venerdì 19 febbraio 2021

#29 Sargent


Averroè - Cappellone degli Spagnoli
S. Maria Novella - Firenze

Fra simboli algebrici, filosofi medievali, danze moresche, vediamo emergere in Dedalus anche un moto compassionevole che non gli avevamo ancora riconosciuto. Il bizzarro e distratto maestro cerca di aiutare Sargent, l'ultimo della classe, anche lui in fondo vittima di un sistema di istruzione e un modello di cultura in decadenza.

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La versione in podcast è disponibile su Spotify qui:
https://open.spotify.com/show/05nniQWDcnUfLNkUJ9LXWR?si=U2cFdX26S0etdDljPP2zGQ

Ecco il testo in lingua originale del brano citato dall'Ulysses in questo video:
Sargent who alone had lingered came forward slowly, showing an open copybook. His tangled hair and scraggy neck gave witness of unreadiness and through his misty glasses weak eyes looked up pleading. On his cheek, dull and bloodless, a soft stain of ink lay, dateshaped, recent and damp as a snail's bed.
He held out his copybook. The word Sums was written on the headline. Beneath were sloping figures and at the foot a crooked signature with blind loops and a blot. Cyril Sargent: his name and seal.
— Mr Deasy told me to write them out all again, he said, and show them to you, sir.
Stephen touched the edges of the book. Futility.
— Do you understand how to do them now? he asked.
— Numbers eleven to fifteen, Sargent answered. Mr Deasy said I was to copy them off the board, sir.
— Can you do them yourself? Stephen asked.
— No, sir.
Ugly and futile: lean neck and tangled hair and a stain of ink, a snail's bed. Yet someone had loved him, borne him in her arms and in her heart. But for her the race of the world would have trampled him underfoot, a squashed boneless snail. She had loved his weak watery blood drained from her own. Was that then real? The only true thing in life? His mother's prostrate body the fiery Columbanus in holy zeal bestrode. She was no more: the trembling skeleton of a twig burnt in the fire, an odour of rosewood and wetted ashes. She had saved him from being trampled underfoot and had gone, scarcely having been. A poor soul gone to heaven: and on a heath beneath winking stars a fox, red reek of rapine in his fur, with merciless bright eyes scraped in the earth, listened, scraped up the earth, listened, scraped and scraped.
Sitting at his side Stephen solved out the problem. He proves by algebra that Shakespeare's ghost is Hamlet's grandfather. Sargent peered askance through his slanted glasses. Hockeysticks rattled in the lumberroom: the hollow knock of a ball and calls from the field.
Across the page the symbols moved in grave morrice, in the mummery of their letters, wearing quaint caps of squares and cubes. Give hands, traverse, bow to partner: so: imps of fancy of the Moors. Gone too from the world, Averroes and Moses Maimonides, dark men in mien and movement, flashing in their mocking mirrors the obscure soul of the world, a darkness shining in brightness which brightness could not comprehend.
— Do you understand now? Can you work the second for yourself?
— Yes, sir.
In long shaky strokes Sargent copied the data. Waiting always for a word of help his hand moved faithfully the unsteady symbols, a faint hue of shame flickering behind his dull skin. Amor matris: subjective and objective genitive. With her weak blood and wheysour milk she had fed him and hid from sight of others his swaddling bands.
Like him was I, these sloping shoulders, this gracelessness. My childhood bends beside me. Too far for me to lay a hand there once or lightly. Mine is far and his secret as our eyes. Secrets, silent, stony sit in the dark palaces of both our hearts: secrets weary of their tyranny: tyrants, willing to be dethroned.
The sum was done.
— It is very simple, Stephen said as he stood up.
— Yes, sir. Thanks, Sargent answered.
He dried the page with a sheet of thin blottingpaper and carried his copybook back to his desk.
— You had better get your stick and go out to the others, Stephen said as he followed towards the door the boy's graceless form.
— Yes, sir.
(James Joyce 1922)
La lettura del brano originale è tratta da: Ulysses Broadcast - RTE Radio 1982

