martedì 24 novembre 2020

#27 Ponti e pontili


I pontili di Dún Laoghaire (Kingstown)
Partiamo con il 2° episodio dell'Ulisse e lo facciamo assistendo ad una bizzarra lezione di storia tenuta da Stephen Dedalus. In classe si respira un'aria quasi grottesca. Le domande e le risposte fra insegnante e alunni, si alternano ai monologhi interiori di Dedalus.

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La versione in podcast è disponibile su Spotify qui:
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Ecco il testo in lingua originale del brano citato dall'Ulysses in questo video:
— You, Cochrane, what city sent for him?
— Tarentum, sir.
— Very good. Well?
— There was a battle, sir.
— Very good. Where?
The boy's blank face asked the blank window.
Fabled by the daughters of memory. And yet it was in some way if not as memory fabled it. A phrase, then, of impatience, thud of Blake's wings of excess. I hear the ruin of all space, shattered glass and toppling masonry, and time one livid final flame. What's left us then?
— I forget the place, sir. 279 B. C.
— Asculum, Stephen said, glancing at the name and date in the gorescarred book.
— Yes, sir. And he said: Another victory like that and we are done for.
That phrase the world had remembered. A dull ease of the mind. From a hill above a corpsestrewn plain a general speaking to his officers, leaned upon his spear. Any general to any officers. They lend ear.
— You, Armstrong, Stephen said. What was the end of Pyrrhus?
— End of Pyrrhus, sir?
— I know, sir. Ask me, sir, Comyn said.
— Wait. You, Armstrong. Do you know anything about Pyrrhus?
A bag of figrolls lay snugly in Armstrong's satchel. He curled them between his palms at whiles and swallowed them softly. Crumbs adhered to the tissue of his lips. A sweetened boy's breath. Welloff people, proud that their eldest son was in the navy. Vico road, Dalkey.
— Pyrrhus, sir? Pyrrhus, a pier.
All laughed. Mirthless high malicious laughter. Armstrong looked round at his classmates, silly glee in profile. In a moment they will laugh more loudly, aware of my lack of rule and of the fees their papas pay.
— Tell me now, Stephen said, poking the boy's shoulder with the book, what is a pier.
— A pier, sir, Armstrong said. A thing out in the waves. A kind of a bridge. Kingstown pier, sir.
Some laughed again: mirthless but with meaning. Two in the back bench whispered. Yes. They knew: had never learned nor ever been innocent. All. With envy he watched their faces: Edith, Ethel, Gerty, Lily. Their likes: their breaths, too, sweetened with tea and jam, their bracelets tittering in the struggle.
— Kingstown pier, Stephen said. Yes, a disappointed bridge.
The words troubled their gaze.
— How, sir? Comyn asked. A bridge is across a river.
For Haines's chapbook. No-one here to hear. Tonight deftly amid wild drink and talk, to pierce the polished mail of his mind. What then? A jester at the court of his master, indulged and disesteemed, winning a clement master's praise. Why had they chosen all that part? Not wholly for the smooth caress. For them too history was a tale like any other too often heard, their land a pawnshop.
Had Pyrrhus not fallen by a beldam's hand in Argos or Julius Caesar not been knifed to death. They are not to be thought away. Time has branded them and fettered they are lodged in the room of the infinite possibilities they have ousted. But can those have been possible seeing that they never were? Or was that only possible which came to pass? 
(James Joyce 1922)
La lettura del brano originale è tratta da: Ulysses Broadcast - RTE Radio 1982

Ecco i testi delle traduzioni in italiano dall'Ulisse lette e citate in questo video:
– Lei, Cochrane, che città lo mandò a chiamare?
– Taranto, professore.
– Benissimo. E allora?
– C’è stata una battaglia, professore.
– Benissimo. Dove?
La faccia vuota del ragazzo interrogò la finestra vuota.
