYo

La versione in podcast è disponibile su Spotify qui:
https://open.spotify.com/show/05nniQWDcnUfLNkUJ9LXWR?si=U2cFdX26S0etdDljPP2zGQ

Ecco il testo in lingua originale del brano citato dall'Ulysses in questo video:
Stale smoky air hung in the study with the smell of drab abraded leather of its chairs. As on the first day he bargained with me here.
As it was in the beginning, is now. On the sideboard the tray of Stuart coins, base treasure of a bog: and ever shall be. And snug in their spooncase of purple plush, faded, the twelve apostles having preached to all the gentiles: world without end.
A hasty step over the stone porch and in the corridor. Blowing out his rare moustache Mr Deasy halted at the table.
— First, our little financial settlement, he said.
He brought out of his coat a pocketbook bound by a leather thong. It slapped open and he took from it two notes, one of joined halves, and laid them carefully on the table.
— Two, he said, strapping and stowing his pocketbook away.
And now his strongroom for the gold. Stephen's embarrassed hand moved over the shells heaped in the cold stone mortar: whelks and money cowries and leopard shells: and this, whorled as an emir's turban, and this, the scallop of saint James. An old pilgrim's hoard, dead treasure, hollow shells.
A sovereign fell, bright and new, on the soft pile of the tablecloth.
— Three, Mr Deasy said, turning his little savingsbox about in his hand. These are handy things to have. See. This is for sovereigns. This is for shillings. Sixpences, halfcrowns. And here crowns. See.
He shot from it two crowns and two shillings.
— Three twelve, he said. I think you'll find that's right.
— Thank you, sir, Stephen said, gathering the money together with shy haste and putting it all in a pocket of his trousers.
— No thanks at all, Mr Deasy said. You have earned it.
Stephen's hand, free again, went back to the hollow shells. Symbols too of beauty and of power. A lump in my pocket: symbols soiled by greed and misery.
— Don't carry it like that, Mr Deasy said. You'll pull it out somewhere and lose it. You just buy one of these machines. You'll find them very handy.
Answer something.
— Mine would be often empty, Stephen said.
The same room and hour, the same wisdom: and I the same. Three times now. Three nooses round me here. Well? I can break them in this instant if I will.
— Because you don't save, Mr Deasy said, pointing his finger. You don't know yet what money is. Money is power. When you have lived as long as I have. I know, I know. If youth but knew. But what does Shakespeare say? Put but money in thy purse.
— Iago, Stephen murmured.
He lifted his gaze from the idle shells to the old man's stare.
— He knew what money was, Mr Deasy said. He made money. A poet, yes, but an Englishman too. Do you know what is the pride of the English? Do you know what is the proudest word you will ever hear from an Englishman's mouth?
The seas' ruler. His seacold eyes looked on the empty bay: history is to blame: on me and on my words, unhating.
— That on his empire, Stephen said, the sun never sets.
— Ba! Mr Deasy cried. That's not English. A French Celt said that. He tapped his savingsbox against his thumbnail.
— I will tell you, he said solemnly, what is his proudest boast. I paid my way.
Good man, good man.
— I paid my way. I never borrowed a shilling in my life. Can you feel that? I owe nothing. Can you?
Mulligan, nine pounds, three pairs of socks, one pair brogues, ties. Curran, ten guineas. McCann, one guinea. Fred Ryan, two shillings. Temple, two lunches. Russell, one guinea, Cousins, ten shillings, Bob Reynolds, half a guinea, Koehler, three guineas, Mrs MacKernan, five weeks' board. The lump I have is useless.
— For the moment, no, Stephen answered.
(James Joyce 1922)
La lettura del brano originale è tratta da: Ulysses Broadcast - RTE Radio 1982

Ecco i testi delle traduzioni in italiano dall'Ulisse lette e citate in questo video:
Un’aria stantia di fumo gravava nello studio insieme all’odore del cuoio logoro e scolorito delle sedie. Come il primo giorno che egli contrattò con me qui. Come era nel principio, è ora. Sulla credenza il vassoio di monete dell’epoca Stuart, vile tesoro di una torbiera: e sempre sarà. E comodi nel loro astuccio di velluto violetto, sbiadito, i cucchiaini sormontati dai dodici apostoli che han predicato a tutti i gentili: nei secoli dei secoli.
Un passo rapido sul lastrico del porticato e nel corridoio. Soffiando all’infuori i suoi radi baffi Mr Deasy si fermò al tavolo.
– Anzitutto, la nostra piccola questione amministrativa, disse.
Estrasse dalla giacca un portafogli assicurato da un cinturino di cuoio. Si aprì di scatto, ed egli ne estrasse due banconote, una delle quali formata da due metà unite insieme, e le depose con cura sul tavolo.
– Due, disse, fermando il cinturino e riponendo il portafogli.
E ora la camera blindata per l’oro. La mano imbarazzata di Stephen si mosse sulle conchiglie ammucchiate nel freddo mortaio di pietra: buccini e monete cauri e conchiglie maculate: e questa, attortigliata come il turbante di un emiro, e questa, valva del nicchio di San Giacomo. Il gruzzolo di un antico pellegrino, morto tesoro, vuoti gusci di conchiglie.
Una sovrana cadde, lucente e nuova, sulla soffice peluria del tappeto del tavolo.
– Tre, disse Mr Deasy, rigirando in mano il suo forzieretto metallico. Questi sono aggeggi pratici. Vede. Questo è per le sovrane. Questo per gli scellini. Le monete da sei pence, le mezze corone. E qui le corone. Vede.
Ne fece uscire due corone e due scellini.