Ecco i testi delle traduzioni in italiano dall'Ulisse lette e citate in questo video:
Sargent, il solo che avesse indugiato, si fece avanti con lentezza tenendo un quaderno aperto. I capelli folti e il collo scarno davano a divedere un che di tardo e attraverso le lenti appannate deboli occhi si levavano imploranti. Sulla gota, smorta ed esangue, c’era una lieve macchia d’inchiostro, a forma di dattero, recente e umida come una traccia di lumaca.
Porse il quaderno. In cima alla pagina stava scritta la parola Operazioni. Sotto c’erano delle cifre sbilenche, in fondo una firma contorta, con gli occhielli delle lettere ciechi e una macchia. Cyril Sargent: firma e suggello.
– Mr Deasy mi ha detto di riscriverle tutte, disse, e di fargliele vedere, professore.
Stephen toccò gli orli del quaderno. Nullità.
– Ha capito ora come si fanno? domandò.
– Dall’esercizio undici al quindici, rispose Sargent. Mr Deasy ha detto che dovevo copiarle dalla lavagna, signore.
– Le sa fare da sé? domandò Stephen.
– No, professore.
Brutto e nullo: collo magro e capelli folti e una macchia d’inchiostro, una traccia di lumaca. Eppure c’era una che lo aveva amato, portato in braccio e dentro al cuore. Se non fosse stato per lei la maratona del mondo lo avrebbe schiacciato sotto i piedi, spiaccicata lumaca senza vertebre. Lei aveva amato quel debole sangue acquoso trasfuso dal proprio. Era dunque vero? La sola cosa autentica della vita? Sul corpo prostrato della madre cavalcò nel suo santo zelo il focoso Colombano. Essa non era più: lo scheletro tremante di un ramoscello bruciato nel focolare, un sentor di legno di rosa e di cenere umida. Aveva impedito che lo schiacciassero sotto i piedi; e se ne era andata, senza quasi essere esistita. Un’animuccia andata in cielo: e in una landa sotto l’ammiccare delle stelle una volpe, rosso fortore di rapina nel pelo, con occhi lustri spietati grattava nella terra, ascoltava, grattava via la terra, ascoltava, grattava e grattava.
Seduto accanto a lui, Stephen risolveva il problema. Dimostra con l’algebra che lo spettro di Shakespeare è il nonno di Amleto. Sargent guardava in tralice attraverso gli occhiali a sghimbescio, le mazze da hockey sbattevano nel ripostiglio: il colpo sordo d’una palla e richiami dal campo.
Attraverso la pagina i simboli si muovevano in solenne moresca, sotto le maschere delle loro lettere, con bizzarre berrette di quadrati e cubi. Date la mano, traversate, inchinatevi alla dama: così: demonietti usciti dalla fantasia dei Mori. Scomparsi anche loro dal mondo, Averroè e Mosè Maimonide, uomini scuri nel volto e nel gesto, che facevano balenare nei loro specchi beffardi l’anima buia del mondo, un’oscurità splendente nella luce, che la luce non poteva comprendere.
– Capisce ora? Riesce a fare da solo quella dopo?
– Sì, professore.
Con lunghi tratti tremuli Sargent ricopiò i dati. Sempre in attesa di una parola di aiuto, la mano moveva fedelmente i simboli incerti, un debole color di vergogna lippolando sotto la pelle opaca. Amor matris: genitivo soggettivo e oggettivo. Col sangue debole e il latte sieroso l’aveva nutrito e aveva nascosto agli occhi degli altri le sue fasce.
Ero come lui, queste spalle cadenti, questa sgraziataggine. La mia infanzia si china qui accanto a me. Troppo distante perché io possa posarvi la mano anche una sola volta, o lievemente. La mia è distante e la sua segreta come i nostri occhi. Silenziosi, pietrosi, segreti sono insediati nei palazzi bui di entrambi i nostri cuori: segreti stanchi della loro tirannide: tiranni disposti a essere detronizzati.
L’operazione era fatta.
– È semplicissimo, disse Stephen alzandosi.
– Sì, professore. Grazie, rispose Sargent.
Asciugò la pagina con un sottile foglio di carta assorbente e riportò il quaderno al suo banco.
– Meglio che adesso lei vada a prendere la mazza e raggiunga gli altri, disse Stephen, seguendo verso la porta la figura sgraziata del ragazzo.
– Sì, signore.  
(Giulio De Angelis 1960 Mondadori)
Sargent, che solo s’era attardato si fece avanti lentamente, mostrando un quaderno aperto. I capelli arruffati e il collo ossuto testimoniavano di una certa svogliatezza, e attraverso gli occhiali appannati occhi deboli guardavano dal basso supplicanti. Sulla sua guancia, smunta ed esangue, vi era una leggera macchia d’inchiostro, a forma di dattero, recente e umida come la scia di una lumaca.
Porse il suo quaderno. Scritta in alto la parola Calcoli. Sotto c’erano figure incrinate e in basso una firma contorta con occhielli ciechi e una macchia. Cyril Sargent: il suo nome e sigillo.
– Mr Deasy mi ha detto di riscriverle tutte, disse, e di mostrarle a lei, signore.
Stephen sfiorò i lembi del quaderno. Inutilità.
– Ora l’hai capito come devi farli? chiese.
– Numeri da undici a quindici, rispose Sargent. Mr Deasy ha detto che dovevo copiarli dalla lavagna, signore.
– Li sai fare da solo? chiese Stephen.
– No, signore.
Brutto e inutile: collo lungo e capelli arruffati e una macchia d’inchiostro, una scia di lumaca. Eppure qualcuna l’aveva amato, tenuto tra le braccia e nel cuore. Non fosse stato per lei, in quella gara che è il mondo l’avrebbero calpestato, una smidollata lumaca spiaccicata. Ne aveva amato il debole sangue annacquato, succhiato dal suo. Era forse vero? L’unica cosa vera della vita? Il corpo prostrato della madre l’impetuoso Colombano in ardente zelo scavalcò. Lei non era più: lo scheletro tremante d’un ramoscello bruciato nel fuoco, un odore di legno di rosa e ceneri bagnate. Aveva evitato che lo calpestassero e se n’era andata, a malapena avendo vissuto. Una pover’anima andata in paradiso: e sulla brughiera sotto stelle scintillanti una volpe, rosso afrore di rapina nella pelliccia, con occhi lucidi e impietosi raschiava nella terra, ascoltava, raschiava via la terra, ascoltava, raschiava e raschiava.
Seduto al suo fianco Stephen risolveva il problema. Prova con l’algebra che il fantasma di Shakespeare è il nonno di Amleto, lui. Sargent sbirciò di traverso attraverso gli occhiali obliqui. Mazze da hockey tamburellavano nel ripostiglio: il colpo sordo di una palla e grida dal campo.
Sulla pagina i simboli si muovevano in solenne danza moresca, nella ridicola cerimonia delle lettere, indossando curiosi cappelli di quadrati e cubi. Dare la mano, attraversare, inchinarsi al compagno: così: diavoletti di fantasia dei mori. Anche loro scomparsi dal mondo. Averroè e Mosè Maimonide, uomini scuri all’aspetto e nelle movenze, che mettevano in mostra nei loro specchi dileggianti l’oscura anima del mondo, un’oscurità che risplende nella luminosità che la luminosità non riesce a comprendere.
– Ora lo capisci? Lo sai fare da solo il secondo?
– Sì, signore.
In lunghi tremolanti tratti Sargent copiava i dati. Sempre in attesa di una parola d’aiuto la sua mano muoveva fedelmente i simboli incerti, una tinta fievole di vergogna vacillante dietro la pelle opaca. Amor matris: genitivo soggettivo e oggettivo. Col suo sangue debole e il latte acido di siero, lei l’aveva nutrito tenendo nascoste alla vista altrui le sue fasce.
Come lui ero io, stesse spalle cascanti, stessa grazia assente. La mia infanzia si inchina accanto a me. Troppo lontana per posarvi una mano una volta o con leggerezza. La mia è lontana e la sua segreta come i nostri occhi. Segreti, silenziosi, sassosi siedono negli oscuri palazzi d’entrambi i cuori: segreti stanchi della loro tirannia: tiranni desiderosi d’esser detronizzati.
Il calcolo era fatto.
– È molto semplice, disse Stephen alzandosi.
– Sì, signore. Grazie, rispose Sargent.
Asciugò la pagina con un foglio leggero di carta assorbente e riportò il quaderno al suo banco.
– Faresti bene a prendere la tua mazza e a unirti agli altri, disse Stephen, seguendo fino alla porta la sagoma sgraziata del ragazzo.
– Sì, signore.
(Enrico Terrinoni 2012 Newton Compton) 
Sargent, l’unico rimasto, venne avanti a passo lento col quaderno aperto. Dai capelli arruffati e dal collo di gallina si vedeva un che di ritardato, e attraverso le lenti appannate i suoi deboli occhi guardavano imploranti. Sulla guancia terrea, esangue, c’era una tenue macchia d’inchiostro in forma di dattero, recente e ancora umida come la scia d’una lumaca.
Tese il quaderno a Stephen. La parola Aritmetica scritta in capo alla pagina. Sotto c’erano delle cifre sbilenche e in basso una firma contorta, con occhielli delle lettere confusi e una macchia. Cyril Sargent: suo nome e sigillo.
– Mr Deasy mi ha detto di riscrivere tutto, disse, e di mostrarglielo.
Stephen sfiorò i bordi del quaderno. Tutto futile e vacuo.
– Hai capito adesso queste operazioni? domandò.
– Dall’esercizio undici al quindici, rispose Sargent. Mr Deasy ha detto che dovevo copiarle dalla lavagna.
– Le sai fare da solo? domandò Stephen.
– No, professore.
Brutto e insignificante: collo magro, capelli arruffati e una macchia d’inchiostro, scia di lumaca. Eppur qualcuno l’aveva amato, una donna l’aveva tenuto in braccio e stretto al proprio seno. Se non fosse stato per lei, sarebbe rimasto schiacciato nella grande competizione del mondo, flaccida lumaca spiaccicata al suolo. Lei aveva amato quel sangue astenico, acquoso, trasfuso dal suo. Era questa la realtà? L’unica cosa vera della vita? Il corpo esausto della madre, nel suo santo zelo il focoso Colombano ci passò sopra. Lei non era piú: il tremante scheletro d’un ramoscello consumato dal fuoco, odore di legno di rosa e ceneri bagnate. Lei l’aveva salvato dall’esser schiacciato sotto i piedi, poi se n’era andata, esistita appena. Anima senza veli volata nei cieli. E nella landa sotto le stelle scintillanti, una volpe, rosso fortore di rapina nel suo pelo, con occhi lustri e impietosi, grattava la terra, drizzava le orecchie, poi grattava e grattava.
Seduto accanto al ragazzo, Stephen gli risolse il problema. Dimostra con l’algebra che lo spettro di Shakespeare è il nonno di Amleto. Sargent lo sbirciava attraverso le lenti, di sbieco. Mazze da hockey sbatacchiavano nella stanza degli attrezzi: sordo cozzo d’una palla e richiamo dal campo.
Sulla pagina i simboli danzavano la loro moresca, nella mascherata delle lettere curiosamente imberrettate con elevazioni al quadrato e al cubo. Datevi la mano, venite avanti, salutate la vostra dama: ecco, cosí. Spiritelli usciti dalla fantasia dei Mori. Anch’essi passati via dal mondo, Averroè e Maimonide, scuri in volto e nei gesti, fecero balenar nei loro specchi beffardi l’oscura anima del mondo, un buio che riluce in lampi e che la luce non è riuscita a comprendere.
– Hai capito adesso? Riesci a svolgere quell’altro problema da solo?
– Sí, professore.
Con lunghi colpi di penna vacillanti, Sargent ricopiò i numeri. Sempre in attesa d’una parola di soccorso, la sua mano metteva in moto con scrupolo quegli incerti simboli, mentre un vago color di vergogna baluginava sotto la sua terrea epidermide. Amor matris: genitivo soggettivo e oggettivo. Col suo sangue povero e latte sieroso, lei l’aveva nutrito e aveva nascosto agli sguardi altrui le fasce con cui lo fasciava da pargolo.
Io ero come lui, quelle spalle cadenti, quella goffaggine. La mia infanzia è qui a testa bassa accanto a me. Troppo lontana per poter appoggiarvi una mano o anche sfiorarla. La mia è lontana e la sua segreta come i nostri occhi. Silenziosi, pietrosi segreti nei bui palazzi dei cuori di entrambi. Segreti stanchi della propria tirannia, tiranni che vorrebbero esser defenestrati.
L’operazione era conclusa.
– È molto semplice, disse Stephen alzandosi.
– Sí, professore. Grazie, rispose Sargent.
Asciugò la pagina con un foglio di sottile carta assorbente e riportò il quaderno al suo banco.
– Ora è meglio che prendi la tua mazza e corri a raggiungere gli altri, fece Stephen mentre accompagnava la sgraziata figura dello scolaro verso la porta.
– Sí, professore.
(Gianni Celati 2013 Einaudi)
Sargent, il solo che era rimasto lì, si fece avanti lentamente, mostrando un quaderno aperto. I capelli arruffati e il collo scheletrico erano testimoni di ritardo, e attraverso gli occhiali annebbiati due occhi miopi guardavano all’insù imploranti. Sulla guancia, spenta ed esangue, posava una macchiolina d’inchiostro, in forma di dattero, recente e umida come la scia di una lumaca.
Porse il suo quaderno. Nel titolo era scritta la parola Operazioni. Più sotto numeri sbilenchi e in fondo una firma contorta con occhielli ciechi e una macchia. Cyril Sargent: suo nome e sigillo.
«Il signor Deasy mi ha detto di riscriverle tutte,» disse, «e mostrarle a lei, signore.»
Stephen toccò i bordi del quaderno. Senza speranza.
«Hai capito come si fanno, adesso?» chiese.
«Dall’undici al quindici,» rispose Sargent. «Il signor Deasy ha detto che dovevo copiarle dalla lavagna, signore.»
«Le sai fare da solo?» chiese Stephen.
«No, signore.»
Brutto e insignificante: collo scarno, capelli arruffati e una macchia d’inchiostro, una scia di lumaca. Eppure una donna lo aveva amato, portato fra le braccia e nel cuore. Se non fosse stato per lei la calca del mondo lo avrebbe calpestato, spiaccicata lumaca priva di ossa. Lei aveva amato il suo debole sangue acquoso, frutto del proprio. Era dunque reale questo? L’unica cosa vera della vita?12 Il corpo prostrato della madre l’infuocato Colombano aveva scavalcato in preda a sacro zelo. Ella non era più: il tremante scheletro di uno stecco arso nel fuoco, un sentore di palissandro e ceneri umide. Lei lo aveva salvato dall’essere calpestato e se n’era andata, essendo a malapena stata. Una povera anima andata in paradiso; e su una brughiera sotto un ammiccare di stelle un volpacchiotto, rosso fetore di rapina sulla pelliccia, con spietati occhi sfavillanti raspava nella terra, ascoltava, raspava su la terra, ascoltava, raspava e raspava.
Seduto al suo fianco Stephen risolse il problema. Dimostra per mezzo dell’algebra che il fantasma di Shakespeare è il nonno di Amleto. Sargent sbirciava di sguincio attraverso gli occhiali inclinati. Mazze da hockey sbatacchiavano nel ripostiglio: lo schiocco sordo di una palla e grida dal campo.
Sulla pagina i simboli si muovevano in una solenne moresca, nella mascherata dei loro caratteri, con bizzarri copricapi di quadrato e cubo. Dare la mano, incrociarsi, inchinarsi al partner; così; folletti dell’immaginazione dei Mori. Andati via anch’essi dal mondo, Averroè e Mosè Maimonide, uomini scuri di aspetto e movimento, che avevano fatto balenare nei loro irridenti specchi l’anima oscura del mondo, una tenebra splendente nella luce, che la luce non poteva comprendere.
«Capisci, adesso? Riesci a fare la seconda da solo?»
«Sì, signore.»
In lunghi tratti tremolanti Sargent copiò i dati. Sempre in attesa di una parola d’aiuto la sua mano muoveva fedelmente i malfermi simboli, una vaga tonalità di vergogna baluginante sotto la sua pelle spenta. Amor matris: genitivo soggettivo e oggettivo. Con il suo sangue debole e il latte acido di siero lo aveva nutrito e aveva celato alla vista degli altri le sue fasce.
Come lui ero io, queste spalle cadenti, questa sgraziataggine. La mia infanzia è qui ingobbita al mio fianco. Troppo lontana perché io vi posi una mano anche una sola volta o lievemente. La mia è lontana e la sua segreta come i nostri occhi. Segreti, silenziosi, di pietra risiedono nei bui palazzi di entrambi i nostri cuori; segreti stanchi della loro tirannide; tiranni desiderosi di essere detronizzati.
L’operazione era fatta.
«È molto semplice,» disse Stephen alzandosi.
«Sì, signore. Grazie,» rispose Sargent.
Asciugò la pagina con un foglio di sottile carta assorbente e riportò il quaderno al suo banco.
«Adesso è meglio che prendi la tua mazza e vai fuori dagli altri,» disse Stephen mentre seguiva verso la porta la sgraziata figura del ragazzo.
«Sì, signore.»
(Mario Biondi 2020 La Nave di Teseo)

