domenica 1 dicembre 2019

#18 Madre iena

The Nightmare - Henry Fuseli 1781
Siamo sicuri che sia semplicemente il dolore per la morte della madre ad ossessionare Dedalus o piuttosto è invece l'analisi speculativa su questo dolore? Nella sua mente la madre è un fantasma inquieto o un demone affamato?

Per guardare questo video su youtube, clicca qui sotto:
https://youtu.be/XF65VSqTwYg

Ecco il testo in lingua originale del brano citato dall'Ulysses in questo video:
In a dream, silently, she had come to him, her wasted body within its loose graveclothes giving off an odour of wax and rosewood, her breath, bent over him with mute secret words, a faint odour of wetted ashes.
Her glazing eyes, staring out of death, to shake and bend my soul. On me alone. The ghostcandle to light her agony. Ghostly light on the tortured face. Her hoarse loud breath rattling in horror, while all prayed on their knees. Her eyes on me to strike me down. Liliata rutilantium te confessorum turma circumdet: iubilantium te virginum chorus excipiat.
Ghoul! Chewer of corpses!
No, mother. Let me be and let me live.
(James Joyce 1922)
La lettura del brano originale è ad opera di Frank Delaney e tratta dal podcast ReJoyce:
https://blog.frankdelaney.com/re-joyce/

Ecco i testi delle traduzioni in italiano dall'Ulisse lette e citate in questo video:
In un sogno, silenziosamente, era venuta a lui, il corpo consumato nel molle sudario spandeva un sentore di cera e di legno di rosa, l’alito, china su di lui con mute segrete parole, un lieve odore di ceneri bagnate.
I suoi occhi invetrati, fissi da oltre la morte, per scuotere e piegare la mia anima. Su me solo. La candela fantasma a illuminare la sua agonia. Luce spettrale sul viso tormentato. Il forte respiro rauco rantolante d’orrore, mentre tutti pregavano in ginocchio. I suoi occhi su di me per abbattermi. Liliata rutilantium te confessorum turma circumdet: iubilantium te virginum chorus excipiat.
Lemure! Masticatore di cadaveri!
No, mamma! Lasciami stare e lasciami vivere.
(Giulio De Angelis, 1960, Mondadori)
Gli era giunta in sogno, silenziosa, il corpo magro e spossato nell’ampia veste funebre esalava un odore di cera e legno di rosa, il respiro si chinava su di lui con parole mute e segrete, un odore lieve di ceneri bagnate.
I suoi occhi di vetro a scrutare dalla morte, per scuotere e piegare la mia anima. Su di me solo. La candela spettrale a illuminarne l’agonia. Luce spettrale sul viso tormentato. Il respiro rauco e forte rantolante nell’orrore, e tutti pregavano in ginocchio. I suoi occhi su di me per farmi crollare. Liliata rutilantium te confessorum turma circumdet: iubilantium te virginum chorus excipiat.
Demone! Masticacadaveri.
No, madre. Lasciami stare e lasciami vivere.
(Enrico Terrinoni, 2012, Newton Compton)
In sogno, silenziosa, era venuta a lui, il corpo consunto nel fluttuante sudario, esalando un odor di cera e legno di rosa; e l’alito mentre era china su di lui, con mute parole segrete, un fievole sentore di ceneri bagnate.
Lei e i suoi occhi vitrei, che mi lanciavano sguardi dalla morte, per scuotermi e piegare la mia anima. Puntati solo su di me. Quello spettro di candela a far luce sulla sua agonia. Luce spettrale sul viso torturato. L’ultimo suo respiro rauco e rumoroso e rantolante nell’orrore, mentre tutti pregavano in ginocchio. Lei e quei suoi occhi puntati su di me, per farmi crollare a terra. Liliata rutilantium te confessorum turma circumdet: iubilantium te virginum chorus excipiat.
Vampiro! Masticator di cadaveri!
No madre. Lasciami andare e lasciami vivere.
(Gianni Celati, 2013, Einaudi)
Nel brano ho citato due passi dal primo atto dell'Amleto di Shakespeare che riporto di seguito con le traduzioni di Goffredo Raponi.
Nella scena IV, il fantasma del padre avvicina Amleto per parlargli:
(Ghost beckons Hamlet)
HORATIO:
It beckons you to go away with it,
As if it some impartment did desire
To you alone.
(Lo spettro fa cenno ad Amleto di avvicinarsi
a lui)
ORAZIO: Ecco, vi accenna d’andar con lui,
come a volervi parlare da solo.
Nella scena V, il proposito di Amleto dopo che il fantasma del padre si è congedato da lui:
Now to my word;
It is 'Adieu, adieu! remember me.'
I have sworn 't.
D’ora innanzi la mia parola d’ordine
sia questa: “Addio, ricordati di me!”
L’ho giurato.