– Tre e dodici, disse. Credo che troverà che il conto torna.
– Grazie, signore, disse Stephen, raccogliendo insieme il denaro con timida fretta e infilandolo tutto in una tasca dei pantaloni.
– Grazie di nulla, disse Mr Deasy. Se lo è guadagnato.
La mano di Stephen, di nuovo libera, tornò ai vuoti gusci di conchiglia. Simboli anche di bellezza e di potenza. Un rigonfio nella tasca: simboli insozzati di avidità e infelicità.
– Non li porti così, disse Mr Deasy. Li tirerà fuori da qualche parte e li perderà. Compri uno di questi arnesi. Li troverà molto pratici.
Rispondere qualcosa.
– Il mio sarebbe spesso vuoto, disse Stephen.
La stessa stanza e la stessa ora, la stessa saggezza: ed io lo stesso. Tre volte ora. Tre cappi intorno al mio collo qui. Bene. Li posso spezzare in questo istante se voglio.
– Perché lei non risparmia, disse Mr Deasy, puntando un dito. Lei non sa ancora cos’è il denaro. Il denaro è potere. Quando lei avrà vissuto quanto me. Lo so, lo so. Solo che i giovani sapessero. Ma cosa dice Shakespeare? Solo, metti danaro nella borsa.
– Iago, mormorò Stephen.
Levò gli occhi dalle vane conchiglie per incontrare lo sguardo del vecchio.
– Lui lo sapeva cos’era il denaro, disse Mr Deasy. Ha fatto quattrini. Poeta sì, ma anche inglese. Lo sa lei cos’è il vanto degli inglesi? Lo sa qual è la parola più fiera che udirà mai uscire dalla bocca di un inglese?
Il signore delle onde. I suoi occhi freddi come il mare guardavano la baia vuota: la colpa è della storia sembra: su di me e sulle mie parole, senza odio.
– Che sul suo impero, disse Stephen, non tramonta mai il sole.
– Bah! esclamò Mr Deasy. Quello non è inglese. Quello lo disse un celta francese. 
Tambureggiò col suo piccolo forziere contro l’unghia del pollice.
– Glielo dirò io, disse solennemente, qual è il suo vanto più fiero. Ho pagato.
Brav’uomo, brav’uomo.
– Ho pagato. Non ho mai preso in prestito uno scellino in vita mia. Può sentirsi così lei? Non devo nulla. Può capirlo?
A Mulligan, nove sterline, tre paia di pedalini, un paio di stivali, cravatte. A Curran, dieci ghinee. A McCann, una ghinea. A Fred Ryan, due scellini. A Temple, due colazioni. A Russell, una ghinea, a Cousins, dieci scellini, a Bob Reynolds, mezza ghinea, a Koehler, tre ghinee, a Mrs MacKernan, cinque settimane di pensione. Il rigonfio che ho in tasca è inutile.
– Per il momento, no, rispose Stephen.
(Giulio De Angelis 1960 Mondadori)
Nello studio aleggiava aria fumosa e stantia mista all’odore della pelle bruna e consunta delle sedie. Come il primo giorno in cui qui con me contrattava. Come era al principio, è ora. Sulla credenza il vassoio di monete epoca Stuart, vile tesoro d’una torbiera: e sempre. E comodi nella loro scatola felpata per cucchiaini color porpora, sbiaditi, i dodici apostoli che hanno predicato davanti a tutti i gentili: nei secoli dei secoli.
Un passo affrettato lungo il porticato di pietra e nel corridoio. Soffiando sui baffi radi Mr Deasy si fermò accanto al tavolo.
– Prima, facciamo i nostri conticini, disse.
Prese dal cappotto un taccuino legato da una cinghia di pelle. Aperto vi estrasse due banconote, una composta di due metà unite, per posarle con cura sul tavolo.
– Due, disse, riallacciando il taccuino e riponendolo via.
E ora la sua stanza blindata per l’oro. La mano imbarazzata di Stephen si muoveva sulle conchiglie accumulate nel freddo mortaio in pietra: buccini e monete cipree e conchiglie a chiazze di leopardo: questa, a spirale come un turbante d’emiro, e quest’altra, il ventaglio di san Giacomo. Il gruzzolo d’un vecchio pellegrino, tesoro morto, conchiglie vuote.
Una sovrana cadde, lucente e nuova, sulle fibre soffici del copritavola.
– Tre, disse Mr Deasy, rigirando nella mano il piccolo salvadanaio. Sono oggetti utili. Guardi. Questo è per le sovrane. Questo per gli scellini, i sei pence, le mezze corone. E qui le corone. Guardi.
Tirò fuori di colpo due corone e due scellini.
– Tre e dodici, disse. Come vede, è la somma giusta.
– La ringrazio, signore, disse Stephen, radunando insieme il denaro con timido zelo e infilando il tutto in una tasca dei pantaloni.
– Non c’è bisogno che mi ringrazi, fece Mr Deasy. Se li è guadagnati.
La mano di Stephen, di nuovo libera, tornò alle conchiglie vuote. Anch’esse simboli di bellezza e potere. Un bozzo in tasca. Simboli insudiciati di avidità e miseria.
– Non li tenga così, disse Mr Deasy. Prima o poi li tirerà fuori e li perderà. Si compri uno di questi oggetti. Li troverà davvero pratici.
Rispondi qualcosa.
– Il mio sarebbe spesso vuoto, disse Stephen.
La stessa stanza e ora, la stessa saggezza: e io lo stesso. Tre volte già. Tre cappi per me qui. Beh. Potrei romperli in quest’istante se volessi.