sabato 9 gennaio 2021

#28 Indovina indovinello


Volpe nella neve (Gustave Courbet 1860)
La lezione di Dedalus procede ancora fra argomenti interrotti, poesie dimenticate, indovinelli impossibili. Stephen si rivela un maestro distratto e poco capace e la sua classe già pensa piuttosto alla imminente lezione di Hockey.

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Ecco il testo in lingua originale del brano citato dall'Ulysses in questo video:
— Tell us a story, sir.
— O, do, sir. A ghoststory.
— Where do you begin in this? Stephen asked, opening another book.
Weep no more, Comyn said.
— Go on then, Talbot.
— And the history, sir?
— After, Stephen said. Go on, Talbot.
A swarthy boy opened a book and propped it nimbly under the breastwork of his satchel. He recited jerks of verse with odd glances at the text:
—  Weep no more, woful shepherds, weep no more
For Lycidas, your sorrow, is not dead,
Sunk though he be beneath the watery floor...
It must be a movement then, an actuality of the possible as possible. Aristotle's phrase formed itself within the gabbled verses and floated out into the studious silence of the library of Saint Genevieve where he had read, sheltered from the sin of Paris, night by night. By his elbow a delicate Siamese conned a handbook of strategy. Fed and feeding brains about me: under glowlamps, impaled, with faintly beating feelers: and in my mind's darkness a sloth of the underworld, reluctant, shy of brightness, shifting her dragon scaly folds. Thought is the thought of thought. Tranquil brightness. The soul is in a manner all that is: the soul is the form of forms. Tranquility sudden, vast, candescent: form of forms.
Talbot repeated:
—  Through the dear might of Him that walked the waves,
Through the dear might...
— Turn over, Stephen said quietly. I don't see anything.
— What, sir? Talbot asked simply, bending forward.
His hand turned the page over. He leaned back and went on again, having just remembered. Of him that walked the waves. Here also over these craven hearts his shadow lies and on the scoffer's heart and lips and on mine. It lies upon their eager faces who offered him a coin of the tribute. To Caesar what is Caesar's, to God what is God's. A long look from dark eyes, a riddling sentence to be woven and woven on the church's looms. Ay.
Riddle me, riddle me, randy ro.
My father gave me seeds to sow.
Talbot slid his closed book into his satchel.
— Have I heard all? Stephen asked.
— Yes, sir. Hockey at ten, sir.
— Half day, sir. Thursday.
— Who can answer a riddle? Stephen asked.
They bundled their books away, pencils clacking, pages rustling. Crowding together they strapped and buckled their satchels, all gabbling gaily:
— A riddle, sir? Ask me, sir.
— O, ask me, sir.
— A hard one, sir.
— This is the riddle, Stephen said:
The cock crew,
The sky was blue:
The bells in heaven
Were striking eleven.
'Tis time for this poor soul
To go to heaven.
What is that?
— What, sir?
— Again, sir. We didn't hear.
Their eyes grew bigger as the lines were repeated. After a silence Cochrane said:
— What is it, sir? We give it up.
Stephen, his throat itching, answered:
— The fox burying his grandmother under a hollybush.
He stood up and gave a shout of nervous laughter to which their cries echoed dismay.
(James Joyce 1922)
La lettura del brano originale è tratta da: Ulysses Broadcast - RTE Radio 1982

Ecco i testi delle traduzioni in italiano dall'Ulisse lette e citate in questo video:
– Ci racconti una storia, professore.
– Sì, sì, professore. Una storia di fantasmi.
– Dove eravamo rimasti, qui? domandò Stephen, prendendo un altro libro.
Non pianger più, disse Comyn.
– Avanti lei, Talbot.
– E la storia, professore?
– Dopo, disse Stephen. Continui, Talbot.
Un ragazzo bruno aprì un libro e lesto lo appoggiò dietro il baluardo della cartella. Recitò sgorghi di versi gettando sguardi in tralice sul testo:

– Non pianger più, dolente pastore, non pianger più
Ché Lycidas, tuo duolo, non è morto,
Benché sia sprofondato sotto l’equoreo piano…

Dev’essere un movimento, allora, un’attualità del possibile in quanto possibile. La frase di Aristotele si formò fra i versi barbugliati e andò alla deriva fino al silenzio studioso della biblioteca di Sainte-Geneviève dove aveva letto, al riparo da una Parigi peccaminosa, per sere e sere. Gomito a gomito un esile siamese compulsava un manuale di strategia. Cervelli pasciuti e pascentisi intorno a me: sotto lampade a incandescenza, infilzati, con un tenue palpitare delle antenne: e nel buio della mia mente un bradipo del mondo sotterraneo, riluttante, schivo di luce, che muove le sue squamose volute di drago. Pensiero è il pensiero del pensiero. Tranquilla luminosità. L’anima è in certo modo tutto ciò che è: l’anima è la forma delle forme. Tranquillità subitanea, vasta, incandescente: forma delle forme.
Talbot ripeteva:

– Per la terribile possanza di Colui che camminò sulle onde,
Per la terribile possanza…

– Volti pure, disse tranquillamente Stephen. Io non vedo niente.
– Che cosa, professore? domandò candidamente Talbot, chinandosi in avanti.
La sua mano voltò la pagina. Si ritrasse indietro e riprese, perché proprio allora s’era ricordato. Di colui che camminò sull’onde. Anche qui su questi cuori vili si stende la sua ombra e sul cuore e sulle labbra di chi lo irride e sulle mie. Si stende sulle facce bramose di coloro che gli offrirono l’obolo del tributo. A Cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che è di Dio. Un lungo sguardo degli occhi oscuri, una frase enigmatica da tessere e ritessere sui telai della chiesa. Sì.

Indovina, indovinala grillo.
Semi da seminar m’ha dato il babbo.

Talbot infilò il libro chiuso nella cartella.
– Ho sentito tutto? domandò Stephen.
– Sì, professore. Alle dieci c’è hockey, professore.
– Mezza vacanza, professore. È giovedì.
– Chi sa rispondere a un indovinello? domandò Stephen.
Ammonticchiavano i libri, crepitano le matite, fruscio di pagine. Accalcandosi in gruppo infilavano e affibbiavano le cinghie delle cartelle, con un allegro vociferare:
– Un indovinello, professore? Lo dica a me, professore.
– A me, a me, professore.
– Uno difficile, professore.
– Ecco l’indovinello, disse Stephen:

Cantò il gallo al mattino
Il cielo era turchino:
In cielo i battocchi
Davan undici rintocchi.
È ora che quest’animuccia
In cielo vada a cuccia.