venerdì 8 novembre 2019

#17 La canzone di Fergus

W.B. Yeats (P. MacDonald 1933)
Con il ricordo della Canzone di Fergus, nella mente di Dedalus tornano ossessioni e paure, esposti con la musicalità metrica della poesia di Yeats e con quella ciclica del mare sulla costa dublinese.

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https://youtu.be/54_gSX8R_Ao

Ecco il testo in lingua originale del brano citato dall'Ulysses in questo video:
—Don’t mope over it all day, he said. I’m inconsequent. Give up the moody brooding.
His head vanished but the drone of his descending voice boomed out of the stairhead:

And no more turn aside and brood
Upon love’s bitter mystery
For Fergus rules the brazen cars.

Woodshadows floated silently by through the morning peace from the stairhead seaward where he gazed. Inshore and farther out the mirror of water whitened, spurned by lightshod hurrying feet. White breast of the dim sea. The twining stresses, two by two. A hand plucking the harpstrings merging their twining chords. Wavewhite wedded words shimmering on the dim tide.
A cloud began to cover the sun slowly, wholly, shadowing the bay in deeper green. It lay behind him, a bowl of bitter waters. Fergus’ song: I sang it alone in the house, holding down the long dark chords. Her door was open: she wanted to hear my music. Silent with awe and pity I went to her bedside. She was crying in her wretched bed. For those words, Stephen: love’s bitter mystery.
(James Joyce 1922)
La lettura del brano originale è ad opera di Frank Delaney e tratta dal podcast ReJoyce:
https://blog.frankdelaney.com/re-joyce/

Ecco i testi delle traduzioni in italiano dall'Ulisse lette e citate in questo video:
– Non mugugnarci sopra tutto il giorno, disse. Io parlo a vanvera. Desisti da codeste ruminazioni.
La testa scomparve ma il bombito della sua voce discendente emergeva rombando dalla cima delle scale:
– Non appartarti più per ruminare
Sull’amaro mistero dell’amore
Poi che Fergus governa i bronzei cocchi.
Ombre silvane attraversavano fluttuando silenziose la pace mattutina dalla cima della scala verso il mare dove egli teneva fisso lo sguardo. Sulla spiaggia e più al largo biancheggiava lo specchio d’acqua sommosso da piedi frettolosi dai leggeri calzari. Bianco seno di fosco mare. Vocaboli paralleli, a due a due. Mano che pizzica le corde dell’arpa, congiungendo gli accordi paralleli. Biancondose appaiate parole baluginanti sulla fosca marea.
Una nuvola cominciò a coprire lentamente, completamente, il sole, ombreggiando la baia di verde più fondo. Era alle sue spalle, bacino d’amare acque. La canzone di Fergus: la cantavo da solo in casa, tenendo in sordina i lunghi cupi accordi. La porta della sua camera era aperta: lei voleva sentire la mia musica. Silenzioso di sgomento e pietà mi avvicinai al suo capezzale. Piangeva nel suo letto sciagurato. Per quelle parole, Stephen: l’amaro mistero dell’amore.
(Giulio De Angelis, 1960, Mondadori)
– Non starci a rimuginare tutto il giorno, disse. Sono incoerente, io. Piantala con quest’umore così pensieroso.
Il capo scomparve, ma il tono basso e persistente della voce discendente continuò a rombare dalla scala:

E non voltarti più per meditare
Al mistero amaro dell’amore
Ché Fergus governa i carri di bronzo.