Favoleggiata dalle figlie della memoria. E tuttavia in qualche modo ci fu anche se non come la memoria l’ha favoleggiata. Un’esclamazione d’impazienza, poi, tonfo delle ali trasmodanti di Blake. Odo il ruinare di tutto lo spazio, vetro infranto e muratura crollante, e il tempo un’unica livida vampata finale. Che ci rimane allora?
– Non ricordo il luogo, professore, 279 a.C.
– Ascoli, disse Stephen, dando un’occhiata al nome e alla data sul libro con i suoi sfregi cruenti.
– Sì, professore. E disse: Un’altra vittoria come questa e siamo spacciati.
Quella frase il mondo se l’era ricordata. Ottusa distensione della mente. Da un colle a dominio di una pianura cosparsa di cadaveri un generale che parla ai suoi ufficiali, appoggiato a una lancia. Generale qualunque a ufficiali qualunque. Porgono orecchio.
– Lei, Armstrong, disse Stephen. Quale fu la fine di Pirro?
– La fine di Pirro, professore?
– Io lo so, professore. Lo domandi a me, professore, disse Comyn.
– Aspetti. Lei, Armstrong. Sa qualcosa di Pirro?
Un cartoccio di fichisecchi se ne stava acquattato nella cartella di Armstrong. Lui li appallottolava ogni tanto tra le palme e quietamente li inghiottiva. Minuzzoli aderivano alla pelle delle labbra. Fiato addolcito di ragazzo. Gente benestante, orgogliosi che il figlio maggiore fosse in marina. Vico road, Dalkey.
– Pirro, professore? Pireo, un molo.
Tutti risero. Alta inamena malevola risata. Armstrong volse lo sguardo ai compagni, profilo di una stolida gaiezza. Tra un momento rideranno più forte, consci della mia scarsa autorità e delle rette che i loro babbi pagano.
– Allora mi dica, fece Stephen, toccando col libro la spalla del ragazzo, che cos’è un molo.
– Un molo, professore, disse Armstrong. Una cosa che sporge tra le onde. Una specie di ponte. Il molo di Kingstown, professore.
Alcuni risero di nuovo: inameni, ma con intenzione. Due nell’ultimo banco bisbigliavano. Sì. Sapevano: senza mai aver imparato né mai essere stati innocenti. Tutti. Con invidia osservò le loro facce. Edith, Ethel, Gerty, Lily. Le loro simili, anche loro dai fiati addolciti di tè e marmellata, le risatine dei loro braccialetti nella zuffa.
– Il molo di Kingstown, disse Stephen. Sì, un ponte fallito.
Le parole turbarono il loro sguardo.
– Come, professore? domandò Comyn. Un ponte scavalca un fiume.
Per lo zibaldone di Haines. Nessuno qui a sentire. Stasera con destrezza tra sfrenate chiacchiere e bevute per trapassare il brunito usbergo della sua mente. E allora? Un buffone alla corte del suo signore vezzeggiato e disprezzato, che si guadagna la lode di un clemente signore. Perché avevano scelto tutti quanti quella parte? Non solo per la morbida carezza. Anche per loro la storia era un racconto come tanti altri sentiti troppo spesso, la loro patria un monte di pietà.
Se Pirro non fosse caduto ad Argo per mano di una vecchiaccia, o Giulio Cesare non fosse stato ucciso a coltellate. Cose che non si possono abolire col pensiero. Il tempo le ha segnate col suo marchio, e in ceppi dimorano nel luogo delle infinite possibilità che esse hanno estromesso. Ma possono essere state possibili dato che non furono mai? O fu possibile solo ciò che avvenne?
(Giulio De Angelis, 1960, Mondadori)
– Tu, Cochrane, quale città lo mandò a chiamare?
– Taranto, signore.
– Molto bene, e allora?
– Ci fu una battaglia, signore.
– Molto bene. Dove?
Il volto vuoto del ragazzo interrogava la finestra vuota.