Che cos’è?
– Che cos’è, professore?
– Ripeta, professore. Non abbiamo sentito.
I loro occhi si slargavano mentre i versi venivano ripetuti. Dopo una pausa Cochrane disse:
– Che cos’è, professore? Ci arrendiamo.
Stephen, con un prurito in gola, rispose:
– La volpe che seppellisce la nonna sotto un cespo di caprifoglio.
Si alzò e ruppe in una risata nervosa a cui le loro grida fecero un’eco di costernazione.(Giulio De Angelis, 1960, Mondadori)
– Ci racconti una storia, signore.
– Sì, per favore, signore. Una storia di fantasmi.
– Da dove cominciamo con questo? chiese Stephen, aprendo un altro libro.
Non pianger più, disse Comyn.
– Prosegui tu, allora, Talbot.
– E la storia, signore?
– Dopo, disse Stephen. Procedi, Talbot.
Un ragazzo scuro di carnagione aprì un libro e prontamente lo mise al riparo dietro la sua cartella. Recitò brandelli di versi sbirciando ogni tanto il testo:

– Non pianger più, triste pastore, non pianger più
Ché Licida, il tuo dolore, non è morto,
Per quanto affondato sotto l’acqueo piano...

Dev’essere un movimento, allora, un’attualità del possibile in quanto possibile. L’affermazione di Aristotele prese forma nei versi farfugliati per galleggiar nel diligente silenzio della biblioteca di Saint Genevieve dove egli aveva letto, al riparo dal peccato di Parigi, sera dopo sera. Al suo fianco un siamese garbato consultava un manuale di strategia. Menti alimentate e alimentantesi intorno a me: sotto lampade a incandescenza, impalate, con antenne a palpitar leggere: e nell’oscurità del mio pensiero un bradipo dell’oltretomba, riluttante, timoroso di luminosità, che muta pieghe squamose da drago. Il pensiero è il pensiero del pensiero. Tranquilla luminosità. L’anima in un certo senso è tutto quel che è: l’anima è la forma delle forme. Tranquillità improvvisa, vasta, incandescente: forma delle forme.

Talbot ripeteva:

– Per la preziosa potenza di Colui che camminò sull’onde
Per la preziosa potenza...

– Volta pagina, disse Stephen tranquillo. Non vedo nulla.
– Come, signore? chiese semplicemente Talbot, chinandosi in avanti.
La sua mano voltò pagina. Tornò indietro con la schiena e proseguì dopo essersi ricordato. Di Colui che camminò sull’onde. Anche qui su questi cuori vili la sua ombra ricade e sul cuore e le labbra dello schernitore e sulle mie. Ricade sulle loro facce impazienti che hanno offerto a lui un obolo del tributo. A Cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che è di Dio. Un lungo sguardo da occhi scuri, una frase enigmatica da intessere e intessere sui telai della chiesa. Sì.

Indovina indovinello.
Bianca campagna, nera semenza.

Talbot fece scivolare il libro chiuso nella cartella.
– Ho sentito tutto? chiese Stephen.
– Sì, signore. C’è hockey alle dieci.
– Mezza giornata. Giovedì.
– Chi sa risolvere un indovinello? chiese Stephen.
Misero via i libri alla rinfusa, matite che schioccavano, pagine che frusciavano. Ammassandosi insieme legarono e agganciarono le cartelle, tutti gioiosamente ciarlando:
– Un indovinello, signore. Lo chieda a me, signore.
– Oh, lo chieda a me, signore.
– Uno difficile, signore.
– Ecco l’indovinello, disse Stephen:

Il gallo ha cantato
Blu il cielo è diventato:
Le campane in paradiso
Undici rintocchi han suonato
Per la pover’anima il tempo è arrivato
D’andare in paradiso.

Che cos’è?
– Cosa, signore?
– Ancora una volta, signore. Non abbiamo sentito.
I loro occhi s’ingrandivano man mano che i versi venivan ripetuti. Dopo una pausa, Cochrane disse:
– Che cos’è, signore? Ci arrendiamo.
Stephen, con il prurito in gola, rispose:
– La volpe che seppellisce sua nonna sotto un cespuglio d’agrifoglio.
S’alzò in piedi e scoppiò in una risata nervosa alla quale fecero eco i loro gridolini costernati.
(Enrico Terrinoni, 2012, Newton Compton)
– Ci racconti una storia, professore.
– Oh, sí, professore, una storia di fantasmi.
– Qui dove siamo? chiese Stephen, aprendo un altro libro.
Non pianger piú, disse Comyn.
– Leggi tu, Talbot.
– E gli argomenti di storia, professore?
– Dopo, disse Stephen. Avanti, Talbot.
Un ragazzo di carnagione bruna aprí il libro e svelto lo appoggiò alla balaustra della cartella. Recitava pezzi di versi a scatti, occhieggiando il testo in tralice.

Non pianger piú, sconsolato pastore,
Lycidas, ch’è il tuo cruccio, non è morto,
Benché affondato sotto l’acqueo piano.

Dunque dev’essere un moto, uno stato attuale del possibile in quanto possibile. La frase di Aristotele prendeva forma tra i versi barbugliati e galleggiava nel solerte silenzio della biblioteca di Sainte-Geneviève dove l’aveva letta, riparato dai peccati di Parigi, sera dopo sera. Un delicato Siamese compulsava un manuale di strategia, gomito a gomito con lui. Cervelli che nutrono e si nutrono intorno a me: sotto le lampade a filamenti incandescenti, infilzati con antenne che palpitano appena: e nel buio della mia mente un’indolenza del sottomondo, ombroso, schivo alla luce, che muove le sue squamose pliche da drago. Il pensiero è il pensiero del pensiero. Calma chiarità. L’anima insomma è tutto ciò che è: l’anima è la forma delle forme. Improvvisa calma, vasta, incandescente, forma delle forme.
Talbot ripeteva:

Per grazia di Colui che camminò sull’acque…
Per grazia di Colui…

– Volta la pagina, disse Stephen, pacato. Non vedo niente.
– Come, professore? chiese Talbot candidamente, chino in avanti.
La sua mano voltò la pagina. Si raddrizzò e continuò la poesia che gli era tornata in mente. Di colui che camminò sull’acque. La sua ombra si stende anche in questi animi codardi e sulle labbra e sul cuore di chi lo deride e sul mio. Si stende sui volti avidi che gli offriron l’obolo d’una moneta. Dài a Cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che è di Dio. Un lungo sguardo dagli occhi scuri, una frase enigmatica da tessere e ritessere sui telai della chiesa. In effetti.

Indovina indovina indovinello,
Qual seme seminar nel praticello?

Talbot infilò il libro chiuso nella cartella.
– Vi ho sentiti tutti? domandò Stephen.
– Sí professore. Alle dieci abbiamo hockey, professore.
– Mezza giornata, professore. È giovedí.
– Chi sa rispondere a un indovinello? domandò Stephen.
– Un indovinello, professore? Lo chieda a me.
– No, a me, professore!
– Uno difficile, professore.
– Ecco l’indovinello, disse Stephen.

Canta il gallo al mattino
Tutto il cielo è turchino
In cielo una campana
Batte l’ora meridiana
L’ora di volar nei cieli
Per l’anima senza veli.

– Che cos’è?
– Cos’è, professore?
– Lo ripeta, io non ho sentito.
Mentre ripeteva i versi, gli occhi si spalancavano di piú. Dopo un silenzio, Cochrane disse:
– Professore, ci arrendiamo. Che cos’è?
Con una specie di pizzicore in gola, Stephen rispose:
– La volpe che seppellisce sua nonna sotto un cespuglio d’agrifoglio.
Alzandosi gli uscí una risata nervosa, cui fecero eco le grida di costernazione dei ragazzi.
(Gianni Celati, 2013, Einaudi) 

«Ci racconti una storia, signore.»
«Oh, sì, signore. Una storia di fantasmi.»
«Da dove si ricomincia, qui?» chiese Stephen, aprendo un altro libro.
«Più non piangete,» rispose Comyn.
«Allora continua, Talbot.»
«E la storia, signore?»
«Dopo,» rispose Stephen «Forza, Talbot.»
Un ragazzo di carnagione scura aprì un libro e lo sistemò agilmente sotto il bastione della cartella. Quindi prese a recitare fiotti di versi gettando ogni tanto un’occhiata al testo:

«Più non piangete, afflitti pastori, non piangete più:
«Lycidas infatti, vostra pena, non è morto,
«Seppur sotto il piano dell’acqua affondato sia giù»

Dev’essere un movimento, quindi, un atto del possibile in quanto possibile. La frase di Aristotele si formò all’interno dei versi farfugliati e da lì aleggiò verso lo studioso silenzio della biblioteca di Sainte Geneviève dove lui andava a leggere, al riparo dal peccato di Parigi, sera dopo sera. Al suo fianco un delicato siamese consultava un manuale di strategia. Cervelli nutriti e che si nutrivano, attorno a me; sotto lampade a luminescenza, impalati, con antenne che fremevano lievemente; e nel buio della mia mente un bradipo da inferi, riluttante, schivo della luce, che muoveva le sue scagliose spire di drago. Pensiero è il pensiero del pensiero. Luce tranquilla. L’anima è in un certo qual modo tutto ciò che è; l’anima è la forma delle forme. Tranquillità improvvisa, vasta, raggiante: forma delle forme.
Talbot ripeteva:

«Per il prezioso potere di Colui che camminò sull’onde,
«Per il prezioso potere...»