Ombre di bosco fluttuavano accanto silenziose attraverso la pace del mattino, dalla scala fino al mare dove egli guardava. Verso la riva e più a largo si schiariva lo specchio del mare, scalciato da piedi veloci calzati leggeri. Seno bianco del mare velato. Gli accenti intrecciati, a due a due. Una mano che tocca le corde dell’arpa fondendo armonie intrecciate. Parole coniugate come onde bianche scintillanti sulla marea velata.
Una nube iniziò a coprire lentamente il sole, adombrando la baia d’un verde più scuro. Giaceva dietro di lui, ciotola d’acque amare. La canzone di Fergus: la cantavo a casa da solo, soffermandomi sui lunghi accordi oscuri. La sua porta era aperta: voleva sentire la mia musica. In silenzio tra timore e pietà andai al suo capezzale. Piangeva in quel letto squallido. Per le parole, Stephen: il mistero amaro dell’amore.
(Enrico Terrinoni, 2012, Newton Compton)
– Non mugugnarci sopra per tutto il giorno, disse. Io parlo a vanvera. Dàcci un taglio con queste ruminazioni musonesche.
La testa sparí, ma il ronzio della sua voce lontanante in basso risuonò dal caposcala:
E mai piú appartato a rodersi
Sull’amaro mistero dell’amore
Fergus guida i bronzei cocchi.
Ombre silvestri silenziose sciamavano nella quiete mattinale fuor dal caposcala e verso il mare dove puntava gli occhi. Nel litoraneo spazio e piú fuori al largo, biancheggiava lo specchio d’acqua smosso da frettolosi piedi in calzari leggeri. Biànco sèno del fòsco màre. Accenti allacciati due per due. Una mano sfiora le corde d’arpa e va armonizzando accordi paralleli. Albugine di flutti in favellar di frasi che baluginano sulla scura marea.
Una nuvola prese a coprire lentamente il sole, ombreggiando la baia in un verde piú fondo. Alle sue spalle c’era una conca d’acque amare. La canzone di Fergus. La cantavo da solo a casa, tenendo in sordina quegli accordi cosí lunghi e cupi. La porta della sua camera era aperta, lei voleva sentire la musica. Muto d’impaccio e di compassione, sono andato verso il suo capezzale. Lei piangeva nel letto di disgrazia. Per quelle parole, Stephen, per quelle parole, l’amaro mistero dell’amore.
(Gianni Celati, 2013, Einaudi)
Nel brano si cita la "Canzone di Fergus", dalla poesia "Who goes with Fergus?" tratta dalla raccolta "The rose" del 1983 di William Butler Yeats:
Who will go drive with Fergus now,
And pierce the deep wood's woven shade,
And dance upon the level shore?
Young man, lift up your russet brow,
And lift your tender eyelids, maid,
And brood on hopes and fear no more. 
And no more turn aside and brood
Upon love's bitter mystery;
For Fergus rules the brazen cars,
And rules the shadows of the wood,
And the white breast of the dim sea
And all dishevelled wandering stars.
Chi andrà sul carro con Fergus,
Penetrando ora nell'ombra intessuta del profondo bosco
E danzerà lungo la riva piatta?
Giovane, solleva la tua fronte color ruggine,
Solleva le tue tenere palpebre, fanciulla,
Cova le tue speranze e non temere più.
E non distrarti più, più non pensare
Con ansia a quest'amaro mistero dell'amore
Perché Fergus domina i bronzei carri,
così come domina l'ombre della foresta
E il seno bianco dell'oscuro mare,
Le stelle scarmigliate e vagabonde.
Sempre dalla stessa raccolta di Yeats ho citato alcuni versi dalla poesia "To ireland in the Coming Times" (trad. Sanesi)
When Time began to rant and rage
The measure of her flying feet
Made Ireland's heart begin to beat;
Quando il Tempo iniziò a declamare
E ad infuriarsi, il ritmo del suo rapido
Piede risvegliò i palpiti del cuore dell'Irlanda;
Dal secondo libro dell'Odissea di Omero, ho citato questi versi di Antinoo in risposta a Telemaco (trad. Pindemonte):
O molto in arringar , ma forte poco
Nel dominar te stesso , ogni rancore
Scaccia dal petto, e, qual solevi, adopra
Da prode il dente, e i colmi nappi asciuga.
Inoltre ecco le citazioni dalla seconda scena dell'Amleto di William Shakespeare (trad. Raponi):
QUEEN GERTRUDE
Good Hamlet, cast thy nighted colour off,
 [Amleto, caro, togliti di dosso quel colore notturno,]
(...)
KING CLAUDIUS
We pray you, throw to earth
This unprevailing woe,
[Ti preghiamo perciò di gettar via questo tuo vano ed infruttuoso affanno,]
 Infine al seguente link potrete trovare lo spartito della Canzone di Fergus messa in musica da Hugo Kauder:
http://www.hugokauder.org/uploads/Two%20Song%20-%20Poems%20by%20Yeats.pdf

domenica 13 ottobre 2019

#16 L'offesa

Dolore - Van Gogh 1882
Da circa un anno Dedalus prova rancore per un'offesa ricevuta da Mulligan. Mulligan cerca di togliersi dall'imbarazzo e di giustificarsi con Dedalus. Il problema è: qual è veramente questa offesa?