– Perché non risparmia, disse Mr Deasy, indicando con un dito. Lei non lo sa ancora cosa sia il denaro. Il denaro è potere, quando hai vissuto tanto quanto me. Lo so, lo so. Se solo i giovani sapessero. Ma cos’è che dice Shakespeare? Metti solo il denaro in borsa.
– Iago, mormorò Stephen.
Alzò lo sguardo intenso dalle inutili conchiglie agli occhi fissi del vecchio.
– Lui lo sapeva cosa fosse il denaro, disse Mr Deasy. Faceva soldi, lui. Un poeta ma anche un inglese. Lo sa, lei, qual è l’orgoglio degli inglesi? Lo sa qual è la frase più orgogliosa che mai sentirà dalla bocca di un inglese?
Il dominatore dei mari. I suoi occhi freddi come il mare squadravano la baia vuota: è colpa della storia: su di me e sulle mie parole, non odiate.
– Sull’impero, disse Stephen, il sole non tramonta mai.
– Ma che! esclamò Mr Deasy. Questo non è inglese. L’ha detto un celta francese.
Tamburellava sul salvadanaio con l’unghia del pollice.
– Glielo dico io, fece solennemente, qual è il loro maggior vanto. Mi son pagato tutto.
Brav’uomo, brav’uomo.
– Mi son pagato tutto. Lei può dirlo? Non ho mai chiesto in prestito uno scellino in vita mia. Può dirlo? Non devo nulla a nessuno. Può lei?
Mulligan, nove sterline, tre paia di calzini, un paio di scarpacce, cravatte. Curran, dieci ghinee. McCann, una ghinea. Fred Ryan, due scellini. Temple, due pranzi. Russell, una ghinea, Cousins, dieci scellini, Bob Reynolds, mezza ghinea, Köhler, tre ghinee, Mrs McKernan, cinque settimane di vitto. Il mio bozzo è inutile.
– Al momento, no, rispose Stephen.
(Enrico Terrinoni 2012 Newton Compton) 
Stantio odore di fumo aleggiava nell’ufficio, assieme a quello del cuoio vecchio e scolorito delle sedie. Come nel primo giorno in cui ha contrattato qui con me. Come era in principio ora è, tale e quale. Sulla credenza il vassoio con monete d’epoca Stuart, tesoro da due soldi trovato in una torbiera, e cosí sempre sarà. E a posto come si deve, sul portacucchiaini di felpa color porpora sbiadita, i dodici apostoli che predicarono la fede a tutti i gentili: mondo senza fine.
Un passo frettoloso sul lastrico del porticato e nel corridoio. Soffiando in fuori i radi baffi, Mr Deasy s’arrestò presso il tavolo.
– Anzitutto, la nostra piccola faccenda finanziaria, disse.
Estrasse dalla giacca un portafoglio chiuso da un cinturino in cuoio. Tac, portafoglio aperto, donde prese due banconote, una d’esse piegata in due, e le depose riguardosamente sul tavolo.
– Due, disse, richiudendo e indi riponendo il portafoglio.
E adesso tocca all’oro della sua cassaforte. La mano imbarazzata di Stephen si muoveva sulle conchiglie ammucchiate in un freddo mortaio di pietra, buccini e cauri e nicchi maculati, e quella a torciglione come il turbante d’un emiro, e la conchiglia di san Giacomo. Collezione d’un vecchio pellegrino, tesoro defunto, gusci vuoti.
Una sovrana, nuova e lucente, cadde sulla tovaglia del tavolo, soffice e lanosa.
– E tre! fece Mr Deasy, rigirandosi in mano il piccolo salvamonete. Questi sono aggeggi pratici! Qui ci vanno le sovrane, qui gli scellini, qui i sei pence, qui le mezze corone, e qui le corone. Vede?
Fece saltar fuori dall’aggeggio due corone e due scellini.
– Che fa tre e dodici, disse. Penso che il conto torni, controlli.
– Grazie, signore, disse Stephen, raccogliendo le monete con fretta da timido e ficcandosi tutto nella tasca dei calzoni.
– Non c’è da ringraziare, rispose Mr Deasy. Se li è guadagnati.
Di nuovo libera, la mano di Stephen tornò alle conchiglie vuote. Simboli anche di bellezza e di potere. Un rigonfio nella tasca. Simboli insozzati da cupidigia e avarizia.
– Non li porti cosí, quei soldi, disse Mr Deasy. Se li tira fuori da qualche parte poi li perde. Dovrebbe comperarsi uno di questi aggeggi. Vedrà come sono pratici!
Rispondi qualcosa.
– Il mio sarebbe sempre vuoto, disse Stephen.
La stessa stanza e la stessa ora e lo stesso buon senso: e io lo stesso. È la terza volta. Tre volte il cappio intorno al collo. Be’, potrei spezzarlo subito se volessi.
– Perché non risparmia, disse Mr Deasy, puntando il dito. Lei ancora non sa cos’è il denaro. Il denaro è potere. Quando uno ha vissuto a lungo come me, lo sa. Io lo so. Se gioventú sapesse! Ma cosa dice Shakespeare? E tu metti denaro in borsa!
– Iago, mormorò Stephen.
Sollevò gli occhi dalle inutili conchiglie fino a incontrare lo sguardo del vecchio.
– Lui sapeva cos’è il denaro, disse Mr Deasy. Ne guadagnava parecchio. Poeta ma anche Inglese. Lei sa qual è l’orgoglio dell’Inglese? Lo sa qual è la parola di massima fierezza che udrà mai dalla bocca d’un Inglese?