«Volta pagina,» disse Stephen a bassa voce. «Io non vedo niente.»
«Cosa, signore?» chiese con candore Talbot, chinandosi in avanti.
La sua mano voltò la pagina. Si ritrasse e continuò, essendosi appena ricordato. Di colui che camminava sulle onde. Qui, anche, sopra questi cuori codardi posa la sua ombra e sul cuore e sulle labbra dello schernitore e sui miei. Posa sui volti bramosi di chi gli ha offerto una moneta del tributo. A Cesare ciò che è di Cesare, a Dio ciò che è di Dio. Un lungo sguardo di occhi oscuri, una frase sibillina da tessere e tessere sui telai della chiesa. Già.

Indovina indovinello, se la sai indovinare.

Il papà mi ha regalato qualche seme da piantare.
Talbot fece scivolare il libro chiuso nella cartella.
«Ho sentito tutto?» chiese Stephen.
«Sì, signore. Hockey alle dieci, signore.»
«Mezza giornata, signore. Giovedì.»
«Chi sa rispondere a un indovinello?» chiese Stephen.
Infagottarono i loro libri, matite ticchettanti, pagine fruscianti. Uno addosso all’altro stringevano le cinghie e chiudevano i fermagli delle cartelle, tutti schiamazzando allegramente:
«Un indovinello, signore. Lo chieda a me, signore.»
«Oh, lo chieda a me, signore.»
«Uno difficile, signore.»
«Ecco l’indovinello,» disse Stephen:

Cantava il galletto
Il cielo era perfetto:
Del paradiso i batacchi
Battevano undici rintocchi.
È ora che quest’anima buona
Vada in paradiso.

Cos’è?
«Cosa, signore?»
«Di nuovo, signore. Non abbiamo sentito.»
I loro occhi si fecero a palla mentre i versi venivano ripetuti. Dopo un attimo di silenzio Cochrane disse:
«Cos’è, signore? Rinunciamo.»
La gola che pizzicava, Stephen rispose:
«La volpe che seppellisce la nonna sotto un cespuglio di agrifoglio.»
(Mario Biondi, 2020, La nave di Teseo)

martedì 24 novembre 2020

#27 Ponti e pontili


I pontili di Dún Laoghaire (Kingstown)
Partiamo con il 2° episodio dell'Ulisse e lo facciamo assistendo ad una bizzarra lezione di storia tenuta da Stephen Dedalus. In classe si respira un'aria quasi grottesca. Le domande e le risposte fra insegnante e alunni, si alternano ai monologhi interiori di Dedalus.

Per guardare questo e gli altri video su Youtube, clicca qui sotto:
https://www.youtube.com/playlist?list=PLJBcZmWWmlya9nyJ_RDBq3WOnW6twdmYo

La versione in podcast è disponibile su Spotify qui:
https://open.spotify.com/show/05nniQWDcnUfLNkUJ9LXWR?si=U2cFdX26S0etdDljPP2zGQ

Ecco il testo in lingua originale del brano citato dall'Ulysses in questo video:
— You, Cochrane, what city sent for him?
— Tarentum, sir.
— Very good. Well?
— There was a battle, sir.
— Very good. Where?
The boy's blank face asked the blank window.
Fabled by the daughters of memory. And yet it was in some way if not as memory fabled it. A phrase, then, of impatience, thud of Blake's wings of excess. I hear the ruin of all space, shattered glass and toppling masonry, and time one livid final flame. What's left us then?
— I forget the place, sir. 279 B. C.
— Asculum, Stephen said, glancing at the name and date in the gorescarred book.
— Yes, sir. And he said: Another victory like that and we are done for.
That phrase the world had remembered. A dull ease of the mind. From a hill above a corpsestrewn plain a general speaking to his officers, leaned upon his spear. Any general to any officers. They lend ear.
— You, Armstrong, Stephen said. What was the end of Pyrrhus?
— End of Pyrrhus, sir?
— I know, sir. Ask me, sir, Comyn said.
— Wait. You, Armstrong. Do you know anything about Pyrrhus?
A bag of figrolls lay snugly in Armstrong's satchel. He curled them between his palms at whiles and swallowed them softly. Crumbs adhered to the tissue of his lips. A sweetened boy's breath. Welloff people, proud that their eldest son was in the navy. Vico road, Dalkey.
— Pyrrhus, sir? Pyrrhus, a pier.
All laughed. Mirthless high malicious laughter. Armstrong looked round at his classmates, silly glee in profile. In a moment they will laugh more loudly, aware of my lack of rule and of the fees their papas pay.
— Tell me now, Stephen said, poking the boy's shoulder with the book, what is a pier.
— A pier, sir, Armstrong said. A thing out in the waves. A kind of a bridge. Kingstown pier, sir.
Some laughed again: mirthless but with meaning. Two in the back bench whispered. Yes. They knew: had never learned nor ever been innocent. All. With envy he watched their faces: Edith, Ethel, Gerty, Lily. Their likes: their breaths, too, sweetened with tea and jam, their bracelets tittering in the struggle.
— Kingstown pier, Stephen said. Yes, a disappointed bridge.
The words troubled their gaze.
— How, sir? Comyn asked. A bridge is across a river.
For Haines's chapbook. No-one here to hear. Tonight deftly amid wild drink and talk, to pierce the polished mail of his mind. What then? A jester at the court of his master, indulged and disesteemed, winning a clement master's praise. Why had they chosen all that part? Not wholly for the smooth caress. For them too history was a tale like any other too often heard, their land a pawnshop.
Had Pyrrhus not fallen by a beldam's hand in Argos or Julius Caesar not been knifed to death. They are not to be thought away. Time has branded them and fettered they are lodged in the room of the infinite possibilities they have ousted. But can those have been possible seeing that they never were? Or was that only possible which came to pass? 
(James Joyce 1922)
La lettura del brano originale è tratta da: Ulysses Broadcast - RTE Radio 1982