Per guardare questo video su youtube, clicca qui sotto:
https://youtu.be/DTgSpb_p0Ig

Ecco il testo in lingua originale del brano citato dall'Ulysses in questo video:
—Do you remember the first day I went to your house after my mother’s death?
Buck Mulligan frowned quickly and said:
—What? Where? I can’t remember anything. I remember only ideas and sensations. Why? What happened in the name of God?
—You were making tea, Stephen said, and I went across the landing to get more hot water. Your mother and some visitor came out of the drawingroom. She asked you who was in your room.
—Yes? Buck Mulligan said. What did I say? I forget.
—You said, Stephen answered, O, it’s only Dedalus whose mother is beastly dead.
A flush which made him seem younger and more engaging rose to Buck Mulligan’s cheek.
—Did I say that? he asked. Well? What harm is that?
He shook his constraint from him nervously.
—And what is death, he asked, your mother’s or yours or my own? You saw only your mother die. I see them pop off every day in the Mater and Richmond and cut up into tripes in the dissecting room. It’s a beastly thing and nothing else. It simply doesn’t matter. You wouldn’t kneel down to pray for your mother on her deathbed when she asked you. Why? Because you have the cursed Jesuit strain in you, only it’s injected the wrong way. To me it’s all a mockery and beastly. Her cerebral lobes are not functioning. She calls the doctor Sir Peter Teazle and picks buttercups off the quilt. Humour her till it’s over. You crossed her last wish in death and yet you sulk with me because I don’t whinge like some hired mute from Lalouette’s. Absurd! I suppose I did say it. I didn’t mean to offend the memory of your mother.
He had spoken himself into boldness. Stephen, shielding the gaping wounds which the words had left in his heart, said very coldly:
—I am not thinking of the offence to my mother.
—Of what, then? Buck Mulligan asked.
—Of the offence to me, Stephen answered.
(James Joyce 1922)
La lettura del brano originale è ad opera di Frank Delaney e tratta dal podcast ReJoyce:
https://blog.frankdelaney.com/re-joyce/