Il dominio dei mari. Quegli occhi freddi come il mare guardavano laggiú nella baia deserta: pare che sia colpa della Storia: su di me e le mie parole, nessun odio che tenga.
– Che sul suo impero non tramonta mai il sole, disse Stephen.
– Bah! gridò Mr Deasy. Questo non è inglese. Questo l’ha detto un celtico francese.
Tambureggiava con l’unghia del pollice il suo salvamonete:
– Ora glielo dico io, dichiarò solennemente, qual è la frase di massima vanteria dell’Inglese. Ho sempre pagato il dovuto.
Che brav’uomo, oh che brav’uomo!
– Io ho sempre pagato il dovuto. Non ho mai preso in prestito uno scellino in vita mia. Ci riesce lei a sentirsi cosí? Io non devo niente a nessuno. Ci riesce lei?
Mulligan, nove sterline, tre paia di calzini, un paio di fangose, cravatte. Curran, dieci ghinee. McCann, una ghinea. Fred Ryan, due scellini. Temple, due pranzi. Russell, una ghinea, Cousins, dieci scellini, Bob Reynolds, mezza ghinea, Kohler, tre ghinee, signora McKernan, cinque settimane di pensione. Il gruzzolo che ho in tasca non serve a niente.
– Per il momento no, rispose Stephen.
(Gianni Celati 2013 Einaudi)
Aria rancida di fumo pesava nello studio con l’odore del bigio gibboso cuoio delle poltrone. Così come il primo giorno ha mercanteggiato con me qui. Com’era nel principio e ora. Sul mobiletto il vassoio di monete Stuart, miserabile tesoro di una palude: e sempre. E rannicchiati nel loro cofanetto per cucchiai in purpurea felpa scolorita, i dodici apostoli22 dopo aver predicato a tutti i gentili: nei secoli dei secoli.
Un passo frettoloso sul portico in pietra e nel corridoio. Sbuffando all’infuori i radi baffi, il signor Deasy si fermò al tavolo.
«Prima la nostra piccola pratica finanziaria,» disse.
Estrasse dalla giacca un portafoglio legato con una striscia di cuoio. Si spalancò e lui ne estrasse due banconote, una in due metà incollate, che posò con cura sul tavolo.
«Due,» disse, legando e rimettendo via il portafoglio.
E adesso il suo forziere per l’oro. L’imbarazzata mano di Stephen si muoveva sulle conchiglie ammucchiate nel freddo mortaio di pietra: buccine, monetarie e panterine; e questa, convoluta come il turbante di un emiro, e questa, la conchiglia di San Giacomo. Peculio di un vecchio pellegrino, tesoro morto, gusci vuoti.
Una sovrana cadde, scintillante e nuova, sulla morbida peluria della tovaglia.
«Tre,» disse il signor Deasy, rigirandosi in mano il suo piccolo salvadanaio. «Questi sono oggetti pratici. Guardi. Qui le sovrane. Qui scellini, sei pence, mezze corone. E qui le corone. Guardi.»
Ne fece schizzare fuori due corone e due scellini.
«Tre e dodici,» disse. «Credo troverà che è giusto.»
«Grazie, signore,» disse Stephen raccattando i soldi con timida premura e mettendoli tutti in una tasca dei pantaloni.
«Assolutamente nessun grazie,» ribatté il signor Deasy. «L’ha guadagnato.»
La mano di Stephen, di nuovo libera, tornò ai gusci vuoti. Simboli anche di bellezza e di potere. Un rigonfio nella mia tasca. Simboli insozzati da avidità e disgrazia.
«Non lo porti in giro così,» disse il signor Deasy. «Lo tirerà fuori da qualche parte e lo perderà. Comperi una di queste macchinette. Le troverà molto pratiche.»
Rispondi qualcosa.
«La mia sarebbe spesso vuota,» disse Stephen.
Stessa stanza e stessa ora, stessa saggezza; e io, lo stesso. Tre volte, ormai. Tre cappi attorno a me, qui. E allora? Posso spezzarli in questo istante, se voglio.
«Perché lei non risparmia,» replicò il signor Deasy, puntando il dito. «Non sa ancora cosa sia il denaro. Il denaro è potere, quando si è vissuto a lungo quanto me. Io so, so. Se la gioventù sapesse. Ma cosa dice Shakespeare? Metti denaro nella borsa.»
«Iago,» mormorò Stephen.
Sollevò gli occhi dalle oziose conchiglie allo sguardo fisso del vecchio.
«Sapeva cosa sono i soldi,» disse il signor Deasy. «Li faceva, i soldi. Poeta, sì, ma anche inglese. Lo sa qual è il vanto degli inglesi? Lo sa qual è l’espressione più fiera che sentirà mai dalla bocca di un inglese?»
Il dominatore dei mari. I suoi occhi freddo mare guardarono alla baia deserta; {pare} sia colpa della storia; per me e per le mie parole, senza odio.
«Che sul suo impero,» rispose Stephen, «il sole non tramonta mai.»
«Ba!» gridò il signor Deasy. «Quella non è inglese. L’ha detta un celta francese.»
E si picchiettò la scatoletta delle monete sull’unghia del pollice.
«Glielo dico io,» enunciò solennemente, «qual è il vanto più fiero dell’inglese. Me lo sono pagato.»
Brav’uomo, brav’uomo.
«Me lo sono pagato. Non ho mai preso a prestito uno scellino in vita mia. Può sentirsi così lei? Non devo niente. Eh?»