Favoleggiata dalle figlie della memoria. Eppure in qualche modo era accaduta se non proprio come la memoria l’aveva favoleggiata. Un’espressione, poi, d’impazienza, rombanti le ali dell’eccesso di Blake. Sento la rovina di ogni spazio, il vetro infranto e le mura cadenti, e il tempo una livida fiamma definitiva. Che cosa ci ha lasciato, dunque?
– Non ricordo il luogo, signore. 279 a.C.
– Ascoli, disse Stephen, sbirciando il nome e la data dal libro macchiato.
– Sì, signore. E disse: Un’altra vittoria come questa e siamo finiti.
La frase rimasta impressa al mondo. Una monotona tranquillità della mente. Dalla collina su una radura cosparsa di cadaveri un generale che parla ai suoi ufficiali, appoggiato alla lancia. Ogni generale a ogni ufficiale. Prestano orecchio, loro.
– Tu, Armstrong, disse Stephen. Com’è finito Pirro?
– Finito Pirro, signore?
– Lo so io, signore. Lo chieda a me, disse Comyn.
– Aspetta. Tu, Armstrong. Non sai niente di Pirro?
Una scatola di biscottini ai fichi giaceva tranquilla nella cartella di Arm­strong. Ogni tanto li faceva rotolare tra i palmi per poi inghiottirli delicatamente. Gli restavano briciole attaccate alla pelle delle labbra. L’alito addolcito di un ragazzo. Gente benestante, orgogliosa del figlio maggiore in marina. Vico Road, Dalkey.
– Pirro, signore? Pilo, pilone, un pontile.
Tutti risero. Risate stridule maliziose senza gioia. Armstrong guardava i compagni di classe intorno, profili di gioia sciocca. Tra un attimo rideranno ancor più forte, sicuri della mia scarsa attenzione alla disciplina e delle rette versate dai loro papà.
– Ora dimmi, fece Stephen, dando un colpetto alla spalla del ragazzo col libro, cos’è un pontile?
– Un pontile, signore, disse Armstrong. Una cosa che sta lì in mezzo alle onde. Una specie di ponte, come il pontile di Kingstown, signore.
Alcuni risero ancora: senza gioia ma di proposito. Due nel banco di dietro sussurravano. Sì. Loro lo sanno: non hanno mai imparato né mai sono stati innocenti. Tutti. Con invidia guardava i loro volti. Edith, Ethel, Gerty, Lily. I loro simili: pure quegli aliti, addolciti da tè e marmellata, i braccialetti a ridacchiare nella lotta.
– Il pontile di Kingstown, disse Stephen. Sì, un ponte in disappunto.
Quelle parole turbarono il loro sguardo fisso.
– Come, signore? chiese Comyn. Un ponte sta sul fiume.
Per il taccuino di Haines. Niuno ivi a udire. Stanotte abilmente tra bevute sfrenate e chiacchiere, forare le maglie perfette della sua mente. E cosa poi? Un buffone alla corte del suo padrone, assecondato e disistimato, che si guadagna le lodi del clemente padrone. Perché avevano tutti scelto quel ruolo? Non soltanto per la dolce carezza. Anche per loro la storia era un racconto come un altro sentito troppo spesso, la propria terra un banco dei pegni.
Se Pirro non fosse caduto per mano d’una megera ad Argo o se Giulio Cesare non l’avessero accoltellato a morte. Non dobbiamo cancellarle dalla mente. Il tempo le ha marchiate, e incatenate sono ospiti in quella stanza delle infinite possibilità che esse stesse hanno rimosso. Ma son forse possibili cose che si è certi non sono mai accadute? Oppure è possibile solo quel che è avvenuto? 
(Enrico Terrinoni, 2012, Newton Compton)
– Tu, Cochrane, quale città lo mandò a chiamare?
– Taranto, professore.
– Bene. E dopo?
– C’è stata una battaglia.
– Bene. Dove?
La vacua faccia dello scolaro chiese aiuto alla vacua finestra.