Ecco i testi delle traduzioni in italiano dall'Ulisse lette e citate in questo video:
– Ti ricordi il primo giorno che sono venuto a casa tua dopo la morte di mia madre?
Di colpo Buck Mulligan si accigliò e disse:
– Che cosa? Dove? Non mi ricordo di niente. Ricordo soltanto idee e sensazioni. Perché? Che cosa è successo in nome di Dio?
– Stavi facendo il tè, disse Stephen, ed attraversasti il pianerottolo per prendere un altro po’ di acqua calda. Tua madre uscì dal salottino con qualcuno ch’era venuto a trovarla. Ti domandò chi c’era in camera tua.
– E allora? disse Buck Mulligan. Che cosa ho detto? Non me ne ricordo.
– Hai detto, rispose Stephen, Oh, è soltanto Dedalus a cui è morta bestialmente la madre.
Un rossore che lo fece apparire più giovane e attraente salì alla guancia di Buck Mulligan.
– Ho detto così? domandò. Be’? che male c’è?
Si scrollò nervosamente di dosso il proprio impaccio.
– Che cos’è mai la morte, domandò, quella di tua madre o la tua o la mia? Tu non hai visto morire che tua madre. Io li vedo crepare ogni giorno al Mater o al Richmond e tagliati a lasagne in sala anatomica. È una cosa bestiale, e nient’altro. Non ha importanza, ecco tutto. Tu non hai voluto inginocchiarti a pregare per tua madre sul letto di morte quando lei te l’ha chiesto. Perché? Perché c’è in te quella maledetta vena di gesuita, solo che è iniettata a rovescio. Per me non è che una canzonatura, e bestiale. I suoi lobi cerebrali hanno smesso di funzionare. Lei chiama il dottore sir Peter Teazle e coglie ranuncoli dall’imbottita. Assecondala finché dura. Tu hai contrariato la sua ultima volontà in punto di morte e adesso mi tieni il broncio perché non metto su una mutria da piagnone presa a nolo da Lalouette. È un’assurdità. Magari l’ho anche detto. Non volevo offendere la memoria di tua madre.
Via via che parlava si era imbaldanzito. Stephen, facendo schermo alle ferite aperte nel suo cuore da quelle parole, disse molto freddamente:
– Non mi preoccupo dell’offesa fatta a mia madre.
– Di che cosa allora? domandò Buck Mulligan.
– Dell’offesa fatta a me, rispose Stephen.
(Giulio De Angelis, 1960, Mondadori)
– Ti ricordi il primo giorno che sono venuto a casa tua dopo la morte di mia madre?
Buck Mulligan si accigliò all’istante, e poi disse:
– Che? Dove? Non ricordo niente. Ricordo solo idee e sensazioni. Perché? Che è successo, in nome di Dio?
– Stavi preparando il tè, disse Stephen, e io ho attraversato il pianerottolo alla fine della scala per prendere altra acqua bollente. Sono usciti dal salone tua madre e un qualche ospite. Lei ti ha chiesto chi c’era con te nella stanza.
– E poi? disse Buck Mulligan. Io che ho detto? L’ho dimenticato.
– Hai detto, rispose Stephen, Oh, è solo Dedalus, quello a cui la madre è morta come una bestia.
Un rossore che lo rese più giovane e amabile risalì le guance di Buck Mulligan.
– Ho detto questo? chiese. Beh? Che male c’è?
Si liberò nervosamente da quel suo disagio.
– E cosa sarà mai la morte, domandò, quella di tua madre, la tua o la mia? Tu hai visto morire soltanto tua madre. Io me li vedo crepare tutti i giorni al Mater o al Richmond, e li faccio a pezzettini nella sala autoptica. È roba da bestie e niente più. Semplicemente, non fa nessuna differenza. Non ti sei voluto inginocchiare a pregare per tua madre in punto di morte, quando era lei a chiedertelo. Perché? Perché hai in te quella maledetta vena del gesuita, solo che è iniettata al contrario. Per me è tutto buffo e bestiale. I suoi lobi cerebrali non funzionano più. Chiama il dottore Sir Peter Teazle e raccoglie bottoni d’oro dalla coperta imbottita. Accontentala finché non è finita. Le hai negato l’ultimo desiderio prima di morire e poi te la prendi con me perché non sto qui a frignare come uno di quei piagnoni a ore di Lalouette. Assurdo! L’avrò pure detto. Non avevo intenzione di offendere la memoria di tua madre.
Parlando prese coraggio. Stephen, nel proteggere le ferite aperte che quelle parole avevano lasciato nel suo cuore, disse con estrema freddezza:
– Non parlo dell’offesa a mia madre.
– Di che cosa, allora? chiese Buck Mulligan.
– Dell’offesa a me, rispose Stephen.
(Enrico Terrinoni, 2012, Newton Compton)
– Ti ricordi il primo giorno che son venuto a casa tua, dopo la morte di mia madre?
Buck Mulligan si accigliò di colpo e chiese:
– Cosa? Dove? Non mi ricordo niente. Mi ricordo solo idee e sensazioni. Ma perché? Per la madonna, ma cos’è successo?
– Tu stavi preparando il tè, disse Stephen, e io sono passato dal pianerottolo per prender dell’altra acqua calda. In quel momento tua madre è uscita dal salotto assieme a qualcuno ch’era venuto a trovarla, e ti ha chiesto chi c’era nella tua camera.
– Ebbe’? fece Buck Mulligan. Io cos’ho detto? Non mi ricordo.
– Hai detto, rispose Stephen, Niente, è Dedalus, quello della madre morta come un cane.
Un rossore invase le guance di Buck Mulligan, facendolo apparir piú giovane e attraente.
– Ho detto cosí? chiese. Be’? Cosa c’è di male?
Si scrollò di dosso l’impaccio con mosse nervose.
– E cos’è la morte, disse, di tua madre, tua o mia? Tu hai visto morire solo tua mamma. Io li vedo tirar gli ultimi tutti i giorni al Mater o al Richmond Hospital, e fatti a pezzi con le trippe al vento nella sala anatomica. Come bestie, pari pari. E tutto questo non ha nessuna importanza. Tu non hai voluto inginocchiarti e pregare quando tua madre te l’ha chiesto in punto di morte. Perché? Perché hai il maledetto bacillo del gesuita, solo che te l’hanno inoculato al contrario. Per me è tutta una farsa e una cosa da bestie. I lobi cerebrali della signora non funzionano? Lei chiama il dottore cavalier Peter Teazle, e raccoglie ranuncoli sulla coperta del letto? Bene, bisogna tirarla su d’umore finché non è finita! Tu hai contrariato tua madre nell’ultima sua volontà e ora mi fai il muso perché non sono contrito come un becchino delle pompe funebri Lalouette. Assurdo! Sí, magari l’ho detto. Ma non per offendere la memoria di tua madre.
Parlando Buck s’era imbaldanzito. Come facendosi scudo contro le piaghe al vivo che quelle parole avevano aperto nel suo cuore, Stephen disse molto freddamente:
– Non sto parlando di un’offesa a mia madre.
– E di cosa, allora? chiese Buck Mulligan.
– Sto parlando di un’offesa a me, rispose Stephen.
(Gianni Celati, 2013, Einaudi)
Ho citato alcuni versi del ventiseiesimo canto del purgatorio della Divina commedia di Dante Alighieri:
   Nostro peccato fu ermafrodito;
ma perché non servammo umana legge,
seguendo come bestie l'appetito,