Mulligan, nove sterline, tre paia di calze, un paio di scarpe, cravatte. Curran, dieci ghinee. McCann, una ghinea. Fred Ryan, due scellini. Temple, due pranzi. Russell, una ghinea, Cousins, dieci scellini, Bob Reynolds, mezza ghinea, Köhler, tre ghinee, la signora McKernan, cinque settimane di pensione. Il rigonfio che ho è inutile.
«Per il momento no,» rispose Stephen.
(Mario Biondi 2020 La Nave di Teseo)

venerdì 19 febbraio 2021

#29 Sargent


Averroè - Cappellone degli Spagnoli
S. Maria Novella - Firenze

Fra simboli algebrici, filosofi medievali, danze moresche, vediamo emergere in Dedalus anche un moto compassionevole che non gli avevamo ancora riconosciuto. Il bizzarro e distratto maestro cerca di aiutare Sargent, l'ultimo della classe, anche lui in fondo vittima di un sistema di istruzione e un modello di cultura in decadenza.

Per guardare questo e gli altri video su Youtube, clicca qui sotto:
https://www.youtube.com/playlist?list=PLJBcZmWWmlya9nyJ_RDBq3WOnW6twdmYo

La versione in podcast è disponibile su Spotify qui:
https://open.spotify.com/show/05nniQWDcnUfLNkUJ9LXWR?si=U2cFdX26S0etdDljPP2zGQ

Ecco il testo in lingua originale del brano citato dall'Ulysses in questo video:
Sargent who alone had lingered came forward slowly, showing an open copybook. His tangled hair and scraggy neck gave witness of unreadiness and through his misty glasses weak eyes looked up pleading. On his cheek, dull and bloodless, a soft stain of ink lay, dateshaped, recent and damp as a snail's bed.
He held out his copybook. The word Sums was written on the headline. Beneath were sloping figures and at the foot a crooked signature with blind loops and a blot. Cyril Sargent: his name and seal.
— Mr Deasy told me to write them out all again, he said, and show them to you, sir.
Stephen touched the edges of the book. Futility.
— Do you understand how to do them now? he asked.
— Numbers eleven to fifteen, Sargent answered. Mr Deasy said I was to copy them off the board, sir.
— Can you do them yourself? Stephen asked.
— No, sir.
Ugly and futile: lean neck and tangled hair and a stain of ink, a snail's bed. Yet someone had loved him, borne him in her arms and in her heart. But for her the race of the world would have trampled him underfoot, a squashed boneless snail. She had loved his weak watery blood drained from her own. Was that then real? The only true thing in life? His mother's prostrate body the fiery Columbanus in holy zeal bestrode. She was no more: the trembling skeleton of a twig burnt in the fire, an odour of rosewood and wetted ashes. She had saved him from being trampled underfoot and had gone, scarcely having been. A poor soul gone to heaven: and on a heath beneath winking stars a fox, red reek of rapine in his fur, with merciless bright eyes scraped in the earth, listened, scraped up the earth, listened, scraped and scraped.
Sitting at his side Stephen solved out the problem. He proves by algebra that Shakespeare's ghost is Hamlet's grandfather. Sargent peered askance through his slanted glasses. Hockeysticks rattled in the lumberroom: the hollow knock of a ball and calls from the field.
Across the page the symbols moved in grave morrice, in the mummery of their letters, wearing quaint caps of squares and cubes. Give hands, traverse, bow to partner: so: imps of fancy of the Moors. Gone too from the world, Averroes and Moses Maimonides, dark men in mien and movement, flashing in their mocking mirrors the obscure soul of the world, a darkness shining in brightness which brightness could not comprehend.
— Do you understand now? Can you work the second for yourself?
— Yes, sir.
In long shaky strokes Sargent copied the data. Waiting always for a word of help his hand moved faithfully the unsteady symbols, a faint hue of shame flickering behind his dull skin. Amor matris: subjective and objective genitive. With her weak blood and wheysour milk she had fed him and hid from sight of others his swaddling bands.
Like him was I, these sloping shoulders, this gracelessness. My childhood bends beside me. Too far for me to lay a hand there once or lightly. Mine is far and his secret as our eyes. Secrets, silent, stony sit in the dark palaces of both our hearts: secrets weary of their tyranny: tyrants, willing to be dethroned.
The sum was done.
— It is very simple, Stephen said as he stood up.
— Yes, sir. Thanks, Sargent answered.
He dried the page with a sheet of thin blottingpaper and carried his copybook back to his desk.
— You had better get your stick and go out to the others, Stephen said as he followed towards the door the boy's graceless form.
— Yes, sir.
(James Joyce 1922)
La lettura del brano originale è tratta da: Ulysses Broadcast - RTE Radio 1982

Ecco i testi delle traduzioni in italiano dall'Ulisse lette e citate in questo video:
Sargent, il solo che avesse indugiato, si fece avanti con lentezza tenendo un quaderno aperto. I capelli folti e il collo scarno davano a divedere un che di tardo e attraverso le lenti appannate deboli occhi si levavano imploranti. Sulla gota, smorta ed esangue, c’era una lieve macchia d’inchiostro, a forma di dattero, recente e umida come una traccia di lumaca.
Porse il quaderno. In cima alla pagina stava scritta la parola Operazioni. Sotto c’erano delle cifre sbilenche, in fondo una firma contorta, con gli occhielli delle lettere ciechi e una macchia. Cyril Sargent: firma e suggello.
– Mr Deasy mi ha detto di riscriverle tutte, disse, e di fargliele vedere, professore.
Stephen toccò gli orli del quaderno. Nullità.
– Ha capito ora come si fanno? domandò.