Ecco i testi delle traduzioni in italiano dall'Ulisse lette e citate in questo video:
– Lei, Cochrane, che città lo mandò a chiamare?
– Taranto, professore.
– Benissimo. E allora?
– C’è stata una battaglia, professore.
– Benissimo. Dove?
La faccia vuota del ragazzo interrogò la finestra vuota.
Favoleggiata dalle figlie della memoria. E tuttavia in qualche modo ci fu anche se non come la memoria l’ha favoleggiata. Un’esclamazione d’impazienza, poi, tonfo delle ali trasmodanti di Blake. Odo il ruinare di tutto lo spazio, vetro infranto e muratura crollante, e il tempo un’unica livida vampata finale. Che ci rimane allora?
– Non ricordo il luogo, professore, 279 a.C.
– Ascoli, disse Stephen, dando un’occhiata al nome e alla data sul libro con i suoi sfregi cruenti.
– Sì, professore. E disse: Un’altra vittoria come questa e siamo spacciati.
Quella frase il mondo se l’era ricordata. Ottusa distensione della mente. Da un colle a dominio di una pianura cosparsa di cadaveri un generale che parla ai suoi ufficiali, appoggiato a una lancia. Generale qualunque a ufficiali qualunque. Porgono orecchio.
– Lei, Armstrong, disse Stephen. Quale fu la fine di Pirro?
– La fine di Pirro, professore?
– Io lo so, professore. Lo domandi a me, professore, disse Comyn.
– Aspetti. Lei, Armstrong. Sa qualcosa di Pirro?
Un cartoccio di fichisecchi se ne stava acquattato nella cartella di Armstrong. Lui li appallottolava ogni tanto tra le palme e quietamente li inghiottiva. Minuzzoli aderivano alla pelle delle labbra. Fiato addolcito di ragazzo. Gente benestante, orgogliosi che il figlio maggiore fosse in marina. Vico road, Dalkey.
– Pirro, professore? Pireo, un molo.
Tutti risero. Alta inamena malevola risata. Armstrong volse lo sguardo ai compagni, profilo di una stolida gaiezza. Tra un momento rideranno più forte, consci della mia scarsa autorità e delle rette che i loro babbi pagano.
– Allora mi dica, fece Stephen, toccando col libro la spalla del ragazzo, che cos’è un molo.
– Un molo, professore, disse Armstrong. Una cosa che sporge tra le onde. Una specie di ponte. Il molo di Kingstown, professore.
Alcuni risero di nuovo: inameni, ma con intenzione. Due nell’ultimo banco bisbigliavano. Sì. Sapevano: senza mai aver imparato né mai essere stati innocenti. Tutti. Con invidia osservò le loro facce. Edith, Ethel, Gerty, Lily. Le loro simili, anche loro dai fiati addolciti di tè e marmellata, le risatine dei loro braccialetti nella zuffa.
– Il molo di Kingstown, disse Stephen. Sì, un ponte fallito.
Le parole turbarono il loro sguardo.
– Come, professore? domandò Comyn. Un ponte scavalca un fiume.
Per lo zibaldone di Haines. Nessuno qui a sentire. Stasera con destrezza tra sfrenate chiacchiere e bevute per trapassare il brunito usbergo della sua mente. E allora? Un buffone alla corte del suo signore vezzeggiato e disprezzato, che si guadagna la lode di un clemente signore. Perché avevano scelto tutti quanti quella parte? Non solo per la morbida carezza. Anche per loro la storia era un racconto come tanti altri sentiti troppo spesso, la loro patria un monte di pietà.
Se Pirro non fosse caduto ad Argo per mano di una vecchiaccia, o Giulio Cesare non fosse stato ucciso a coltellate. Cose che non si possono abolire col pensiero. Il tempo le ha segnate col suo marchio, e in ceppi dimorano nel luogo delle infinite possibilità che esse hanno estromesso. Ma possono essere state possibili dato che non furono mai? O fu possibile solo ciò che avvenne?
(Giulio De Angelis, 1960, Mondadori)
– Tu, Cochrane, quale città lo mandò a chiamare?
– Taranto, signore.
– Molto bene, e allora?
– Ci fu una battaglia, signore.
– Molto bene. Dove?
Il volto vuoto del ragazzo interrogava la finestra vuota.
Favoleggiata dalle figlie della memoria. Eppure in qualche modo era accaduta se non proprio come la memoria l’aveva favoleggiata. Un’espressione, poi, d’impazienza, rombanti le ali dell’eccesso di Blake. Sento la rovina di ogni spazio, il vetro infranto e le mura cadenti, e il tempo una livida fiamma definitiva. Che cosa ci ha lasciato, dunque?
– Non ricordo il luogo, signore. 279 a.C.
– Ascoli, disse Stephen, sbirciando il nome e la data dal libro macchiato.
– Sì, signore. E disse: Un’altra vittoria come questa e siamo finiti.
La frase rimasta impressa al mondo. Una monotona tranquillità della mente. Dalla collina su una radura cosparsa di cadaveri un generale che parla ai suoi ufficiali, appoggiato alla lancia. Ogni generale a ogni ufficiale. Prestano orecchio, loro.
– Tu, Armstrong, disse Stephen. Com’è finito Pirro?
– Finito Pirro, signore?
– Lo so io, signore. Lo chieda a me, disse Comyn.
– Aspetta. Tu, Armstrong. Non sai niente di Pirro?
Una scatola di biscottini ai fichi giaceva tranquilla nella cartella di Arm­strong. Ogni tanto li faceva rotolare tra i palmi per poi inghiottirli delicatamente. Gli restavano briciole attaccate alla pelle delle labbra. L’alito addolcito di un ragazzo. Gente benestante, orgogliosa del figlio maggiore in marina. Vico Road, Dalkey.
– Pirro, signore? Pilo, pilone, un pontile.
Tutti risero. Risate stridule maliziose senza gioia. Armstrong guardava i compagni di classe intorno, profili di gioia sciocca. Tra un attimo rideranno ancor più forte, sicuri della mia scarsa attenzione alla disciplina e delle rette versate dai loro papà.
– Ora dimmi, fece Stephen, dando un colpetto alla spalla del ragazzo col libro, cos’è un pontile?
– Un pontile, signore, disse Armstrong. Una cosa che sta lì in mezzo alle onde. Una specie di ponte, come il pontile di Kingstown, signore.
Alcuni risero ancora: senza gioia ma di proposito. Due nel banco di dietro sussurravano. Sì. Loro lo sanno: non hanno mai imparato né mai sono stati innocenti. Tutti. Con invidia guardava i loro volti. Edith, Ethel, Gerty, Lily. I loro simili: pure quegli aliti, addolciti da tè e marmellata, i braccialetti a ridacchiare nella lotta.
– Il pontile di Kingstown, disse Stephen. Sì, un ponte in disappunto.
Quelle parole turbarono il loro sguardo fisso.
– Come, signore? chiese Comyn. Un ponte sta sul fiume.
Per il taccuino di Haines. Niuno ivi a udire. Stanotte abilmente tra bevute sfrenate e chiacchiere, forare le maglie perfette della sua mente. E cosa poi? Un buffone alla corte del suo padrone, assecondato e disistimato, che si guadagna le lodi del clemente padrone. Perché avevano tutti scelto quel ruolo? Non soltanto per la dolce carezza. Anche per loro la storia era un racconto come un altro sentito troppo spesso, la propria terra un banco dei pegni.
Se Pirro non fosse caduto per mano d’una megera ad Argo o se Giulio Cesare non l’avessero accoltellato a morte. Non dobbiamo cancellarle dalla mente. Il tempo le ha marchiate, e incatenate sono ospiti in quella stanza delle infinite possibilità che esse stesse hanno rimosso. Ma son forse possibili cose che si è certi non sono mai accadute? Oppure è possibile solo quel che è avvenuto? 
(Enrico Terrinoni, 2012, Newton Compton)
– Tu, Cochrane, quale città lo mandò a chiamare?
– Taranto, professore.
– Bene. E dopo?
– C’è stata una battaglia.
– Bene. Dove?
La vacua faccia dello scolaro chiese aiuto alla vacua finestra.
Gesta favoleggiate dalle figlie della memoria. Eppure in certo qual modo come se la memoria non ne avesse parlato mai. Una frase, allora, d’impazienza, e si scatenano le ali dell’eccesso di cui parla William Blake. Sento rovinare tutto lo spazio, vetri infranti e mura che crollano, e il tempo come un’ultima livida vampata. Cosa resta per noi?
– Il posto non me lo ricordo, professore. È stata nel 279 avanti Cristo.
– Ad Ascoli, disse Stephen, sbirciando il nome e la data nel libro pieno di sgorbi.
– Sí, professore. E dopo ha detto: Un’altra vittoria cosí e siamo spacciati.
Il mondo ha ricordato quella frase. Ottusa semplificazione della mente. Da una collina sopra una piana coperta di cadaveri, un generale appoggiato alla lancia parla ai suoi ufficiali. Un generale qualsiasi parla a ufficiali qualsiasi. Loro ascoltano.
– Tu, Armstrong, disse Stephen. Com’è finito Pirro?
– Com’è finito?
– Io lo so, professore. Lo chieda a me, professore, disse Comyn.
– Calma. Tu, Armstrong. Cosa sai di Pirro?
Nella cartella di Armstrong stava infrattato un cartoccio con dolcetti ai fichi. Ogni tanto egli se ne arrotolava uno nella mano e lo inghiottiva quatto quatto. Gli restavano delle briciole sulle labbra. Fiato indolcito di ragazzo. Gente benestante, fiera che il figlio maggiore sia in Marina. Sulla Vico Road, a Dalkey.
– Pirro, professore? Pirreo, il molo.
Tutti scoppiarono a ridere. Riso d’alta malizia senza letizia. Armstrong gettò un’occhiata ai compagni intorno, torpida ilarità del profilo. Tra un attimo rideranno ancora piú forte, consci del mio scarso potere e dei quattrini sborsati dal loro papà.
– Allora, fece Stephen battendo il libro sulla spalla del ragazzo, dimmi cos’è un molo.
– Un molo, professore, disse Armstrong, è una cosa che va fuori sul mare. Una specie di ponte. Il molo di Kingstown, professore.
Qualcuno rise di nuovo, senza gioia ma con intenzione. Due dal banco di dietro sussurravano. Sí. Loro sapevano: senza aver mai imparato niente ma anche senza esser stati mai innocenti. Tutti. Osservò quelle facce invidiandole. Edith, Ethel, Gerty, Lily. Ecco le loro controparti: anche loro fiati indolciti, con tè e marmellata, la sciocca ridarella dei loro braccialetti quando litigano.
– Il molo di Kingstown, disse Stephen. Deludente come ponte.
Quelle parole resero perplesso il loro sguardo.
– Come, professore? chiese Comyn. Un ponte attraversa un fiume.
Questo per il centone di Haines. Nessuno qui ad ascoltarmi. Stasera, disinvolto, tra bevute pesanti e chiacchiere, trapassare la tersa corazza del suo comprendonio. E poi cosa? Un buffone alla corte del suo signore, trattato con indulgenza e disistima, ottiene una lode dalla clemenza del principe. Perché avevano scelto tutti quella parte? Non solo per le piacevoli carezze. Anche per loro la storia era un racconto come tanti altri, troppo spesso udito, e la loro patria un monte dei pegni.
E se Pirro non fosse caduto vittima d’una arpia in quel di Argo, o se Giulio Cesare non fosse stato accoltellato a morte? Il pensiero non può cancellare quei fatti. Il tempo li ha marchiati col suo sigillo e messi in catene, nella sala delle infinite possibilità che hanno liquidato. Ma queste possibilità come possono esser state possibili, se non ci sono mai state? Forse che il possibile è soltanto ciò che ebbe la ventura di passar via?
(Gianni Celati, 2013, Einaudi) 