Gesta favoleggiate dalle figlie della memoria. Eppure in certo qual modo come se la memoria non ne avesse parlato mai. Una frase, allora, d’impazienza, e si scatenano le ali dell’eccesso di cui parla William Blake. Sento rovinare tutto lo spazio, vetri infranti e mura che crollano, e il tempo come un’ultima livida vampata. Cosa resta per noi?
– Il posto non me lo ricordo, professore. È stata nel 279 avanti Cristo.
– Ad Ascoli, disse Stephen, sbirciando il nome e la data nel libro pieno di sgorbi.
– Sí, professore. E dopo ha detto: Un’altra vittoria cosí e siamo spacciati.
Il mondo ha ricordato quella frase. Ottusa semplificazione della mente. Da una collina sopra una piana coperta di cadaveri, un generale appoggiato alla lancia parla ai suoi ufficiali. Un generale qualsiasi parla a ufficiali qualsiasi. Loro ascoltano.
– Tu, Armstrong, disse Stephen. Com’è finito Pirro?
– Com’è finito?
– Io lo so, professore. Lo chieda a me, professore, disse Comyn.
– Calma. Tu, Armstrong. Cosa sai di Pirro?
Nella cartella di Armstrong stava infrattato un cartoccio con dolcetti ai fichi. Ogni tanto egli se ne arrotolava uno nella mano e lo inghiottiva quatto quatto. Gli restavano delle briciole sulle labbra. Fiato indolcito di ragazzo. Gente benestante, fiera che il figlio maggiore sia in Marina. Sulla Vico Road, a Dalkey.
– Pirro, professore? Pirreo, il molo.
Tutti scoppiarono a ridere. Riso d’alta malizia senza letizia. Armstrong gettò un’occhiata ai compagni intorno, torpida ilarità del profilo. Tra un attimo rideranno ancora piú forte, consci del mio scarso potere e dei quattrini sborsati dal loro papà.
– Allora, fece Stephen battendo il libro sulla spalla del ragazzo, dimmi cos’è un molo.
– Un molo, professore, disse Armstrong, è una cosa che va fuori sul mare. Una specie di ponte. Il molo di Kingstown, professore.
Qualcuno rise di nuovo, senza gioia ma con intenzione. Due dal banco di dietro sussurravano. Sí. Loro sapevano: senza aver mai imparato niente ma anche senza esser stati mai innocenti. Tutti. Osservò quelle facce invidiandole. Edith, Ethel, Gerty, Lily. Ecco le loro controparti: anche loro fiati indolciti, con tè e marmellata, la sciocca ridarella dei loro braccialetti quando litigano.
– Il molo di Kingstown, disse Stephen. Deludente come ponte.
Quelle parole resero perplesso il loro sguardo.
– Come, professore? chiese Comyn. Un ponte attraversa un fiume.
Questo per il centone di Haines. Nessuno qui ad ascoltarmi. Stasera, disinvolto, tra bevute pesanti e chiacchiere, trapassare la tersa corazza del suo comprendonio. E poi cosa? Un buffone alla corte del suo signore, trattato con indulgenza e disistima, ottiene una lode dalla clemenza del principe. Perché avevano scelto tutti quella parte? Non solo per le piacevoli carezze. Anche per loro la storia era un racconto come tanti altri, troppo spesso udito, e la loro patria un monte dei pegni.
E se Pirro non fosse caduto vittima d’una arpia in quel di Argo, o se Giulio Cesare non fosse stato accoltellato a morte? Il pensiero non può cancellare quei fatti. Il tempo li ha marchiati col suo sigillo e messi in catene, nella sala delle infinite possibilità che hanno liquidato. Ma queste possibilità come possono esser state possibili, se non ci sono mai state? Forse che il possibile è soltanto ciò che ebbe la ventura di passar via?
(Gianni Celati, 2013, Einaudi) 

 «Tu, Cochrane, quale città lo mandò a chiamare?»
«Tarentum, signore.»
«Molto bene. E poi?»