   in obbrobrio di noi, per noi si legge,
quando partinci, il nome di colei
che s'imbestiò ne le 'mbestiate schegge.

lunedì 23 settembre 2019

#15 L'ombelico

L'ombelico della Venere di Botticelli
L'ombelico rappresenta non solo il punto centrale dell'universo, ciò che ci tiene attaccati alla vita prima della nascita, ma anche quel legame da cui non abbiamo saputo distaccarci, il limite oltre il quale ancora oggi spesso non riusciamo a guardare.

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https://youtu.be/ErbHnpMLpO8

Ecco il testo in lingua originale del brano citato dall'Ulysses in questo video:
Young shouts of moneyed voices in Clive Kempthorpe’s rooms. Palefaces: they hold their ribs with laughter, one clasping another, O, I shall expire! Break the news to her gently, Aubrey! I shall die! With slit ribbons of his shirt whipping the air he hops and hobbles round the table, with trousers down at heels, chased by Ades of Magdalen with the tailor’s shears. A scared calf’s face gilded with marmalade. I don’t want to be debagged! Don’t you play the giddy ox with me!
Shouts from the open window startling evening in the quadrangle. A deaf gardener, aproned, masked with Matthew Arnold’s face, pushes his mower on the sombre lawn watching narrowly the dancing motes of grasshalms.
To ourselves…new paganism…omphalos.
(James Joyce 1922)
La lettura del brano originale è ad opera di Frank Delaney e tratta dal podcast ReJoyce:
https://blog.frankdelaney.com/re-joyce/