 «Tu, Cochrane, quale città lo mandò a chiamare?»
«Tarentum, signore.»
«Molto bene. E poi?»
«C’è stata una battaglia, signore.»
«Molto bene. Dove?»
L’espressione vacua del ragazzo lo chiese alla vacua finestra.
Favoleggiato dalle figlie della memoria. E tuttavia in qualche modo era stato anche se non come lo favoleggiava la memoria. Un’espressione, poi, di impazienza, tonfo delle ali di eccesso di Blake. Sento la rovina di tutto lo spazio, vetro in frantumi e muri che crollano, e il tempo una livida fiamma finale. Cosa ci rimane, dopo?
«Il luogo non lo ricordo, signore. 279 a.C.»
«Asculum,» disse Stephen, gettando un’occhiata a nome e data nel libro tra gli sfregi di sangue.
«Sì, signore. E lui disse: Un’altra vittoria così e siamo finiti.»
Quella frase il mondo l’aveva ricordata. Una torpida quiete della mente. Da un’altura sopra una piana cosparsa di cadaveri un generale che parla ai suoi ufficiali, appoggiato alla lancia. Un qualsiasi generale a ufficiali qualsiasi. Gli prestano orecchio.
«Tu, Armstrong,» chiese Stephen, «quale fu la fine di Pirro?»
«Fine di Pirro, signore?»
«Io lo so, signore. Lo chieda a me, signore,» disse Comyn.
«Aspetta. Tu, Armstrong. Sai niente di Pirro?»
Nella cartella di Armstrong si celava chiotto un sacchetto di pasticcini ai fichi. Se li arrotolava tra le palme di quando in quando e li ingurgitava senza fare rumore. C’erano briciole appiccicate ai tessuti delle sue labbra. Un alito zuccherato di ragazzino. Gente bene, fiera che il figlio maggiore fosse in marina. Vico Road, Dalkey.
«Pirro, signore? Pir... pier. Un molo.»
Tutti risero. Un riso senza allegria, forte, malevolo. Armstrong fece girare lo sguardo sui compagni di classe, stolida gaiezza di profilo. Fra un attimo rideranno più forte, consci della mia mancanza di polso e delle rette che pagano i loro papà.
«Allora spiegami,» disse Stephen, dando un colpetto con il libro sulla spalla del ragazzo, «cos’è un molo?»
«Un molo, signore,» rispose Armstrong. «Una cosa che si allunga nelle onde. Una specie di ponte. Il molo di Kingstown, signore.»
Alcuni risero di nuovo, senza allegria ma con intenzione. Due nel banco di fondo bisbigliavano. Sì. Sapevano: senza aver mai imparato ed essere mai stati innocenti. Tutti. Con invidia osservò i loro volti: Edith, Ethel, Gerty, Lily. Le loro simili: anche loro con l’alito zuccherato da tè e marmellata, risolini sciocchi di braccialetti che si azzuffano.
«Il molo di Kingstown,» disse Stephen. «Sì, un ponte mancato.»
Le parole turbarono il loro sguardo.
«Come, signore?» chiese Comyn. «Un ponte passa attraverso un fiume.»
Per il libercolo di Haines. Nessuno qui a sentirla. Questa sera destramente tra folli bevute e chiacchiere, per perforare la levigata maglia della sua mente. E poi? Un buffone alla corte del suo signore, viziato e disprezzato, che si guadagna una lode del clemente padrone. Perché avevano scelto tutti quella parte? Non soltanto per la morbida carezza. Anche per loro la storia era una fola come qualsiasi altra troppo spesso sentita, la loro terra un banco dei pegni.
Se Pirro non fosse morto per mano di una megera ad Argo o Giulio Cesare non fosse stato pugnalato a morte. Cose che non potremo mai toglierci dal pensiero. Il tempo le ha marchiate, e in ceppi sono confinate nella stanza delle infinite possibilità che esse escludono. Ma possono essere state possibili visto che non sono mai state? O è possibile soltanto quanto è accaduto?
(Mario Biondi, 2020, La nave di Teseo)

domenica 11 ottobre 2020

La traduzione di Mario Biondi

Avendo concluso le nostre puntate del Ritratto di Ulisse sul primo episodio (Telemaco) del romanzo di Joyce, ci è sembrato doveroso interpellare l'autore della ultima traduzione edita nel giugno del 2020 da La Nave di Teseo: Mario Biondi. 

Ringraziamo ancora l'autore milanese, che ci ha concesso una lunga, piacevole nonché illuminante conversazione, non solo raccontandoci del suo lavoro di scrittore e traduttore, ma consentendoci anche di entrare nel vivo di questo testo così affascinante.

Di seguito i link per Youtube e Spotify:





martedì 22 settembre 2020

#26 Un tuffo


Tuffatore - Rodcenko 1934 
Mentre Mulligan, fra battute e pettegolezzi, compie il suo virile rituale mattutino del tuffo fra le rocce della baia, Stephen si congeda da lui e Haines per non tornare più alla torre di Sandycove. Così si chiude il primo episodio dell'Ulisse.

Per guardare questo e gli altri video su Youtube, clicca qui sotto:
https://www.youtube.com/playlist?list=PLJBcZmWWmlya9nyJ_RDBq3WOnW6twdmYo

La versione in podcast è disponibile su Spotify qui:
https://open.spotify.com/show/05nniQWDcnUfLNkUJ9LXWR?si=U2cFdX26S0etdDljPP2zGQ

Ecco il testo in lingua originale del brano citato dall'Ulysses in questo video:
Two men stood at the verge of the cliff, watching: businessman, boatman.
— She's making for Bullock harbour.
The boatman nodded towards the north of the bay with some disdain.
— There's five fathoms out there, he said. It'll be swept up that way when the tide comes in about one. It's nine days today.
The man that was drowned. A sail veering about the blank bay waiting for a swollen bundle to bob up, roll over to the sun a puffy face, saltwhite. Here I am.
They followed the winding path down to the creek. Buck Mulligan stood on a stone, in shirtsleeves, his unclipped tie rippling over his shoulder. A young man clinging to a spur of rock near him, moved slowly frogwise his green legs in the deep jelly of the water.
— Is the brother with you, Malachi?
— Down in Westmeath. With the Bannons.
— Still there? I got a card from Bannon. Says he found a sweet young thing down there. Photo girl he calls her.
— Snapshot, eh? Brief exposure.
[...]
— Seymour's back in town, the young man said, grasping again his spur of rock. Chucked medicine and going in for the army.
— Ah, go to God! Buck Mulligan said.
— Going over next week to stew. You know that red Carlisle girl, Lily?
— Yes.
— Spooning with him last night on the pier. The father is rotto with money.
— Is she up the pole?
— Better ask Seymour that.
— Seymour a bleeding officer! Buck Mulligan said.
He nodded to himself as he drew off his trousers and stood up, saying tritely:
— Redheaded women buck like goats.
He broke off in alarm, feeling his side under his flapping shirt.
— My twelfth rib is gone, he cried. I'm the Uebermensch. Toothless Kinch and I, the supermen.
He struggled out of his shirt and flung it behind him to where his clothes lay.
[...]
— Give us that key, Kinch, Buck Mulligan said, to keep my chemise flat.
Stephen handed him the key. Buck Mulligan laid it across his heaped clothes.
— And twopence, he said, for a pint. Throw it there.
Stephen threw two pennies on the soft heap. Dressing, undressing. Buck Mulligan erect, with joined hands before him, said solemnly:
— He who stealeth from the poor lendeth to the Lord. Thus spake Zarathustra.
His plump body plunged.
— We'll see you again, Haines said, turning as Stephen walked up the path and smiling at wild Irish.
Horn of a bull, hoof of a horse, smile of a Saxon.
[...]
A voice, sweettoned and sustained, called to him from the sea. Turning the curve he waved his hand. It called again. A sleek brown head, a seal's, far out on the water, round.
Usurper.
(James Joyce 1922)
La lettura del brano originale è ad opera di Frank Delaney e tratta dal podcast ReJoyce:
https://blog.frankdelaney.com/re-joyce/