– Dall’esercizio undici al quindici, rispose Sargent. Mr Deasy ha detto che dovevo copiarle dalla lavagna, signore.
– Le sa fare da sé? domandò Stephen.
– No, professore.
Brutto e nullo: collo magro e capelli folti e una macchia d’inchiostro, una traccia di lumaca. Eppure c’era una che lo aveva amato, portato in braccio e dentro al cuore. Se non fosse stato per lei la maratona del mondo lo avrebbe schiacciato sotto i piedi, spiaccicata lumaca senza vertebre. Lei aveva amato quel debole sangue acquoso trasfuso dal proprio. Era dunque vero? La sola cosa autentica della vita? Sul corpo prostrato della madre cavalcò nel suo santo zelo il focoso Colombano. Essa non era più: lo scheletro tremante di un ramoscello bruciato nel focolare, un sentor di legno di rosa e di cenere umida. Aveva impedito che lo schiacciassero sotto i piedi; e se ne era andata, senza quasi essere esistita. Un’animuccia andata in cielo: e in una landa sotto l’ammiccare delle stelle una volpe, rosso fortore di rapina nel pelo, con occhi lustri spietati grattava nella terra, ascoltava, grattava via la terra, ascoltava, grattava e grattava.
Seduto accanto a lui, Stephen risolveva il problema. Dimostra con l’algebra che lo spettro di Shakespeare è il nonno di Amleto. Sargent guardava in tralice attraverso gli occhiali a sghimbescio, le mazze da hockey sbattevano nel ripostiglio: il colpo sordo d’una palla e richiami dal campo.
Attraverso la pagina i simboli si muovevano in solenne moresca, sotto le maschere delle loro lettere, con bizzarre berrette di quadrati e cubi. Date la mano, traversate, inchinatevi alla dama: così: demonietti usciti dalla fantasia dei Mori. Scomparsi anche loro dal mondo, Averroè e Mosè Maimonide, uomini scuri nel volto e nel gesto, che facevano balenare nei loro specchi beffardi l’anima buia del mondo, un’oscurità splendente nella luce, che la luce non poteva comprendere.
– Capisce ora? Riesce a fare da solo quella dopo?
– Sì, professore.
Con lunghi tratti tremuli Sargent ricopiò i dati. Sempre in attesa di una parola di aiuto, la mano moveva fedelmente i simboli incerti, un debole color di vergogna lippolando sotto la pelle opaca. Amor matris: genitivo soggettivo e oggettivo. Col sangue debole e il latte sieroso l’aveva nutrito e aveva nascosto agli occhi degli altri le sue fasce.
Ero come lui, queste spalle cadenti, questa sgraziataggine. La mia infanzia si china qui accanto a me. Troppo distante perché io possa posarvi la mano anche una sola volta, o lievemente. La mia è distante e la sua segreta come i nostri occhi. Silenziosi, pietrosi, segreti sono insediati nei palazzi bui di entrambi i nostri cuori: segreti stanchi della loro tirannide: tiranni disposti a essere detronizzati.
L’operazione era fatta.
– È semplicissimo, disse Stephen alzandosi.
– Sì, professore. Grazie, rispose Sargent.
Asciugò la pagina con un sottile foglio di carta assorbente e riportò il quaderno al suo banco.
– Meglio che adesso lei vada a prendere la mazza e raggiunga gli altri, disse Stephen, seguendo verso la porta la figura sgraziata del ragazzo.
– Sì, signore.  
(Giulio De Angelis 1960 Mondadori)
Sargent, che solo s’era attardato si fece avanti lentamente, mostrando un quaderno aperto. I capelli arruffati e il collo ossuto testimoniavano di una certa svogliatezza, e attraverso gli occhiali appannati occhi deboli guardavano dal basso supplicanti. Sulla sua guancia, smunta ed esangue, vi era una leggera macchia d’inchiostro, a forma di dattero, recente e umida come la scia di una lumaca.
Porse il suo quaderno. Scritta in alto la parola Calcoli. Sotto c’erano figure incrinate e in basso una firma contorta con occhielli ciechi e una macchia. Cyril Sargent: il suo nome e sigillo.
– Mr Deasy mi ha detto di riscriverle tutte, disse, e di mostrarle a lei, signore.
Stephen sfiorò i lembi del quaderno. Inutilità.
– Ora l’hai capito come devi farli? chiese.
– Numeri da undici a quindici, rispose Sargent. Mr Deasy ha detto che dovevo copiarli dalla lavagna, signore.
– Li sai fare da solo? chiese Stephen.
– No, signore.
Brutto e inutile: collo lungo e capelli arruffati e una macchia d’inchiostro, una scia di lumaca. Eppure qualcuna l’aveva amato, tenuto tra le braccia e nel cuore. Non fosse stato per lei, in quella gara che è il mondo l’avrebbero calpestato, una smidollata lumaca spiaccicata. Ne aveva amato il debole sangue annacquato, succhiato dal suo. Era forse vero? L’unica cosa vera della vita? Il corpo prostrato della madre l’impetuoso Colombano in ardente zelo scavalcò. Lei non era più: lo scheletro tremante d’un ramoscello bruciato nel fuoco, un odore di legno di rosa e ceneri bagnate. Aveva evitato che lo calpestassero e se n’era andata, a malapena avendo vissuto. Una pover’anima andata in paradiso: e sulla brughiera sotto stelle scintillanti una volpe, rosso afrore di rapina nella pelliccia, con occhi lucidi e impietosi raschiava nella terra, ascoltava, raschiava via la terra, ascoltava, raschiava e raschiava.