Ecco i testi delle traduzioni in italiano dall'Ulisse lette e citate in questo video:
Giovani urla di voci danarose nella stanza di Clive Kempthorpe. Visipallidi: si tengono la pancia dal ridere, sorreggendosi a vicenda. Oh, c’è da crepare! Recale la notizia con riguardo Aubrey! Qui io muoio! Con la camicia ridotta a fettucce staffilando l’aria saltabecca e brancola intorno al tavolo, i pantaloni calati alle calcagna, rincorso da Ades di Magdalen con le cesoie da sarto. Faccia di vitello sgomento dorata di marmellata d’arance. Non voglio essere messo a culo nudo! Non fate gli stupidi con me!
Dalla finestra aperta gridio che sconcerta la sera nel cortile. Un giardiniere sordo, in grembiule, mascherato con la faccia di Matthew Arnold, spinge la falciatrice nel prato in ombra aguzzando le ciglia verso lo svolio dei fili d’erba.
Per noi… neopaganesimo… omphalos.
(Giulio De Angelis, 1960, Mondadori)
Grida giovani di voci da ricchi nelle stanze di Clive Kempthorpe. Visipallidi: si tengono la pancia dalle risate, gli uni aggrappandosi agli altri, Oh, sto per morire! A lei, dillo con tatto, Aubrey! Muoio! Con i brandelli della camicia a batter l’aria, saltella e barcolla intorno al tavolo, i pantaloni calati giù fino alle caviglie, rincorso da Ade di Magdalen con le forbici da sarta. Che faccia da vitello impaurito, indorata di marmellata. Non lasciatemi in mutande! Smettetela di fare gli idioti con me!
Grida dalla finestra aperta ravvivavano le serate nel cortile quadrato. Un giardiniere sordo, il grembiule addosso, il volto la maschera di Matthew Arnold, spinge il tosaerba sul fosco prato e osserva da vicino i fili d’erba danzare.
A noi stessi... nuovo paganesimo... omphalos.
(Enrico Terrinoni, 2012, Newton Compton)
Grida di giovanetti con voci che sanno di quattrini nella camera di Clive Kempthorpe. Visi pallidi, si tengono i fianchi dal ridere, uno aggrappato all’altro. Oh, c’è da crepare! Aubrey, dàlle la notizia con garbo! Ah, morirò! Con sbrendoli sfilacciàti della camicia che svolano per l’aria, lui balzella e zompica intorno al tavolo, calzoni calati sulle scarpe, e dietro gli Ades del Magdalen College armati di forbicioni da sarto. Viso bovino sgomento indorato di marmellata. Non voglio esser messo a culo nudo! ’Sti giochi da vitelloni rinscemiti andate a farli con un altro!
Dalla finestra aperta, urli fan trasalire la sera nel cortile. Un giardiniere sordo, con grembiule, maschera col volto di Matthew Arnold, spinge la sua falciatrice sul prato in ombra, sbiluciando a fatica i fruscoli dei gambi d’erba che gli ballano innanzi.
Per noi stessi… neopaganesimo… omphalos.
(Gianni Celati, 2013, Einaudi)
Ho citato parte dell'articolo di Joyce su Oscar Wilde apparso in italiano sul Piccolo di Trieste il 24.3.1909:
Qui tocchiamo il centro motore dell’arte di Wilde: il peccato. Si illuse credendosi il portatore della buona novella di un neopaganesimo alle genti travagliate. Mise tutte le sue qualità caratteristiche, le qualità (forse) della sua razza, l’arguzia, l’impulso generoso, l’intelletto asessuale al servizio di una teoria del bello che doveva, secondo lui, riportare l’evo d’oro e la gioia della gioventù del mondo. Ma in fondo in fondo se qualche verità si stacca dalle sue interpretazioni soggettive di Aristotele, dal suo pensiero irrequieto che procede per sofismi e non per sillogismi, dalle sue assimilazioni di altre nature, aliene dalla sua, come quelle del delinquente e dell’umile, è questa verità inerente nell’anima del cattolicesimo: che l’uomo non può arrivare al cuor divino se non attraverso quel senso di separazione e di perdita che si chiama peccato.

lunedì 9 settembre 2019

#14 L'abbraccio

L'abbraccio dei lottatori di Sumo
(Utagawa Kuniteru 19th)
L'attrito, il dispiacere, l'invidia, la sfida, il timore, il fremito, il fastidio: tutto questo nel contatto fra le braccia di Stephen e Buck, nell'urto fra il rasoio e lo specchio.

Per guardare questo video su youtube, clicca qui sotto:
https://youtu.be/ky8Xefzt7Ss

Ecco il testo in lingua originale del brano citato dall'Ulysses in questo video:
Buck Mulligan suddenly linked his arm in Stephen's and walked with him round the tower, his razor and mirror clacking in his pocket where he had thrust them.
— It's not fair to tease you like that, Kinch, is it? he said kindly. God knows you have more spirit than any of them.
Parried again. He fears the lancet of my art as I fear that of his. The cold steelpen.
— Cracked lookingglass of a servant! Tell that to the oxy chap downstairs and touch him for a guinea. He's stinking with money and thinks you're not a gentleman. His old fellow made his tin by selling jalap to Zulus or some bloody swindle or other. God, Kinch, if you and I could only work together we might do something for the island. Hellenise it.
Cranly's arm. His arm.
(James Joyce 1922)
La lettura del brano originale è ad opera di Frank Delaney e tratta dal podcast ReJoyce:
https://blog.frankdelaney.com/re-joyce/