Ecco i testi delle traduzioni in italiano dall'Ulisse lette e citate in questo video:
Due uomini ritti sull’orlo della scogliera, guardavano intenti: uomo d’affari, barcaiolo.
– È diretta verso Bullock harbour.
Il barcaiolo accennò verso il nord della baia con una certa degnazione.
– Son cinque tese laggiù, disse. Sarà trascinato da quella parte quando salirà la marea verso l’una. Sono nove giorni oggi.
L’uomo che era annegato. Una vela virava nella baia vuota in attesa che un gonfio fagotto venisse a galla, rivoltolasse al sole un volto tumefatto, biancosalino. Eccomi.
Scesero lungo il sentiero serpeggiante fino alla caletta. Buck Mulligan era ritto su un masso, in maniche di camicia, la cravatta senza fermaglio sventolante su una spalla. Un giovanotto aggrappato a uno sprone roccioso vicino a lui muoveva lentamente a guisa di rana le gambe verdi nella fonda gelatina dell’acqua.
– Tuo fratello è con te, Malachi?
– È giù a Westmeath. Coi Bannon.
– Ancora là? Ho avuto una cartolina da Bannon. Dice che ha trovato una piccola dolce pupetta laggiù. Ragazza da foto la chiama lui.
– Istantanea, eh? Posa breve.
[...]
– Seymour è tornato in città, disse il giovane riafferrando il suo sperone di roccia. Ha piantato la medicina e si dà alla carriera militare.
– Oh, va’ con Dio! disse Buck Mulligan.
– Parte la settimana prossima per fare la sgobbata. Conosci quella rossa di Carlisle, Lily?
– Sì.
– Filava con lui ieri sera sul molo. Il padre è fradicio di soldi.
– Si è fatta inguaiare?
– Bisognerebbe domandarlo a Seymour.
– Seymour fottuto ufficiale! disse Buck Mulligan.
Annuì a se stesso mentre si sfilava i pantaloni e, alzandosi in piedi, diceva l’adagio:
– Le rosse di pelo cozzano come capre.
S’interruppe spaventato, palpandosi un fianco sotto la camicia svolazzante.
– La mia dodicesima costola è scomparsa, gridò. Sono l’Übermensch. Kinch lo sdentato e io, i superuomini.
Si districò dalla camicia e se la gettò dietro le spalle dove si ammucchiavano i suoi vestiti.
[...]
– Dacci quella chiave, Kinch, disse Buck Mulligan, per tenere distesa la camicia.
Stephen gli porse la chiave. Buck Mulligan la posò di traverso sul mucchio dei vestiti.
– E due pence, disse, per una pinta. Buttali lì.
Stephen buttò due monete sul soffice mucchio. Vestirsi, svestirsi. Buck Mulligan eretto, con le mani giunte davanti a sé, disse solennemente:
– Chi ruba al povero presta al Signore. Così parlò Zarathustra.
Il suo corpo paffuto si tuffò.
– Ci rivedremo, disse Haines, voltandosi e sorridendo dei pazzi irlandesi mentre Stephen risaliva il sentiero.
Corno del toro, zoccolo del cavallo, sorriso del sassone.
[...]
Una voce, dolcecanora e tenuta, lo chiamò dal mare. Alla svolta egli sventolò la mano. Quella chiamò ancora. Una testa bruna liscia, di foca, al largo sul mare, tonda.
Usurpatore.
(Giulio De Angelis, 1960, Mondadori)
Due uomini erano fermi sull’orlo della scogliera, a guardare: uomo d’affari, barcaiolo.
– È diretta a Bullock harbour.
Il barcaiolo indicò col volto il nord della baia mostrando un certo disprezzo.
– È profondo cinque braccia laggiù, disse. Lo porterà in quella direzione al salire della marea, intorno all’una. Oggi sono nove giorni.
L’annegato. Una vela cambiava rotta su e giù per la baia libera in attesa che spuntasse fuori un fagotto rigonfio, a rigirarsi verso il sole con la faccia tumefatta, bianca come il sale. Eccomi.
Seguirono il sentiero ondulato fino all’insenatura. Buck Mulligan immobile su un masso, in maniche di camicia, il cravattino slacciato ondeggiante sulla spalla. Un giovane si aggrappava a uno sperone di roccia vicino a lui, muoveva lentamente come una rana le sue gambe verdi nella profonda acqua gelatinosa.
– È con te tuo fratello, Malachi?
– Sta giù nel Westmeath. Dai Bannon.
– Ancora lì? Ho ricevuto una cartolina da Bannon. Dice che ha trovato una dolce fanciullina, laggiù. La chiama la ragazza della foto.
– Istantanea, eh? Esposizione breve.
[...]
– Seymour è tornato in città, disse il giovane, abbracciando ancora il suo sperone di roccia. Ha mollato medicina e s’è arruolato in esercito.
– Ah, Dio lo accolga, disse Buck Mulligan.
– Ci vado la settimana prossima a sfacchinare. La conosci quella rossa di Carlisle, Lily?
– Sì.
– Stava a limonare con lui ieri sera sul molo. Il padre è rotto di soldi.
– L’ha messa nei guai?
– Meglio chiederlo a Seymour.
– Seymour, stramaledetto soldato, disse Buck Mulligan.
Annuì tra sé e sé nel togliersi i pantaloni e alzandosi in piedi, dicendo banalmente:
– Le donne dai capelli rossi sgroppano come capre.
Si fermò allarmato, tastandosi il fianco sotto la camicia svolazzante.
– La mia dodicesima costola, non c’è più, gridò. Sono l’Übermensch. Kinch senza incisivi ed io, i superuomini.
Si divincolò dalla camicia e la lanciò dietro di sé dove giacevano i suoi vestiti.
[...]
– Dammi la chiave, Kinch, disse Mulligan, per tenere la camicia stesa.
Stephen gli porse la chiave. Mulligan la ripose tra i vestiti ammucchiati.
– E due pence, disse, per una pinta. Lanciali lì.
Stephen lanciò due penny sul soffice cumulo. Vestirsi, svestirsi. Buck Mulligan eretto, con le mani giunte di fronte, disse solennemente:
– Colui che ruba ai poveri presta al Signore. Così parlò Zarathustra.
Il suo corpo pingue si tuffò.
– Arrivederci, disse Haines, voltandosi mentre Stephen camminava lungo il sentiero, e sorridendo alla sregolatezza irlandese.
Corno di un toro, zoccolo di un cavallo, sorriso di un sassone.
[...]
Una voce, dal tono dolce e sostenuto, lo evocava dal mare. Voltando la curva salutò con la mano. Evocò di nuovo. Una testa dai capelli lisci e bruni, da foca, lontano nell’acqua, rotonda.
Usurpatore.
(Enrico Terrinoni, 2012, Newton Compton)
Due uomini ritti sul bordo della scogliera guardavano; un trafficante, un barcaiolo.
– Va verso Bullock Harbour.
Il barcaiolo accennò col capo verso il nord della baia, in modo un po’ sdegnoso.
– Laggiú c’è una profondità di cinque tese, disse. Quando verso l’una verrà l’alta marea, lo trascinerà da quella parte. Oggi sono nove giorni.
Una vela virava qua e là nella baia vuota, in attesa che affiorasse un fagotto rigonfio, rivoltandosi sotto il sole col viso tumefatto, bianco di sale.
Seguirono il sentiero serpeggiante giú fino alla cala. Buck Mulligan era in piedi su un masso, in maniche di camicia, la cravatta sciolta che gli svolazzava sulla spalla. Vicino a lui, aggrappato a uno spuntone di roccia, un giovanotto agitava lento, con mosse da rana, le gambe verdi immerse nell’acqua fonda e gelatinosa.
– Tuo fratello è da te, Malachi?
– No, giú a Westmeath con i Bannon.
– Ancora là? Ho ricevuto una cartolina da Bannon. Dice che s’è trovato una morosina laggiú. Una bellezza da foto, la chiama lui.
– Da istantanea, no? Esposizione breve.
[...]
– Seymour è tornato, è in città, disse il giovanotto, aggrappandosi di nuovo allo spuntone di roccia. Molla la medicina e s’arruola nell’esercito.
– Oh, vacca boia! fece Buck Mulligan.
– La settimana prossima è già là a sbiellarsi. Sai la rossa di Carlisle, Lily?
– Sí.
– Be’, ieri sera sul molo se lo filava. Suo padre ha i soldi che gli escono dalle orecchie.
– Si è fatta ingolfare?
– Chiedilo a Seymour.
– Seymour che diventa uno stronzo d’ufficiale! esclamò Buck Mulligan.
Annuí alle proprie parole mentre si levava i calzoni, poi alzandosi disse la battuta:
– Le rosse ci dan dentro come capre…
S’interruppe impaurito, tastandosi il fianco sotto la camicia svolazzante.
– Oh! Non ho piú la dodicesima costola! gridò. Sono l’Übermensch! Lo sdentato Kinch e io, siamo i superuomini.
Si divincolò per uscire dalla camicia, buttandola poi dietro di sé, nel mucchio dei suoi panni.
[...]
Stephen si voltò e disse:
– Mulligan, io vado.
– Kinch, lasciaci la chiave, fece Buck Mulligan, serve a tener ferma la mia camicia.
Stephen gli passò la chiave, e Buck Mulligan la mise di traverso sul mucchio dei panni.
– E due pence per una birra, disse. Buttali lí.
Stephen buttò due spiccioli sul soffice mucchio. Vestirsi, svestirsi. In posizione eretta, le mani giunte davanti a sé, Buck Mulligan disse solennemente:
– Chi ruba al povero presta all’Eterno. Cosí parlò Zarathustra.
Il suo corpo grassoccio piombò nell’acqua.
– Ci vediamo piú tardi, disse Haines voltandosi e sorridendo di quei pazzi irlandesi, mentre Stephen risaliva il sentiero.
Attento alle corna di toro, agli zoccoli di cavallo e ai sorrisi d’un sassone.
[...]
Una voce a note dolci e sostenute lo chiamava dal mare. Al tornante salutò con la mano. La voce chiamò di nuovo. Una testa liscia, bruna, testa di foca, al largo sul mare, rotonda.
Usurpatore.
(Gianni Celati, 2013, Einaudi) 

Come promesso ecco le foto dell'accesso a mare chiamato "The Creek" da dove si tufferà Buck Mulligan. Le foto sono tratte da joyceproject.com