Seduto al suo fianco Stephen risolveva il problema. Prova con l’algebra che il fantasma di Shakespeare è il nonno di Amleto, lui. Sargent sbirciò di traverso attraverso gli occhiali obliqui. Mazze da hockey tamburellavano nel ripostiglio: il colpo sordo di una palla e grida dal campo.
Sulla pagina i simboli si muovevano in solenne danza moresca, nella ridicola cerimonia delle lettere, indossando curiosi cappelli di quadrati e cubi. Dare la mano, attraversare, inchinarsi al compagno: così: diavoletti di fantasia dei mori. Anche loro scomparsi dal mondo. Averroè e Mosè Maimonide, uomini scuri all’aspetto e nelle movenze, che mettevano in mostra nei loro specchi dileggianti l’oscura anima del mondo, un’oscurità che risplende nella luminosità che la luminosità non riesce a comprendere.
– Ora lo capisci? Lo sai fare da solo il secondo?
– Sì, signore.
In lunghi tremolanti tratti Sargent copiava i dati. Sempre in attesa di una parola d’aiuto la sua mano muoveva fedelmente i simboli incerti, una tinta fievole di vergogna vacillante dietro la pelle opaca. Amor matris: genitivo soggettivo e oggettivo. Col suo sangue debole e il latte acido di siero, lei l’aveva nutrito tenendo nascoste alla vista altrui le sue fasce.
Come lui ero io, stesse spalle cascanti, stessa grazia assente. La mia infanzia si inchina accanto a me. Troppo lontana per posarvi una mano una volta o con leggerezza. La mia è lontana e la sua segreta come i nostri occhi. Segreti, silenziosi, sassosi siedono negli oscuri palazzi d’entrambi i cuori: segreti stanchi della loro tirannia: tiranni desiderosi d’esser detronizzati.
Il calcolo era fatto.
– È molto semplice, disse Stephen alzandosi.
– Sì, signore. Grazie, rispose Sargent.
Asciugò la pagina con un foglio leggero di carta assorbente e riportò il quaderno al suo banco.
– Faresti bene a prendere la tua mazza e a unirti agli altri, disse Stephen, seguendo fino alla porta la sagoma sgraziata del ragazzo.
– Sì, signore.
(Enrico Terrinoni 2012 Newton Compton) 
Sargent, l’unico rimasto, venne avanti a passo lento col quaderno aperto. Dai capelli arruffati e dal collo di gallina si vedeva un che di ritardato, e attraverso le lenti appannate i suoi deboli occhi guardavano imploranti. Sulla guancia terrea, esangue, c’era una tenue macchia d’inchiostro in forma di dattero, recente e ancora umida come la scia d’una lumaca.
Tese il quaderno a Stephen. La parola Aritmetica scritta in capo alla pagina. Sotto c’erano delle cifre sbilenche e in basso una firma contorta, con occhielli delle lettere confusi e una macchia. Cyril Sargent: suo nome e sigillo.
– Mr Deasy mi ha detto di riscrivere tutto, disse, e di mostrarglielo.
Stephen sfiorò i bordi del quaderno. Tutto futile e vacuo.
– Hai capito adesso queste operazioni? domandò.
– Dall’esercizio undici al quindici, rispose Sargent. Mr Deasy ha detto che dovevo copiarle dalla lavagna.
– Le sai fare da solo? domandò Stephen.
– No, professore.
Brutto e insignificante: collo magro, capelli arruffati e una macchia d’inchiostro, scia di lumaca. Eppur qualcuno l’aveva amato, una donna l’aveva tenuto in braccio e stretto al proprio seno. Se non fosse stato per lei, sarebbe rimasto schiacciato nella grande competizione del mondo, flaccida lumaca spiaccicata al suolo. Lei aveva amato quel sangue astenico, acquoso, trasfuso dal suo. Era questa la realtà? L’unica cosa vera della vita? Il corpo esausto della madre, nel suo santo zelo il focoso Colombano ci passò sopra. Lei non era piú: il tremante scheletro d’un ramoscello consumato dal fuoco, odore di legno di rosa e ceneri bagnate. Lei l’aveva salvato dall’esser schiacciato sotto i piedi, poi se n’era andata, esistita appena. Anima senza veli volata nei cieli. E nella landa sotto le stelle scintillanti, una volpe, rosso fortore di rapina nel suo pelo, con occhi lustri e impietosi, grattava la terra, drizzava le orecchie, poi grattava e grattava.
Seduto accanto al ragazzo, Stephen gli risolse il problema. Dimostra con l’algebra che lo spettro di Shakespeare è il nonno di Amleto. Sargent lo sbirciava attraverso le lenti, di sbieco. Mazze da hockey sbatacchiavano nella stanza degli attrezzi: sordo cozzo d’una palla e richiamo dal campo.
Sulla pagina i simboli danzavano la loro moresca, nella mascherata delle lettere curiosamente imberrettate con elevazioni al quadrato e al cubo. Datevi la mano, venite avanti, salutate la vostra dama: ecco, cosí. Spiritelli usciti dalla fantasia dei Mori. Anch’essi passati via dal mondo, Averroè e Maimonide, scuri in volto e nei gesti, fecero balenar nei loro specchi beffardi l’oscura anima del mondo, un buio che riluce in lampi e che la luce non è riuscita a comprendere.
– Hai capito adesso? Riesci a svolgere quell’altro problema da solo?
– Sí, professore.