«C’è stata una battaglia, signore.»
«Molto bene. Dove?»
L’espressione vacua del ragazzo lo chiese alla vacua finestra.
Favoleggiato dalle figlie della memoria. E tuttavia in qualche modo era stato anche se non come lo favoleggiava la memoria. Un’espressione, poi, di impazienza, tonfo delle ali di eccesso di Blake. Sento la rovina di tutto lo spazio, vetro in frantumi e muri che crollano, e il tempo una livida fiamma finale. Cosa ci rimane, dopo?
«Il luogo non lo ricordo, signore. 279 a.C.»
«Asculum,» disse Stephen, gettando un’occhiata a nome e data nel libro tra gli sfregi di sangue.
«Sì, signore. E lui disse: Un’altra vittoria così e siamo finiti.»
Quella frase il mondo l’aveva ricordata. Una torpida quiete della mente. Da un’altura sopra una piana cosparsa di cadaveri un generale che parla ai suoi ufficiali, appoggiato alla lancia. Un qualsiasi generale a ufficiali qualsiasi. Gli prestano orecchio.
«Tu, Armstrong,» chiese Stephen, «quale fu la fine di Pirro?»
«Fine di Pirro, signore?»
«Io lo so, signore. Lo chieda a me, signore,» disse Comyn.
«Aspetta. Tu, Armstrong. Sai niente di Pirro?»
Nella cartella di Armstrong si celava chiotto un sacchetto di pasticcini ai fichi. Se li arrotolava tra le palme di quando in quando e li ingurgitava senza fare rumore. C’erano briciole appiccicate ai tessuti delle sue labbra. Un alito zuccherato di ragazzino. Gente bene, fiera che il figlio maggiore fosse in marina. Vico Road, Dalkey.
«Pirro, signore? Pir... pier. Un molo.»
Tutti risero. Un riso senza allegria, forte, malevolo. Armstrong fece girare lo sguardo sui compagni di classe, stolida gaiezza di profilo. Fra un attimo rideranno più forte, consci della mia mancanza di polso e delle rette che pagano i loro papà.
«Allora spiegami,» disse Stephen, dando un colpetto con il libro sulla spalla del ragazzo, «cos’è un molo?»
«Un molo, signore,» rispose Armstrong. «Una cosa che si allunga nelle onde. Una specie di ponte. Il molo di Kingstown, signore.»
Alcuni risero di nuovo, senza allegria ma con intenzione. Due nel banco di fondo bisbigliavano. Sì. Sapevano: senza aver mai imparato ed essere mai stati innocenti. Tutti. Con invidia osservò i loro volti: Edith, Ethel, Gerty, Lily. Le loro simili: anche loro con l’alito zuccherato da tè e marmellata, risolini sciocchi di braccialetti che si azzuffano.
«Il molo di Kingstown,» disse Stephen. «Sì, un ponte mancato.»
Le parole turbarono il loro sguardo.
«Come, signore?» chiese Comyn. «Un ponte passa attraverso un fiume.»
Per il libercolo di Haines. Nessuno qui a sentirla. Questa sera destramente tra folli bevute e chiacchiere, per perforare la levigata maglia della sua mente. E poi? Un buffone alla corte del suo signore, viziato e disprezzato, che si guadagna una lode del clemente padrone. Perché avevano scelto tutti quella parte? Non soltanto per la morbida carezza. Anche per loro la storia era una fola come qualsiasi altra troppo spesso sentita, la loro terra un banco dei pegni.
Se Pirro non fosse morto per mano di una megera ad Argo o Giulio Cesare non fosse stato pugnalato a morte. Cose che non potremo mai toglierci dal pensiero. Il tempo le ha marchiate, e in ceppi sono confinate nella stanza delle infinite possibilità che esse escludono. Ma possono essere state possibili visto che non sono mai state? O è possibile soltanto quanto è accaduto?
(Mario Biondi, 2020, La nave di Teseo)

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