Ecco i testi delle traduzioni in italiano dall'Ulisse lette e citate in questo video:
Improvvisamente Buck Mulligan allacciò il braccio a quello di Stephen e si mise a passeggiare con lui attorno alla torre, il rasoio e lo specchio stridenti nella tasca dove li aveva cacciati.
– Non sta bene tormentarti così, vero Kinch? disse bonariamente. Lo sa Dio che vali più di tutti loro.
Un’altra parata. Teme la lancetta della mia arte come io temo quella della sua. Il freddo acciaio della penna.
– Specchio incrinato di una serva. Diglielo a quel bue del piano di sotto e prova a cavargli una ghinea. Puzza di soldi lontano un miglio e dice che non sei un gentiluomo. Il suo vecchio ha fatto il gruzzolo vendendo scialappa agli Zulù o con qualche altro porco imbroglio del genere. Dio mio, Kinch, basterebbe che io e te lavorassimo insieme, potremmo far qualcosa per la nostra isola. Ellenizzarla.
Il braccio di Cranly. Il suo braccio.
(Giulio De Angelis, 1960, Mondadori)
Buck Mulligan si agganciò subito al braccio di Stephen per camminare con lui intorno alla torre, col rasoio e lo specchio tintinnanti in tasca.
– Non è giusto farsi prendere in giro così, Kinch, non trovi? disse gentile. Dio solo sa quanto ardore hai più di loro.
Altro attacco respinto. Teme il bisturi della mia arte almeno quanto io tema il suo. La fredda penna d’acciaio.
– Specchio incrinato di una serva. Dillo a quel bovino di Oxford al piano di sotto e spillagli una ghinea. Puzza di quattrini, e per lui sei tu a non essere un gentiluomo. Il suo vecchio ha fatto i soldi vendendo gialappa agli zulù o rifilando altri bidoni del genere. Dio, Kinch, se soltanto tu ed io potessimo lavorare insieme, magari faremmo qualcosa per quest’isola. Ellenizzarla.
Il braccio di Cranly. Il suo braccio.
(Enrico Terrinoni, 2012, Newton Compton)
D’improvviso Buck Mulligan prese Stephen sottobraccio e fece con lui un giro della torre, mentre specchio e rasoio sbatacchiavano nella tasca dove se li era ficcati.
– Non è giusto punzecchiarti cosí, eh, Kinch? disse gentile. Dio sa che hai piú stoffa di tutti.
Di nuovo parato il colpo. Lui teme il bisturi della mia arte come io temo quello della sua. Il freddo acciaio della penna.
– Lo specchio sbrecciato d’una serva. Vallo a dire a quel bove dabbasso e scroccagli una ghinea. Quello puzza di pecunia lontano un miglio e pensa che tu non sei un gentiluomo. Il suo vecchio ha fatto il grano vendendo olio di ricino agli Zulú, o con qualche marcio bindolo del genere. Perdío, Kinch, se avessimo modo di lavorare assieme potremmo far qualcosa per quest’isola. Potremmo ellenizzarla.
Il braccio dell’amico Cranly e qui il braccio di Mulligan.
(Gianni Celati, 2013, Einaudi)
Sono stati menzionati gli scritti "Cultura e anarchia" del 1869 di Matthew Arnold e il già citato in precedenza Algernon Swinburne.

Inoltre dal "Ritratto dell'artista da giovane" di Joyce (traduz. Capodilista, Newton Compton), è stato citato il seguente passo dalla conversazione fra Dedalus e Cranly:
«Senti un po’, Cranly», disse. «Mi hai chiesto cosa farei e cosa non farei. Ti dirò cosa farò e cosa non farò. Non servirò ciò in cui non credo più, si chiami casa, patria o chiesa: e cercherò di esprimere me stesso in qualche modo di vita o di arte il più liberamente e il più compiutamente possibile, usando a mia difesa le sole armi che mi concedo di usare: il silenzio, l’esilio e l’astuzia.»
Cranly gli afferrò il braccio e lo fece voltare così da riportarlo verso il parco Leeson. Rise quasi sornione e strinse il braccio di Stephen con un affetto da fratello maggiore.
«La tua astuzia!», disse. «Tu? Mio povero poeta!»
«E mi hai fatto confessare», disse Stephen, turbato da quel contatto, «come ti ho già confessato tante altre cose, no?»
«Sì, figlio mio», disse Cranly, ancora allegro.
«Mi hai fatto confessare i miei timori. Ma ti dirò anche cos’è che non temo. Non temo di rimanere solo o di essere respinto per un altro o di lasciare quello che devo lasciare. E non ho paura di commettere un errore, anche un grande errore, un errore che duri tutta la vita e forse pure tutta l’eternità.»
Cranly, tornato serio, rallentò il passo e disse:
«Solo, completamente solo. Non hai paura di questo. Ma sai cosa significa questa parola? Non soltanto essere separato da tutti gli altri, ma non avere neanche un amico».