Con lunghi colpi di penna vacillanti, Sargent ricopiò i numeri. Sempre in attesa d’una parola di soccorso, la sua mano metteva in moto con scrupolo quegli incerti simboli, mentre un vago color di vergogna baluginava sotto la sua terrea epidermide. Amor matris: genitivo soggettivo e oggettivo. Col suo sangue povero e latte sieroso, lei l’aveva nutrito e aveva nascosto agli sguardi altrui le fasce con cui lo fasciava da pargolo.
Io ero come lui, quelle spalle cadenti, quella goffaggine. La mia infanzia è qui a testa bassa accanto a me. Troppo lontana per poter appoggiarvi una mano o anche sfiorarla. La mia è lontana e la sua segreta come i nostri occhi. Silenziosi, pietrosi segreti nei bui palazzi dei cuori di entrambi. Segreti stanchi della propria tirannia, tiranni che vorrebbero esser defenestrati.
L’operazione era conclusa.
– È molto semplice, disse Stephen alzandosi.
– Sí, professore. Grazie, rispose Sargent.
Asciugò la pagina con un foglio di sottile carta assorbente e riportò il quaderno al suo banco.
– Ora è meglio che prendi la tua mazza e corri a raggiungere gli altri, fece Stephen mentre accompagnava la sgraziata figura dello scolaro verso la porta.
– Sí, professore.
(Gianni Celati 2013 Einaudi)
Sargent, il solo che era rimasto lì, si fece avanti lentamente, mostrando un quaderno aperto. I capelli arruffati e il collo scheletrico erano testimoni di ritardo, e attraverso gli occhiali annebbiati due occhi miopi guardavano all’insù imploranti. Sulla guancia, spenta ed esangue, posava una macchiolina d’inchiostro, in forma di dattero, recente e umida come la scia di una lumaca.
Porse il suo quaderno. Nel titolo era scritta la parola Operazioni. Più sotto numeri sbilenchi e in fondo una firma contorta con occhielli ciechi e una macchia. Cyril Sargent: suo nome e sigillo.
«Il signor Deasy mi ha detto di riscriverle tutte,» disse, «e mostrarle a lei, signore.»
Stephen toccò i bordi del quaderno. Senza speranza.
«Hai capito come si fanno, adesso?» chiese.
«Dall’undici al quindici,» rispose Sargent. «Il signor Deasy ha detto che dovevo copiarle dalla lavagna, signore.»
«Le sai fare da solo?» chiese Stephen.
«No, signore.»
Brutto e insignificante: collo scarno, capelli arruffati e una macchia d’inchiostro, una scia di lumaca. Eppure una donna lo aveva amato, portato fra le braccia e nel cuore. Se non fosse stato per lei la calca del mondo lo avrebbe calpestato, spiaccicata lumaca priva di ossa. Lei aveva amato il suo debole sangue acquoso, frutto del proprio. Era dunque reale questo? L’unica cosa vera della vita?12 Il corpo prostrato della madre l’infuocato Colombano aveva scavalcato in preda a sacro zelo. Ella non era più: il tremante scheletro di uno stecco arso nel fuoco, un sentore di palissandro e ceneri umide. Lei lo aveva salvato dall’essere calpestato e se n’era andata, essendo a malapena stata. Una povera anima andata in paradiso; e su una brughiera sotto un ammiccare di stelle un volpacchiotto, rosso fetore di rapina sulla pelliccia, con spietati occhi sfavillanti raspava nella terra, ascoltava, raspava su la terra, ascoltava, raspava e raspava.
Seduto al suo fianco Stephen risolse il problema. Dimostra per mezzo dell’algebra che il fantasma di Shakespeare è il nonno di Amleto. Sargent sbirciava di sguincio attraverso gli occhiali inclinati. Mazze da hockey sbatacchiavano nel ripostiglio: lo schiocco sordo di una palla e grida dal campo.
Sulla pagina i simboli si muovevano in una solenne moresca, nella mascherata dei loro caratteri, con bizzarri copricapi di quadrato e cubo. Dare la mano, incrociarsi, inchinarsi al partner; così; folletti dell’immaginazione dei Mori. Andati via anch’essi dal mondo, Averroè e Mosè Maimonide, uomini scuri di aspetto e movimento, che avevano fatto balenare nei loro irridenti specchi l’anima oscura del mondo, una tenebra splendente nella luce, che la luce non poteva comprendere.
«Capisci, adesso? Riesci a fare la seconda da solo?»
«Sì, signore.»
In lunghi tratti tremolanti Sargent copiò i dati. Sempre in attesa di una parola d’aiuto la sua mano muoveva fedelmente i malfermi simboli, una vaga tonalità di vergogna baluginante sotto la sua pelle spenta. Amor matris: genitivo soggettivo e oggettivo. Con il suo sangue debole e il latte acido di siero lo aveva nutrito e aveva celato alla vista degli altri le sue fasce.
Come lui ero io, queste spalle cadenti, questa sgraziataggine. La mia infanzia è qui ingobbita al mio fianco. Troppo lontana perché io vi posi una mano anche una sola volta o lievemente. La mia è lontana e la sua segreta come i nostri occhi. Segreti, silenziosi, di pietra risiedono nei bui palazzi di entrambi i nostri cuori; segreti stanchi della loro tirannide; tiranni desiderosi di essere detronizzati.
L’operazione era fatta.
«È molto semplice,» disse Stephen alzandosi.
«Sì, signore. Grazie,» rispose Sargent.
Asciugò la pagina con un foglio di sottile carta assorbente e riportò il quaderno al suo banco.
«Adesso è meglio che prendi la tua mazza e vai fuori dagli altri,» disse Stephen mentre seguiva verso la porta la sgraziata figura del ragazzo.
«Sì, signore.»
(Mario Biondi 2020 La Nave di Teseo)